Martedì 15 sono stata la cavia di un esperimento di psicofisica al CIMeC (Centro Interdipartimentale Mente/Cervello) di Rovereto. Questa non era di certo la mia prima volta, poiché sono ormai tre anni che cerco di partecipare attivamente alla ricerca scientifica, quando me ne viene data la possibilità. Non è nemmeno la prima volta che vengo sottoposta ad un esperimento che, in un modo o nell'altro, collega i colori con un qualche aspetto della realtà (per esempio, il ruolo del contrasto nella percezione di una profondità). La partecipazione odierna ha stimolato in me una riflessione che dal titolo si direbbe nulla possa centrare con il contenuto effettivo dell'esperimento. Questo è vero ed infatti non mi soffermerò di certo sugli aspetti metodologici né di contenuto di questo, bensì sul ruolo giocato dalla somministratrice nel contesto.
La maggior parte delle volte, lo sperimentatore non è l'ideatore delle ipotesi di ricerca e degli stratagemmi mediante cui testarle, bensì un tirocinante prossimo alla laurea oppure un dottorando. E' capitato raramente che mi venisse sottoposto un esperimento dal suo diretto inventore il quale, in molti casi, svolge un ruolo di supervisione sull'operato dei propri studenti). Così oggi: somminstratrice, una ragazza che avrà avuto su per giù 25 anni, probabilmente alle prese con la stesura della tesi. Accanto a lei, in laboratorio, quella che doveva essere la docente, nonché ideatrice dell'esperimento a cui dovevo partecipare. Sono stata fatta accomodare davanti al monitor ed ho firmato le scartoffie di routine per il trattamento dati e consenso informato; al che, tutto era pronto e si poteva cominciare. L'esperimento era suddiviso in 5 blocchi, ognuno dei quali prevedeva una breve introduzione (quale spiegazione al compito da svolgere) affidata alla tirocinante. Da subito, ho percepito un'aura di subordinazione che avrei potuto toccare da quanto spessa, un gap incolmabile tra studentessa e docente. Lo sguardo basso, un lieve fremito nella voce, i discorsi frastagliati, le ripetizioni e, nonostante tutto, un'impeccabile (ed autodifensiva) modalità brusca d'approccio al partecipante. Giunte al terzo blocco, la conferma. Terminati i commenti d'incipit al compito, un'occhiata che se avesse parlato avrebbe suonato: "Fa' che non abbia sparato un mucchio di insulsaggini, ti prego!". Poi la luce s'è spenta (trial somministrati al buio perché la luminosità non interferisse con lo svolgimento) e l'esperimento è stato condotto a conclusione.
Il potere psicologico della soggezione è enorme, condizione in cui ti senti avvolto da un senso opprimente di timore alla vista di una particolare persona oppure di fronte ad una situazione che t'ispira manchevolezza individuale. Percepirsi intimiditi e considerarsi non all'altezza di uno standard ritenuto non eguagliabile sono entrambi fattori che esercitano pressione sul delicato meccanismo dell'auto-efficacia.
L'associazione d'idee più scontata che mi sovviene è la modalità d'attribuzione di significato per mezzo della quale un individuo con organizzazione depressiva dà struttura (ed interpretazione) al proprio bagaglio d'esperienza. Spaccature di rapporti importanti, l'attenzione selettiva per sfaccettature negative, la tendenza a colpevolizzare se stessi oppure gli altri circa le proprie mancanze oscillando fra inadeguatezza personale ed ostilità altrui, sono tutti fattori che concorrono all'assoggettamento al reale.

Nessun commento:
Posta un commento