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giovedì 17 ottobre 2013

Circuìti dalla soggezione.

Martedì 15 sono stata la cavia di un esperimento di psicofisica al CIMeC (Centro Interdipartimentale Mente/Cervello) di Rovereto. Questa non era di certo la mia prima volta, poiché sono ormai tre anni che cerco di partecipare attivamente alla ricerca scientifica, quando me ne viene data la possibilità. Non è nemmeno la prima volta che vengo sottoposta ad un esperimento che, in un modo o nell'altro, collega i colori con un qualche aspetto della realtà (per esempio, il ruolo del contrasto nella percezione di una profondità). La partecipazione odierna ha stimolato in me una riflessione che dal titolo si direbbe nulla possa centrare con il contenuto effettivo dell'esperimento. Questo è vero ed infatti non mi soffermerò di certo sugli aspetti metodologici né di contenuto di questo, bensì sul ruolo giocato dalla somministratrice nel contesto.
La maggior parte delle volte, lo sperimentatore non è l'ideatore delle ipotesi di ricerca e degli stratagemmi mediante cui testarle, bensì un tirocinante prossimo alla laurea oppure un dottorando. E' capitato raramente che mi venisse sottoposto un esperimento dal suo diretto inventore il quale, in molti casi, svolge un ruolo di supervisione sull'operato dei propri studenti). Così oggi: somminstratrice, una ragazza che avrà avuto su per giù 25 anni, probabilmente alle prese con la stesura della tesi. Accanto a lei, in laboratorio, quella che doveva essere la docente, nonché ideatrice dell'esperimento a cui dovevo partecipare. Sono stata fatta accomodare davanti al monitor ed ho firmato le scartoffie di routine per il trattamento dati e consenso informato; al che, tutto era pronto e si poteva cominciare. L'esperimento era suddiviso in 5 blocchi, ognuno dei quali prevedeva una breve introduzione (quale spiegazione al compito da svolgere) affidata alla tirocinante. Da subito, ho percepito un'aura di subordinazione che avrei potuto toccare da quanto spessa, un gap incolmabile tra studentessa e docente. Lo sguardo basso, un lieve fremito nella voce, i discorsi frastagliati, le ripetizioni e, nonostante tutto, un'impeccabile (ed autodifensiva) modalità brusca d'approccio al partecipante. Giunte al terzo blocco, la conferma. Terminati i commenti d'incipit al compito, un'occhiata che se avesse parlato avrebbe suonato: "Fa' che non abbia sparato un mucchio di insulsaggini, ti prego!". Poi la luce s'è spenta (trial somministrati al buio perché la luminosità non interferisse con lo svolgimento) e l'esperimento è stato condotto a conclusione.
Il potere psicologico della soggezione è enorme, condizione in cui ti senti avvolto da un senso opprimente di timore alla vista di una particolare persona oppure di fronte ad una situazione che t'ispira manchevolezza individuale. Percepirsi intimiditi e considerarsi non all'altezza di uno standard ritenuto non eguagliabile sono entrambi fattori che esercitano pressione sul delicato meccanismo dell'auto-efficacia.

L'associazione d'idee più scontata che mi sovviene è la modalità d'attribuzione di significato per mezzo della quale un individuo con organizzazione depressiva dà struttura (ed interpretazione) al proprio bagaglio d'esperienza. Spaccature di rapporti importanti, l'attenzione selettiva per sfaccettature negative, la tendenza a colpevolizzare se stessi oppure gli altri circa le proprie mancanze oscillando fra inadeguatezza personale ed ostilità altrui, sono tutti fattori che concorrono all'assoggettamento al reale.

martedì 6 agosto 2013

Nei pressi della morte.

Se vi contraddistingue la tendenza (anche lieve) alla superstizione, almeno una volta nella vita vi sarà capitato di augurare le peggio cose a persone che, per un motivo o per l'altro, vi hanno arrecato un qualche danno. Nel più estremo dei casi, potreste aver bypassato la stazione comune di "Quel Paese" ed aver spedito le vostre vittime dirette in bocca alla morte.
Quasi nessuno s'è fatto originale, augurando all'altro un attacco di panico.
...

Succede che quando desideri ardentemente qualcosa, lo strazio derivante dal mero sfiorare sembra amplificare il bisogno del voler possedere. Così accade che l'assaggio della morte magnifichi la consapevolezza insita in ognuno di noi d'esser presenza di passaggio, sulla faccia della Terra. Non esiste nulla di peggio dello sperimentare la possibilità della morte ed ogni volta uscirne sì illesi fisicamente, ma disintegrati mentalmente. Cos'è quindi un attacco di panico se non un fugace accesso alla scomoda verità di essere mortali?
Non sorprende che i disturbi d'ansia siano una tra le diagnosi più comuni nella psicopatologia e che comportino (per esempio, negli Stati Uniti d'America) costi molto elevati, in termini economici per la società e di sofferenza per le persone che li manifestano. Dal punto di vista descrittivo, si caratterizzano per livelli d'ansia e di paura (dipendentemente dalle specificità di ogni disturbo) sopra la norma. In quanto frutto di attivazione psicofisiologica differente, è utile distinguere l'ansia dalla paura; nel primo caso, l'arousal è infatti moderato e induce irrequietezza oppure tensione, mentre nel secondo elevato con sintomi quali sudore profuso e difficoltà respiratorie. Entrambe le reazioni possiedono un importante valore adattivo garantito dall'azione del sistema nervoso autonomo per mezzo della divisione simpatica; se la paura ci avvisa di un pericolo imminente a cui opporsi con la lotta o, al contrario, dal quale fuggire, l'ansia ci permette di prevedere, individuare future minacce, consentendoci di affrontare oppure di evitare situazioni potenzialmente pericolose. In modo intuitivo si capisce come il non riconoscimento di attivazioni di questo genere possa condurre al mantenimento di circoli patologici che traggono alimento da convinzioni, stati mentali, che non rispecchiano la realtà. Se, per esempio, non sono in grado di riconoscere la risposta fisiologica d'ansia successiva ad una determinata situazione, tenderò ad interpretare le reazioni del mio organismo in modo distorto, compiendo un errore metacognitivo d'attribuzione del significato. Ciò non fa che aumentare la percezione del pericolo, dell'imminenza del potersi trovare nella situazione x tanto temuta che si è cercata di allontanare con ogni mezzo disponibile. Alla basa, perciò, vi è la mancanza di una viscerale alfabetizzazione emotiva al riconoscimento dei propri stati interni.

Il fobico, da intendersi quale strutturazione di personalità, o Organizzazione di Significato Personale in chiave costruttivista, si impegna in una serie di strategie che permettono lui di salvaguardarsi da uno o più eventi considerati distruttivi a prescindere dalla loro concreta essenza. L'illusione di poter controllare ogni situazione spiacevole fa perno su di un'esagerata considerazione di sé in termini di auto-efficacia: se, per esempio, sono convinta di riuscire ad evitare l'evento x, pur ingovernabile, nulla servirà a rendermi consapevole dell'inefficacia del mio agire su di esso. Così facendo, il fallimento non potrò che attribuirlo alla mia incapacità personale, al "non avere fatto tutto il possibile". Questo fa da incipit ad un logorio mentale senza tregua, rimuginio il cui risultato aggrava la già precaria condizione dell'individuo che ne sfrutta le potenzialità. Da qui diparte poi la tendenza a visualizzare unicamente il lato negativo dell'esperienza, con previsioni catastrofiche circa le proprie incolumità e sopravvivenza.
La crisi di panico è, pertanto, un miscuglio di travisamenti concatenati che conducono alla percezione di stare-per-morire, ivi sorretta dalle sensazioni di un corpo che si attiva esageratamente per far fronte ad una fonte di stress alla cui costruzione partecipa anche (e soprattutto) l'individuo.
Sembrerebbe proprio il caso in cui "chi è causa del suo mal pianga se stesso".

mercoledì 1 maggio 2013

Ora spiegami perché sei un altruista.

Premessa: non dovrei erompere dall'ambito della psicologia clinica, eppure un tema come l'altruismo non può non essere snocciolato anche all'interno di alcune teorie che psicologiche non sono. La biologia, per esempio, ci aiuta a definire in modo chiaro il fenomeno, soprattutto indicandoci quali ne siano le principali strategie. Di queste, l'unico elemento di differenziazione sono le modalità con cui vengono messe in atto ed i fini, per così dire parziali, ma non l'obiettivo di fondo che accomuna tutte le specie animali. Il gesto altruistico comporta sempre uno sbilanciamento tra donatore e ricevente in termini di costi e benefici ed ha una maggior probabilità che si verifichi tra individui strettamente imparentati ed in popolazioni medio-piccole, queste caratterizzate da interazioni ripetute tra parti in gioco. Possiamo così riassumere quanto detto:
  • B > zero;
  • BxR > C;
formula in cui B è uguale al beneficio del ricevente, C al costo del donatore ed R al grado di parentela.
Laddove l'atto altruistico sia orientato verso individui altruistici e comporti per il ricevente un beneficio superiore al costo sostenuto dal donatore, si potrà sperare in un aumento della fitness* media degli altruisti poiché il costo del gesto verrà compensato dalla presenza del gene dell'altruismo nei beneficiari. Per esempio, i pipistrelli vampiro sacrificano le proprie risorse, cibo ed energie, al fine di favorire individui che si trovano in difficoltà". In una forma sociale di questo tipo, definita "eusocialità" è molto più semplice che si diffondano i comportamenti altruistici a cui si è accennato.
Il punto chiave è che il gesto altruistico, per essere ottimale, deve essere reciproco: tra l'altruista ed il beneficiario è necessario si costituisca uno scambio di ruoli regolare affinché questa cooperazione diventi un fattore di sviluppo. Capacità mentali quali, per esempio, distinguere i consanguinei dagli estranei, riconoscere i gradi di parentela e saper smascherare i cheaters (gli egoisti, i cosiddetti "imbroglioni") si elevano a pressione selettiva; il risultato è un insieme di abilità cognitive sofisticate che permettono un buon adattamento all'ambiente naturale e relazionale. Laddove io sia in grado di riconoscere gli individui, ricordare i favori (dati e ricevuti), mantenere una memoria a lungo termine, effettuare stime di costi e benefici e sviluppare strategie di condotta (per esempio a tutela dell'onestà reciproca), potrò sostenere di aver raggiunto una meta evolutiva importante. Ma non tutto procede lineare, altrimenti non ne parlerei in questa sede: intuitivamente, il comportamento altruista è soggetto allo sfruttamento poiché la selezione naturale favorisce gli egoisti all'interno del gruppo, facilitandone la diffusione, con conseguenze spesso emblematiche.
Ma ora accantoniamo Darwin e successori per occuparci delle possibili dinamiche che sottostanno al fenomeno per cui "dare e fare per gli altri, in modo incondizionato". Lanciamoci nel baratro specificamente umano. Prima si cancella la convinzione che l'atto altruistico sia "disinteressato" e meglio è perché semplificherà la presa di coscienza nei confronti del gesto stesso. Dovremmo infatti considerarne la reale natura, ossia immaginarlo alla stregua di una strategia di adattamento privilegiata che permette di controllare potenziali eventi di perdita, rifiuto ed abbandono. Modalità caratterizzante lo stile di personalità tendente a disturbi depressivi (un concetto simile ma che non coincide con quello di disturbo depressivo), si manifesta in quei soggetti che la psicologia cognitiva definisce "oblativi". Amare ed offrire senza la pretesa di esser contraccambiati dicono sia un'esperienza meravigliosa più per chi dà rispetto a chi riceve; l'affermazione non mi trova completamente d'accordo. Il beneficio è significativo per entrambi, solo va traslato in due dimensioni differenti. Serve al donatore per mantenere una coerenza interna, in linea con le attribuzioni di significato costruite in infanzia, fanciullezza ed adolescenza; serve al beneficiario dipendentemente dagli scopi. A mio avviso, l'altruismo si costituisce come un egoismo mascherato nella misura in cui ogni gesto assolva ad un compito particolare nel mantenimento della propria integrità. Pertanto, la persona si obbliga ad assumere un ruolo di supporto nelle relazioni considerate essenziali e le cause di eventi critici come per esempio rotture, perdite e separazioni vengono attribuite alla propria inadeguatezza. La convinzione cardine è che sia sempre in agguato la possibilità di poter deludere l'Altro significativo, un elemento a prescindere dal quale (soprav)vivere non sembra poi così indispensabile.

* Successo riproduttivo di un individuo o di uno specifico genotipo.

sabato 27 aprile 2013

Cibo, mi disturbi.


Video noto e non troppo recente, il frutto di una campagna pubblicitaria di sensibilizzazione in merito ai sempre più diffusi disturbi dell'alimentazione o, per volerla dire in ottica costruttivista, Disturbi del Comportamento Alimentare. Ogni volta che lo visualizzo cresce un moto d'empatia; da pelle d'oca.
Una fanciulla si esplora davanti ad uno specchio, pizzica i fianchi, le cosce, le guance, ed una lacrima le percorre il viso quasi assorto, disperso nell'immagine distorta che le viene rimandata. Quasi alla stregua dello specchio, anche lei riflette: «Qualche cosa non torna, non dovrei trovarmi in questo stato. Oltre a controllare, monitorare e prevenire, cos'altro fare?».
Innanzitutto, si pensi ad una categoria nosografica globale in cui inquadrare i disturbi alimentari generalmente riconosciuti in ambito clinico (da DSM, per intenderci), ossia anoressia e bulimia nervosa. Al fine di parlare un linguaggio comune, infatti, gli specialisti adottano classificazioni descrittive per mezzo delle quali identificano una patologia dopo averne individuato alcune manifestazioni peculiari, quelle che comunemente definiamo "sintomi". Il rischio insito a questo modo d'agire, però, è la categorizzazione rigorosa a prescindere dal racconto autobiografico di ciascuno, riconducibile a quell'individuo ed a nessun altro. Questa parentesi è doverosa poiché una delle sfide più ardue, per i recenti approcci psicopatologici, è il passaggio dalla logica descrittiva alla logica esplicativa, quest'ultima più funzionale ai bisogni del paziente ed agli obiettivi terapeutici. Rimando a due pagine di Wikipedia che in breve spiegano i limiti ed i punti di forza di questo nuovo approccio alla comprensione ed al trattamento dei disordini mentali.


Armati della "strumentazione adeguata", diviene possibile ascrivere il comportamento anoressico-bulimico lungo un continuum evolutivo, lasciandosi alle spalle differenziazioni nette. Riusciamo in questo modo ad identificarlo come un sintomo ambivalente e multideterminato poiché spesso i pazienti manifestano una commistione delle due forme, oppure transitano dall'una all'altra nell'arco dell'esperienza patologica. Il substrato comune di anoressia, obesità psicogena e bulimia è un'organizzazione della conoscenza che si declina in forme differenti di espressione individuale (comportamentale) e che dipende dall'ambiente evolutivo-familiare e socio-culturale in cui l'individuo è immerso e di cui è costruttore attivo. Limitandoci a quest'ottica, nel comportamento anoressico-bulimico viene individuato un estremo tentativo di:
  • ottenere ammirazione, conferme;
  • sentirsi unici, speciali;
  • opporsi ad eccessive aspettative genitoriali;
  • sviluppare un senso di autonomia e di individualità, per esempio mediante la disciplina del corpo ed il controllo del cibo.
Oltre a ciò, tendenzialmente, si rilevano alcuni tratti cognitivi tipici:
  • una percezione errata della propria immagine corporea;
  • un pensiero infantile "tutto o nulla";
  • pensieri/rituali ossessivo-compulsivi;
  • un pensiero magico-persecutorio relativamente a sé ed alla realtà sociale.
Concludendo, il grande amore per le nozioni ora lascia spazio all'interpretazione: la società, oltre che alle famiglie ed ai pazienti, si trova a combattere un disturbo il cui sintomo profondo è una rivolta testarda ed emblematica verso il Sé attraverso il corpo, il raggio d'azione dell'individualità. Prima che alla patologia, sensibilizziamoci alla valorizzazione del corpo come strumento primo di interazione con il mondo e con gli altri, come entità che "agisce i nostri pensieri".