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martedì 25 giugno 2013

Apologia del figlio unico.

Leggendo uno degli svariati libri che devo preparare per un esame venturo, m'imbatto in una breve descrizione, estratto che riporto:
<<In primo luogo la mancanza di fratelli e cugini crea un vuoto sociale nella vita del bambino. [...] La loro assenza si fa risentire nello sviluppo del bambino. Questa è una cosa molto nota agli insegnanti che si accorgono subito se un bambino è figlio unico oppure ha altri fratelli.>>
Venuti, P., 2007. Percorsi evolutivi. Forme tipiche e atipiche. Carocci editore S.p.A., Roma
L'autrice sostiene che lo sviluppo equilibrato ed armonico delle competenze (tra cui cognitive e visive, pratiche ed adattive) sarebbe il risultato necessario dell'interazione precoce del bambino con bambini di età simile, all'interno del contesto familiare. Pertanto, il figlio unico si troverebbe a sperimentare la mancanza di scambi sociali importanti e questo influirebbe sul normale sviluppo delle funzioni mentali che permetteranno lui un confronto adattivo con il mondo. Una delle motivazioni fornite è che il bambino, non avendo spazi adeguati e partner di gioco con cui condividere le tappe progressivamente raggiunte, propenderebbe verso attività cognitivo-visive a scapito di attività fisico-motorie. Dal momento che l'utilizzo di una funzione conduce a migliorarne le strategie di messa in atto, capiamo che il risultato è di necessità un bambino "maturo" dal punto di vista delle competenze astratte, ma ancora "scarso" dal punto di vista di quelle concrete. Potremmo quindi trovarci ad interagire con bambini che gestiscono in maniera ottimale il ritmo della conversazione con un adulto da un lato, ma che dall'altro "sono incapaci di allacciarsi una scarpa o saltare una corda".
Da figlia unica, inizialmente, mi sono rivista nella descrizione; ho sempre preferito la televisione, il computer ed un buon libro allo scazzottare con gli amici. Da scienziato, però, devo fare un passo indietro.
Attribuire il divario tra assimilazioni cognitive e pratiche all'esposizione o meno a stimoli contestuali tra pari (ossia il bisogno che ha il bambino di confronti precoci con i pari) mi sembra un poco azzardato. Specialmente in virtù del fatto che un minimo di sviluppo asimmetrico permane anche laddove il contesto interpersonale rispetti le caratteristiche ideali sopra delineate. E' normale, anzi auspicabile, che ognuno sviluppi modalità preferenziali d'approccio alla realtà; ciò che va salvaguardato, se vogliamo, è che vi sia una buona integrazione tra cognitività, affettività ed azione sul circostante. Sbilanciamenti eccessivi sono sì problematici, con effetti di ipertrofia rispetto a determinati stati mentali, ma appare riduttivo soffermarsi ai primi contatti tra pari instaurati dal bambino nel proprio ambiente. Enfatizzo il "tra pari" perché è ovvia l'importanza rivestita nel periodo di infanzia e fanciullezza dall'interazione tra persona in via di sviluppo e caregiver, ma un po' meno vagliata l'ipotesi che tanto sia essenziale la presenza di fratelli oppure cugini per una crescita cognitivo-affettiva e prassica. L'idea è comunque che la vita sociale tra simili cominci molto presto, a partire dai 3 anni con l'ingresso in scuola dell'infanzia, ed in casi sempre maggiori ancor prima. Giusto per attutire il contraccolpo della solitudine da figlio unico, no?!
Io credo siano altre le questioni che interessano in modo più diretto la condizione del figlio unico, una tra queste il carico di aspettative con cui si trova a combattere tutta la vita. Fare molto e molto bene, dove ciò che conta è la performance, pratica o cognitiva che sia, dimensione spesso derubata della componente emozionale.
Titolo di coda. Non ho mai imparato a saltare la corda.

lunedì 6 maggio 2013

Indipendentemente dipendente.


Qual'è il numero delle "cose" da cui è possibile dipendere? Potenzialmente infinito se pensiamo ai vizi che contraddistinguono l'essere umano. Dipendenza dalle sostanze, dal cibo, dal sesso, dalle arti e dai gesti; dipendenza dalle persone. La meno auspicabile, a mio avviso, perché realizza in pieno il motto del "lasciarsi vivere". Badare, non ci si lascia vivere da tutti, bensì da pochi (anzi, molto spesso da un'unica persona) a seconda della fase evolutiva in cui si è immersi e questa peculiarità rende il quadro ancora più complesso. Se in infanzia e fanciullezza è naturale, necessario, dover dipendere dalle figure di accudimento, con l'adolescenza si dovrebbe assistere al graduale allontanamento finalizzato all'emancipazione, il processo mediante cui individualizzarsi nella strutturazione di un'identità adulta integrata e stabile.
In meccanismi tanto fragili, anche un piccolo ingranaggio difettoso è sufficiente a compromettere le potenzialità dell'intero sistema. Questo, per esempio, è ciò che accade in un individuo che nel corso dello sviluppo maturerà un Disturbo Dipendente di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo C: ansioso/timoroso), una condizione morbosa appartenente alla stessa classe di cui fa parte il Disturbo Evitante di Personalità, accennato in un articolo precedente. Come dire, l'opposta polarità di un continuum evolutivo che si è imparato a considerare dimensionale e non categoriale. Se mi ripeto è perché credo sia davvero essenziale non cadere nel tranello della facile attribuzione di etichette, riuscire nel tentativo di superare i vincoli che ci incatenano al pensar comune.
Ribadita l'idea di fondo, una domanda, ora. Sareste disposti a subordinare i vostri bisogni a quelli altrui solo perché siete convinti sia l'unico modo per non incrinare alcuni legami significativi? Forse no, ma questo è ciò che sperimenta sistematicamente un individuo con Disturbo Dipendente di Personalità, scisso, oscillante fra uno stato mentale di auto-efficacia ed uno di vuoto disorganizzato. Vive battaglie quotidiane contro l'immagine che ha di sé come persona indifesa, debole e bisognosa di protezione; esaspera i rifiuti, non è in grado di concepire l'eventuale rottura di relazioni affettive importanti ed è convinto che la sua felicità dipenda dalla vicinanza di figure forti e supportive. Per controbilanciare le ansie ed i risentimenti che potrebbero provenire da critiche e disapprovazioni, tende ad essere disponibile fino alla nausea; è remissivo, dimesso. La convinzione che gli occupa buona parte dei circuiti può essere riassunta in un abbacinante «non discutere con chi ti accudisce, sii servile e vedrai che non ti abbandonerà».
Infine, dipendere non implica una condizione d'inevitabile passività, anzi; da studi recenti emerge la peculiare capacità di saper fare tutto quanto sia necessario al fine di mantenere relazioni intime significative, un'ideazione di strategie più o meno consapevoli che richiede un livello notevole di pianificazione del proprio agire e comprensione delle dinamiche dell'altro.