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mercoledì 22 maggio 2013

E tu, che fobico sei?

Rileggendo, mi sono accorta di aver scritto un articolo non proprio nelle mie corde; eccessivamente glassato di miele. Nonostante questo, credo costituisca un buon punto di partenza rispetto a ciò di cui vorrei parlare oggi, anche perché non prendersi troppo sul serio è l'unico modo per evitare il rischio di rimanere senza nulla da dire.
Nel precedente articolo ho infatti affermato quanto sia essenziale strutturare dei legami duraturi lungo il cammino che conduce al quieto vivere, soffermandomi sull'importanza dell'Altro in termini sia fisici che rappresentazionali. Ma qui mi sono arenata, come se avessi voluto trasmettere al lettore l'idea di un'inequivocabile condizione tutto-o-nulla. In psicologia spesso è così, parliamo per fenomeni prototipici avendo dalla nostra i costrutti di base sui quali successivamente andranno costruite delle teorie, con la speranza queste siano generalizzabili rispetto ad un campione di riferimento. Il limite è però quello di travisare i risultati, di mescolare i soggetti e gli oggetti delle ricerche, vanificandone l'essenza primaria. L'entusiasmo nel voler spiegare un qualsivoglia fenomeno incalza l'errore a venirci a cercare ed il più delle volte questo ci trova, spiazzandoci.
Stabilire relazioni non è lineare come magari è apparso leggendo l'articolo che ho pubblicato qualche giorno addietro, anzi. Stabilire relazioni è un meccanismo complesso a cui la biologia riserva un solo piccolo aiuto, ossia la predisposizione a costruire legami di scopo che sono, per esempio, finalizzati alla riproduzione, alla cooperazione o al mantenimento di gerarchie ben precise. Ancora, "rapporti amichevoli" non significa "rapporti d'amicizia", così come "rapporti amorosi" non significa "rapporti d'amore". Il problema, se vogliamo, è che una relazione andrebbe letteralmente ingozzata di risorse sino quasi all'implosione; resa tanto pesante sarebbe poi difficoltoso sradicarla dal terreno. Eppure, è molto facile dimenticarsene e lasciare deperisca fino a spegnersi. Se mantenere rapporti è un compito così disastroso quando le persone sono in salute, si pensi alle possibili ed ancor più deficitarie declinazioni laddove le persone siano pazienti. Spesso risulta irrealizzabile un qualsiasi tentativo di costruzione di legami, ma non per volontà, bensì per oggettiva incapacità di cimentarsi nel nuovo. Per esempio, penso ad un paranoide (DSM-IV-TR, Disturbo Paranoide di Personalità, gruppo A: strano/eccentrico) che oscilla tra sospettosità ed ira funesta, oppure ad un narciso (DSM-IV-TR, Disturbo Narcisistico di Personalità, gruppo B: amplificativo/imprevedibile) che si barcamena fra la grandiosità ed uno stato di vuoto distanziante, entrambe condizioni in cui non può esserci nessuno oltre che lui. Cosa ci azzecca tutto questo con quanto lasciato intendere dal titolo? Molto ed anche molto poco. Di seguito proverò ad argomentare.
La psicologia cognitiva post-razionalista individua due tipologie di fobici o meglio, per essere più precisi, due condizioni pre-morbose che predispongono la persona allo sviluppo di una fobia. Se dal punto di vista descrittivo, ossia da DSM, le fobie appartengono alla classe dei disturbi d'ansia, dal punto di vista esplicativo, siamo invece chiamati a distinguere i disturbi d'ansia da quelli specificamente fobici. Dipendenti vs. autonomi, una terminologia che travalica il significato comunemente riservato a queste due sfaccettature di un'unica dimensione. Nutro una particolare simpatia per gli autonomi e voglio quindi provare ad isolarne l'aspetto relazionale, definendo quale ruolo rivesta l'Altro in un individuo così strutturato. Tralasciando le cause che pilotano l'organizzazione di conoscenza a volgere in questa direzione, prendete per buono che siano due le polarità principali: l'autonomo è "forte", l'autonomo è "solo". Forte nel senso che si è ben presto trovato a fronteggiare delle situazioni complesse per le quali ha dovuto maturare fermezza di carattere; cavarsela sempre e con assoluta freddezza, porsi e raggiungere obiettivi concreti senza che il dominio emotivo interferisse con il fine. Solo nel senso che ha precocemente appreso in che misura le persone possano essere inaffidabili e quanto l'averne bisogno non possa che allontanare dai risultati sperati. L'indipendenza, coltivata a partire dall'adolescenza, viene resa una compagna di viaggio fedele nella propria solitudine, mentre al contempo gli altri non fanno "né caldo né freddo" e di rado arrivano a toccare la sfera del sentimento. L'attivazione emotiva è pressoché compressa e viene inghiottita ogniqualvolta emerga in modo eccessivo (se di eccesso si può parlare). L'autonomo è schermato contro la costrizione dei legami, non resiste ai vincoli di fedeltà, blinda l'accesso all'Altro. Finché vive nella sua libera e forte solitudine è compensato, stabile, equilibrato. Ma cosa accade quando l'ambiente (interno o esterno) invalida anche una sola delle due polarità? Come reagisce il sistema quando sente minacciato, compromesso, uno dei suoi scopi più importanti? Ansia, paura; l'esordio fobico. L'individuo che ha un'immagine di sé come persona forte ed invulnerabile può cadere in scompenso laddove divenga realmente consapevole delle proprie mortalità e debolezza. E' per esempio il caso di malattie fisiche o di incidenti stradali, i quali minano in modo diretto la convinzione di essere al di sopra della comune fragilità che caratterizza l'essere umano. Ancora, a destabilizzare sono tutti quegli eventi che coinvolgono la condivisione di una vita con l'Altro, come per esempio un fidanzamento oppure l'inizio di una gravidanza. In casi come questi, il soggetto si sente colpito nell'idea che ha di sé come persona sola ed emancipata, una condizione maturata a partire dalle prime relazioni infantili, entro situazioni in cui ha appreso a contare unicamente sulle proprie capacità. Non sorprende che nella scelta dell'oggetto sessuale prediliga storie brevi e poco intense, che spesso ne mantenga in piedi più di una, che non appena si senta troppo coinvolto si dia alla fuga. Il pericolo e la minaccia sono pervasivi, generano ansia, inducono un'attivazione emozionale che l'autonomo non può gestire né rappresentarsi mentalmente; ecco perché indietreggia dandosi alla macchia, sparendo senza lasciare traccia se non il profumo del suo transitare.
Ora, signori, resta un problema. Spiegate voi alle persone che vorrebbero costruire un legame significativo con un tale individuo che questi non può perché fobico. Un fobico autonomo.

venerdì 17 maggio 2013

Non era di questo che volevo parlare.

Quest'interessante settimana è trascorsa proprio in scioltezza, da lunedì 13 a venerdì 17 senza eccessivi intoppi. Un poco ci speravo, così magari avrei dato adito alle credenze superstiziose che accompagnano giorni come questi. Invece, per mia sfortuna (!), sono obbligata a smentire tutto quanto. Sarà per la prossima. Il prossimo gatto, il prossimo sale rovesciato.
Sono in lotta perenne con la superstizione, non nel senso che mi ostacoli la vita, bensì per riuscire a debellare dal pensiero delle persone con cui interagisco alcune convinzioni tanto marcate. Spesso è una partita persa a priori, lo ammetto, mentre altre volte un qualche ragionamento più razionale si riesce a costruire, anche se guidato. Tuttavia, perché stupirsi delle piccole credenze del quotidiano, laddove succubi di una delle più invischianti superstizioni che attanagliano il genere umano, ossia sua Signora, la religione? Ho inghiottito la frase liquidatoria "questione di fede" tante di quelle volte da risultare indigesta. Ecco un'altra delle mie battaglie storiche, dal creazionismo a ciò che ne consegue. A furia d'investire tempo in guerriglie, sembra che non sia rimasta una briciola di quiete nella mia testa. Da morta avrò tutto l'agio del mondo per ripigliarmi dalle fatiche della vita vissuta.
Parentesi felice chiusa, fatemi rientrare nella tematica con cui ho aperto l'articolo: la superstizione. Lungi dal sostenere facili paragoni, mi azzardo ad inserire le credenze superstiziose all'interno del pensiero magico, bizzarra modalità di percepire ed interpretare la realtà circostante. Ne sono esempi la convinzione di essere chiaroveggenti oppure l'intestardirsi su presunte capacità telepatiche tra anime affini. Accendi la televisione e, vuoi per l'audience vuoi per altro, vieni bombardato da stimoli che sfruttano la predisposizione tutta umana a qualsiasi tipologia di credenza, purché stramba e non verificabile (o falsificabile, a seconda). Per dirne una, a me fanno morire i tizi che cianciano con i morti oppure fingono contatti extra-terreni in autoindotti stati di trance ipnotica. [Piccolo inciso, esistono tecniche di ipnoterapia finalizzate al recupero di pazienti per esempio afflitti da dolori cronici, ma qui trattasi di tutt'altra storia, converrete con me.] Così come quelli che ti vendono i numeri del lotto o ti leggono la mano; insomma, l'elenco è vario e davvero bislacco. Eppure, se non ci fosse domanda l'offerta si estinguerebbe, cosa che però non succede nel caso di tali "occupazioni". Ed il motivo che accomuna la propensione a sostenere queste convinzioni superstiziose è, se vogliamo, persino adattivo. Come t'avvinghi ad un dio perché altrimenti non sapresti come spiegare il mondo, così mantieni le tue convinzioni sul filo dell'incontrovertibilità; chi si prenderebbe la briga di sfatare verità a cui nemmeno è possibile accedere? Chi farebbe mai crollare un sistema di riferimento come la religione, bell'e che pronto, per incamminarsi sul sentiero tortuoso ed infinitamente lungo che conduce a spiegazioni alternative migliori? Forse solo colui che fa del dubbio la propria arma, lo strumento con cui al contempo difendersi ed attaccare. Lo scienziato. Intellettualmente predisposto ad accettare gli sviluppi della propria disciplina anche (e soprattutto) nel caso in cui distruggano anni di lavoro, rimesso ai fatti di una Comunità che non ha scopi, se non punti di partenza.
Per la seconda volta rientro in tema; quante divagazioni! L'obiettivo iniziale era infatti quello di contestualizzare il "pensiero magico" all'interno di un individuo che manifesta un Disturbo Schizotipico di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo A: strano/eccentrico). Anche qui, sarà per la prossima, già mi sono dilungata.
...
Un'ultima puntualizzazione. Esiste un modo per sperimentare telepatia tra anime affini; si chiama empatia.

martedì 14 maggio 2013

Sul bordo di una linea.

Esiste Collusione, un buco di 1333 corpi che camminano localizzato ai confini di un’ipotetica città. Tra due città, per l’appunto. Ecco poi Nardo; non chiamatelo Leo perché me l’offendete. Vuole che si citi la parte del suo nome meno incline alla piacevolezza, forse convinto rifletta l’essenza stessa del suo esserci, nel mondo. Infine Collisione, una dimensione svincolata dalla realtà situata si provi ad immaginare dove? All'interno della testa di Leo; non di Nardo, fregati. Sentilo che dice: “Ho del buono e me lo tengo stretto; gli scarti ve li regalo, prego di nulla.” Del resto, non che la privazione lo tocchi, anzi. Ma tocca i milletrecentotrentadue altri, e qui sorge la rogna. Un grattacapo modaiolo, l’aggravante. Infatti, un giorno si addita Nardo d’irrequietezza estrema, il successivo d’asocialità, quello dopo ancora di lussuria e via così, come in un quizzettone a punti. Ce-l’ho-ce-l’ho-manca! Ce l’ho-manca! Fino ad accaparrarsi il set di tutte le attribuzioni possibili. E' triste lasciarsi giochicchiare da persone ordinarie, non trovate? Anche perché se Leo ne divenisse consapevole, un ribaltone trasfigurerebbe la realtà degli eventi. Ma non c’è pericolo che ciò accada; è Nardo, noncurante, ad essere in contatto diretto con un fuori che lo etichetta, ad essere in linea con l’andazzo del codazzo. Ci starebbe un’imprecazione. Nardo non ne vede l’ora e difatti manco la vedrà; Leo vive una quiete tanto rassicurante e delicata! Condivide, è stimato da chiunque lo incontri per la strada (fibrosa della mente) e pensa al sesso entro i limiti del pensarci stesso.
Qualche dettaglio sembra non tornare; c’è qualcuno che sarebbe in grado di caratterizzarmi un Leonardo nella sua interezza? Perché altrimenti proprio non ne usciamo. O meglio, Leo ne esce, sì, ma per la maggior parte delle volte lacerato. Nardo invece poi ci entra quando più gli aggrada in quel suo mondo inconsistente, renitente, indifferente, esasperante. Come lui, quanto loro.

Questo è, se penso ad un individuo Border.

O da DSM-IV-TR, Disturbo Borderline di Personalità (gruppo B: amplificativo/imprevedibile).

venerdì 10 maggio 2013

Attrazioni deviate.

Lamento spesso il fatto di non essere una grande intenditrice ed amante di cinema. Appartengo alla piccola categoria di persone che preferisce la carta stampata allo schermo, mini o maxi che sia. Nonostante ciò, devo riconoscere che ci sono alcuni film a cui mi sento particolarmente legata; "Salò" è senza dubbio uno di questi. Capolavoro controverso, lo vidi per la prima volta al secondo anno di superiori e ricordo uno shock di una settimana intera. Non riuscii proprio a metabolizzarlo. Così come non riuscii a metabolizzare il romanzo a cui Pasolini si ispirò, ossia "Le centoventi giornate di Sodoma", scritto dal libertino de Sade nel 1785. Non che fossi matura a sufficienza per letture di quel tipo, certo, ma non lo sarei tutt'ora; infatti, sono convinta non esista una maturità sana che possa permettere la "digestione" di narrazioni così particolari. E poi ci si indigna per i romanzetti erotici, pazzesco!
Comunque, cito queste due opere perché realizzano in maniera straordinariamente esplicativa una classe ben variegata di disturbi sessuali, dal DSM-IV-TR classificati come parafilie. Feticismo, feticismo di travestimento, pedofilia, voyeurismo, esibizionismo, frotteurismo, sadismo e masochismo; chi più chi meno, tutti sanno a che cosa si riferiscano. Alcuni sono meglio conosciuti di altri, sia dal punto di vista ingenuo che da quello rigoroso della ricerca empirica. Per alcuni inorridiamo mentre ad altri semplicemente reagiamo con indifferenza o magari un commento in sordina. Sembra però che si sia sempre sulla scia della colpevolizzazione, soprattutto quando messi di fronte a situazioni che non si riescono ad assimilare all'interno di schemi forse poco addestrati alla flessibilità. E questo non per un'apologia di comportamenti in ogni caso patologici, bensì in virtù del fatto sia necessario almeno un minimo grado di vicinanza e comprensione verso chi manifesta disagi così invalidanti. I pedofili non sono tutti "omosessuali repressi", i sadici non si riconoscono a colpo d'occhio camminando per la strada, i feticisti di travestimento non sono quelli che vi movimentano le serate in discoteca, e via così. Non se ne può davvero più delle solite giustificazioni, anche se trovarne di migliori è un'impresa ardua; i ricercatori non dispongono tutti i giorni di pazienti smaniosi di raccontare al vento le proprie perversioni.
Ciò che accomuna le parafilie sembrerebbe essere un forte sentimento soggettivo di compulsione a governo del comportamento, l'impulso irrefrenabile ed incontrollabile di ricevere una gratificazione sessuale mediante l'utilizzo di oggetti inusuali. Questo nulla ha a che vedere con fantasie o sperimentazioni occasionali, naturali ed auspicabili nel cammino che porta alla strutturazione di un'identità sessuale sana ed appagante.
Resta aperto il grande interrogativo sul perché la (quasi esclusiva) totalità degli individui con parafilie sia costituita da uomini.

lunedì 6 maggio 2013

Indipendentemente dipendente.


Qual'è il numero delle "cose" da cui è possibile dipendere? Potenzialmente infinito se pensiamo ai vizi che contraddistinguono l'essere umano. Dipendenza dalle sostanze, dal cibo, dal sesso, dalle arti e dai gesti; dipendenza dalle persone. La meno auspicabile, a mio avviso, perché realizza in pieno il motto del "lasciarsi vivere". Badare, non ci si lascia vivere da tutti, bensì da pochi (anzi, molto spesso da un'unica persona) a seconda della fase evolutiva in cui si è immersi e questa peculiarità rende il quadro ancora più complesso. Se in infanzia e fanciullezza è naturale, necessario, dover dipendere dalle figure di accudimento, con l'adolescenza si dovrebbe assistere al graduale allontanamento finalizzato all'emancipazione, il processo mediante cui individualizzarsi nella strutturazione di un'identità adulta integrata e stabile.
In meccanismi tanto fragili, anche un piccolo ingranaggio difettoso è sufficiente a compromettere le potenzialità dell'intero sistema. Questo, per esempio, è ciò che accade in un individuo che nel corso dello sviluppo maturerà un Disturbo Dipendente di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo C: ansioso/timoroso), una condizione morbosa appartenente alla stessa classe di cui fa parte il Disturbo Evitante di Personalità, accennato in un articolo precedente. Come dire, l'opposta polarità di un continuum evolutivo che si è imparato a considerare dimensionale e non categoriale. Se mi ripeto è perché credo sia davvero essenziale non cadere nel tranello della facile attribuzione di etichette, riuscire nel tentativo di superare i vincoli che ci incatenano al pensar comune.
Ribadita l'idea di fondo, una domanda, ora. Sareste disposti a subordinare i vostri bisogni a quelli altrui solo perché siete convinti sia l'unico modo per non incrinare alcuni legami significativi? Forse no, ma questo è ciò che sperimenta sistematicamente un individuo con Disturbo Dipendente di Personalità, scisso, oscillante fra uno stato mentale di auto-efficacia ed uno di vuoto disorganizzato. Vive battaglie quotidiane contro l'immagine che ha di sé come persona indifesa, debole e bisognosa di protezione; esaspera i rifiuti, non è in grado di concepire l'eventuale rottura di relazioni affettive importanti ed è convinto che la sua felicità dipenda dalla vicinanza di figure forti e supportive. Per controbilanciare le ansie ed i risentimenti che potrebbero provenire da critiche e disapprovazioni, tende ad essere disponibile fino alla nausea; è remissivo, dimesso. La convinzione che gli occupa buona parte dei circuiti può essere riassunta in un abbacinante «non discutere con chi ti accudisce, sii servile e vedrai che non ti abbandonerà».
Infine, dipendere non implica una condizione d'inevitabile passività, anzi; da studi recenti emerge la peculiare capacità di saper fare tutto quanto sia necessario al fine di mantenere relazioni intime significative, un'ideazione di strategie più o meno consapevoli che richiede un livello notevole di pianificazione del proprio agire e comprensione delle dinamiche dell'altro.

sabato 20 aprile 2013

Un evitante si dondolava appeso al filo di una ragnatela.

Pur trovando il gioco molto interessante, non andrà a chiamare un altro evitante.

Ancora un affondo nel mondo dei Disturbi di Personalità; in questo caso ci immergiamo nella dimensione del Disturbo Evitante di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo C: ansioso/timoroso), una condizione morbosa che presenta qualche analogia con il Disturbo Schizoide di Personalità, argomento trattato nel precedente articolo.
Dal punto di vista della definizione, tutti sapremmo indicare il significato del termine "evitare": sfuggire/astenersi da-, fare a meno di-, scansare, cercare di non incontrare qualcosa o qualcuno e via così. Da psicologi in erba verrebbe poi spontaneo generalizzare quanto detto ad un individuo che soffre di una psicopatologia che ne assume la denominazione; corretto in parte. Proviamo a contestualizzare.
L'evitante si sottrae alle relazioni interpersonali e vive nell'impossibilità di condividere, di appartenere. Ha un'idea di se stesso come persona incapace ed incompetente in ambito sociale, convincendosi di essere predisposto ad esperienze di rifiuto ed umiliazione. Per intenderci, ha una paura fottuta di sbagliare, di ricevere feedback negativi dall'altro, di manifestare le proprie ansie, un po' di rossore, un imbarazzo schiacciante. L'ambito lavorativo è primariamente compromesso, in quanto la persona tende ad eludere i ruoli di responsabilità, ridimensionando aspettative ed ambizioni. Mentre lo schizoide è "oggettivamente" incapace di costruire relazioni stabili (non che ne sia interessato), i desideri dell'evitante sono globalmente direzionati all'appartenenza ed all'accettazione che derivano dal contatto con l'Altro significativo. Il pensiero è centrato su convinzioni del tipo «non ti posso lasciar avvicinare a me perché scopriresti quanto io sia inadeguato, inetto, ridicolo». Non a caso, è l'evitamento (emotivo, comportamentale e cognitivo) lo strumento adattivo di cui si serve il paziente affetto da Disturbo Evitante di Personalità per non incorrere in situazioni in cui vi sia in gioco, anche solo potenzialmente, la dimensione del giudizio. Infine, la disforia sembra essere la componente emozionale centrale, primaria; una sorta di ansia mista a tristezza.
Devo rinunciare agli obiettivi di vicinanza e condivisione in cui tanto spero, benché questo mi distrugga. Vorrei confidarmi, credere che il mio parere possa interessarti, accettare la contraddizione come eventuale e possibile traguardo. Vorrei farcela, davvero.

venerdì 19 aprile 2013

Beata autonomia!

Ascrivibile alla categoria diagnostica Disturbi di Personalità, il Disturbo Schizoide di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo A: strano/eccentrico) è di certo tra quelli che maggiormente stuzzicano la mia immaginazione. Forse perché me ne trascino dietro alcuni tratti e, da brava studentessa, ne prendo atto. Conoscere stimola la comprensione, la comprensione motiva l'auto-efficacia e l'auto-efficacia induce una buona stima di sé, anche laddove alcune caratteristiche individuali cozzino un poco le une con le altre. Nessun problema, di tempo per esibire bandiera bianca ce n'è a fiumi; meglio coltivare minuti da dedicare alle piccole guerriglie del quotidiano.
Ad uno schizoide non interessa nulla di te, di come vivi e ti comporti, di quali siano le tue aspettative, se e per mezzo di chi raggiungerai i tuoi obiettivi. Un individuo così strutturato brilla di luce propria, si ciba di libertà d'azione condita a distacco emotivo, non permette lo "invischino" in faccende superficiali e per lui di alcuna importanza o interesse. Per uno schizoide non può esistere relazione sociale sana ed "autosufficienza" è la parola d'ordine, la chiave d'accesso ad una qualunque situazione. Visibili sono gli atteggiamenti di chiusura, una difesa adattiva che si è sviluppata per far fronte ad eventi come una convivenza oppure confronti obbligati con gli altri.
Alza lo sguardo e volgilo al di là del monitor; ecco, lo vedi? Lo schizoide ti siede di fronte, impassibile, estraniato (dissociato?), indifferente ai complimenti così come alle critiche, noncurante del giudizio altrui. Incrocerà per caso il tuo sguardo, forse, ma non aspettarti ricerchi spontaneamente la compagnia, né una parola di conforto od anche solo di circostanza. Procede da solo e se potesse abolire i gruppi di lavoro proporrebbe team di ricerca rivoluzionari poiché singoli, schermati, a prova d'intrusione.
D'impatto, manifestazioni comportamentali di questo tipo risultano incomprensibili, quasi fastidiose, ma è necessario non dimenticare che sono gli unici strumenti di cui un individuo con Disturbo Schizoide di Personalità dispone, le sole modalità per mezzo delle quali esprime il proprio universo interiore.

sabato 13 aprile 2013

Problemi di terminologia.

«Sai l'altra sera, no? Dovevo uscire con quella di cui ti ho un po' parlato.»
« Certo, ricordo! Dai, racconta... come ti è andata?»
« Te la faccio breve, è una frigida del cazzo! L'ho capito subito, io.»
« Ah, mi spiace. Brutta razza quelle. Ma non pensarci, ti rifarai.»

Ora, è bizzarro che nel 2013 sia ancora in auge il termine "frigidità". Ancora più strano è che venga impiegato da uomini e donne, quasi indistintamente. E se nel primo caso l'obiettivo è, per esempio, giustificare una serata priva di piccante dopo-cena, nel secondo caso le motivazioni si accavallano: competizione, invidia, non volerci mettere del proprio per andare oltre. Specifico, non mi soffermerò a parlare di rapporto tra donne, contrariamente il dialogo iniziale non avrebbe ragion d'essere. Poveri uomini, sempre presi di mira! In questo caso sì, vi meritate una critica feroce.
Comunemente definita "frigidità", concezione che trasuda stantio, il disturbo dell'eccitazione sessuale femminile (DSM-IV-TR)* è riconosciuto e diagnosticato, inscritto nella macrocategoria "disfunzioni sessuali". Per di più, si accompagna con un altro disturbo molto caro alla compagine maschile, quella che (sempre comunemente) viene definita "impotenza", ossia il disturbo maschile dell'erezione. Due dimensioni speculari, non trovate? Sembrerebbe che maschio e femmina si completino anche nella patologia. Uomini cari, il punto critico è la demonizzazione di una condizione che avete in parte contribuito a strutturare, in millemila anni di sottomissione. Com'è che riuscite a pensare, addirittura a sostenere, che le donne trovassero una motivazione per tenere alti gli standard delle loro prestazioni sessuali, quando loro veniva negato il diritto minimo all'appagamento? Perché mantenere un'eccitazione costante se l'unica a goderne era la patria? La spinta biologica alla conservazione della specie giustifica in parte, ma non satura il quadro delle spiegazioni possibili.
Gli anni così passavano e le donne iniziarono a costruire un'organizzazione cognitiva ed emotiva particolare nel tentativo di attenuare lo scompenso: in questo caso, una difesa adattiva che permise loro di evitare rapporti sessuali infelici.

* Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, edizione quarta riveduta. Sistema diagnostico adottato negli USA. Siamo in attesa della quinta.