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mercoledì 16 settembre 2015

Un'epoca in cui.

Camminare è un buon esercizio. No, non per il fisico.

Vivo in un'epoca in cui non posso uscire a fare sport in pantaloncini e canotta che subito vengo guardata e bramata come fossi la più consumata delle troie.

In un'epoca in cui non posso difendermi laddove un uomo abbia già deciso di volermi a ogni costo.

In un'epoca in cui ho un partner che si compiace nell'espormi come un bell'oggetto anziché proteggermi dagli sguardi insistenti altrui.

In un'epoca in cui abusare di una donna fa guadagnare un video su YouTube, due selfie e migliaia di commenti divertiti.

In un'epoca in cui non basta sia dipendente sul posto di lavoro, ma in cui è necessario lo sia anche tra le pareti di casa.

In un'epoca in cui se dico di volermi iscrivere a un corso di autodifesa vengo derisa.

In un'epoca in cui lievemente femminile sono una cagna e lievemente maschile sono una cessa.

In un'epoca in cui non arrivo a guadagnare lo stipendio di un uomo nonostante svolga meglio il suo lavoro.

In un'epoca in cui se le mie relazioni si sfasciano è poiché ho esagerato, tradito, ingannato, distrutto, illuso, ignorato, mentito, pensato solo a me stessa.

In un'epoca in cui mi rinfacciano che «Avete voluto le pari opportunità?» solo perché a me pagano da bere.

In un'epoca in cui devo abbassare lo sguardo affinché non venga scambiato per una provocazione.

In un'epoca in cui fatico a chiedere al partner del momento, o della vita, di fare l'amore con me, per paura di venire giudicata o respinta.

In un'epoca in cui se arrivo in cima alla gerarchia socio-lavorativa è solo perché me li sono fatta passare tutti.

In un'epoca in cui è inimmaginabile possa essere sia bella che acculturata, spiritosa, riflessiva, paziente, disponibile, presente.

In un'epoca in cui è scontato debba apprezzare i commenti vogliosi che mi vengono rivolti, perché è così che comanda la natura femminile.

In un'epoca in cui vengo ancora dileggiata perché ho il ciclo!

In un'epoca in cui se sono troppo intraprendente non riesco a conservare un partner per più di una settimana.

In un'epoca in cui o sono eccessiva o sono invisibile.

In un'epoca in cui mi chiedono quanto voglia, ricevo fischi dall'alto delle vetture, mi vengono rivolti gesti eloquenti dai finestrini, mi invitano ad accettare un passaggio.

In un'epoca in cui nemmeno le donne rispettano le donne.

In un'epoca in cui, nonostante ciò che sono costretta a tollerare, non sarei mai voluta nascere carnefice.




[All'altezza di Inezgane Ait Melloul, Souss-Massa-Draâ, Marocco; una foto che scaccia tutti i pensieri.]

venerdì 30 gennaio 2015

Continua a cercare.

Era appena il 4 di settembre quando mi dilungavo in profonde riflessioni sulla solidarietà femminile; in  Donne du du du, infatti, potete trovare la maggior parte dei dilemmi nuovi di ieri e vecchi di oggi. Dopo aver riletto l'articolo non posso che biasimarmi: tanta fatica per nulla. Mille vane speculazioni quando poi la risposta ti viene lanciata in faccia dall'esperienza, spiaccicandocisi come una torta alla panna dal gusto rancido. Non che avessi torto, dal momento che già sembravo propendere per l'inesistente applicazione del sensazionale concetto della "solidarietà femminile". Riservavo però un piccolo spiraglio per l'insinuarsi del dubbio. Ma quando mai.
A distanza di poco, ho avuto modo di sperimentare un duplice senso d'esclusione di matrice femminoide; pur nella nicchia della desolazione, due eventi illuminati. Anche se può sembrare sensazionale,  in realtà non lo è; la chiamano "arte della razionalizzazione". Per intenderci: lo sterco non ha mai cambiato odore poiché baciato dal sole, al massimo s'è rinsecchito. Lo stesso vale per le situazioni sgradevoli, che pur essendo chiarificatrici mai risultano facili da metabolizzare; al massimo le metti in quarantena. Mi venga perdonato il linguaggio poco ortodosso ma, del resto, pare sia l'unico che riesca a giungere là dove ci si prefigge debba arrivare. Anche l'aver coniato il termine "femminoide" un po' mi disgusta, data la mia vicinanza alle battaglie contro la discriminazione femminile. Eppure, quest'attuale dimensione di sfinimento misto ad afflizione fa di me una persona cinica. E qui siamo ben oltre la soglia della normalità.
A chi non è mai capitato di dover entrare a far parte di un gruppo già formato? Succede più spesso di quanto si creda: dalle squadre sportive alla famiglia del partner, dai team di lavoro alla comunità parrocchiale di non-so-che. Trascorriamo l'intera esistenza cercando di appartenere ad un qualcosa. In aggiunta a questo, è ancor più noto quanto sia difficile accumulare la fiducia necessaria a renderti un degno membro del gruppo agognato. Un cammino che non si saprà mai se e quando giungerà al termine, se e quando le risorse investite diventeranno la fonte di una qualche soddisfazione. Altre volte capita invece che tu nemmeno ci voglia provare a farti apprezzare, poiché hai già realizzato di non avere alcuna possibilità d'inclusione. Così facendo, arrivi a percepirti distante, eccessivamente lontano da tutto ciò che rende quel gruppo affiatato e coeso. Rimugini su cosa ti differenzi dagli altri e se ciò sia sufficiente a giustificare il Canyon che ti separa dall'orizzonte relazionale. Poi arriva il momento in cui nel sovraeccitamento generale incorri in un angolo di tranquillità: fermo a prendere fiato, riconsideri la posizione di chi ti circonda ammettendo che forse ci potrebbe essere un qualche elemento di distorsione dapprima non considerato. Del resto, è ciò che sempre accade laddove ci si addossino responsabilità non proprie. Con un quarto di verità stampato in faccia allora ti volti in direzione del gruppo di donne che ti ha ignorata per tutta la sera, evitando un anche minimo barlume di contatto visivo. Quell'agglomerato di pensieri e valori condivisi che nemmeno ha mostrato una punta d'interesse per spiare all'infuori di se stesso. Uno di quei rari momenti in cui riesci a sperimentare lo stato d'animo dello straniero, scisso tra le altrui proiezioni di preoccupazione e diffidenza. E se esiste una categoria circospetta per natura, questa è quella femminile; non serve aggiungere altro, assodato che di motivazioni biologiciste se ne conoscono tante.
Dal momento che le variabili della diffidenza e dell'avversione per il nuovo (o per il rischio) sono pericolosamente associate al non-agire femminile, caso vuole che non mi sia fatta mancare nemmeno una situazione in cui tali fattori fossero assenti. Infatti, se è complesso farsi strada tra vagine sconosciute, dovrebbe essere più semplice sopravvivere all'interno di un novero di vagine conosciute. None, oggi è tempo di smentite. Il mio unico errore, in questo caso, è stato quello di sopravvalutare il significato dei gesti compiuti in mesi e mesi di amicizia, sottostimando l'altrui propensione (forse inconsapevole) a smantellarti l'ansia con la trivella dell'angoscia. Nulla sembra essere mai abbastanza in fatto di legami; un'altra convinzione tipicamente femminile, del resto. L'idea, o il presagio, di essere stati bannati dai vostri stessi gruppi senza un apparente motivo, come vi farebbe sentire? Che vi renda tristi oppure vi lasci indifferenti, credo che comunque stareste peggio del realizzarlo con certezza. L'inevitabilità dei fatti non è quindi più lieta di un possibilismo sorretto dal sentimento della speranza?
Detto ciò, sarò onesta. Avrei dovuto pubblicare questo articolo ancora qualche settimana fa, nei giorni stessi in cui è stato scritto. Invece, per ragioni a me ignote, ho continuato a tergiversare; ma sì domani, finisco di studiare e lo rileggo, il titolo non è quello giusto, ed altri modi di procrastinare. Come se una minuscola porzione di me non ci credesse fino in fondo. Come se in realtà fossi ancora in allerta, magari in attesa del dettaglio che avrebbe potuto falsificare le mie convinzioni.
Come se fosse la speranza stessa a sperare che una persona come me potesse lasciare aperto un varco all'insinuarsi del dubbio. 

giovedì 4 settembre 2014

Donne du du du.

L'amico Freud è morto chiedendosi cosa davvero volessero le donne; io spirerò chiedendomi se esista o meno la solidarietà femminile.
C'è chi, ad inizio anno, stila la lista dei buoni propositi. Già di per sé, un buon proposito. E poi c'è chi come me si diletta in elenchi ben più inutili tuttavia divertenti: uno fra tutti, il 3W-WAW. Women With Women-Women Against Women. Ogni giorno infatti, in un modo o nell'altro, compaiono fatti che supportano oppure distruggono l'ipotesi che la vicinanza fra donne non sia una leggenda metropolitana alla Sex and the City.
Un giorno dico sì, la solidarietà femminile vivacchia tra noi. Esiste perché esser donna non è una scampagnata con cestello da picnic e sapere che siamo tutte sulla stessa barca potrebbe semplificare alcune questioni. Se non altro, in virtù della zavorra biologica che siamo costrette a sopportare.
Un giorno dico no, la solidarietà femminile ha tirato le cuoia (o forse manco mai è esistita). Proprio in funzione del fatto esser donna non sia cosa facile, s'attacchi quell'altra che ricorda la mia condizione.
Nella lista 2 cade la prima considerazione: è difficile trovare una donna che voglia bene a se stessa.
Qualunque sia la ragione, sarà sempre portata ad indirizzare la negatività che estrae dagli eventi (impossibile vedere solo in bianco) verso un proprio lato di personalità; solitamente l'appartenenza di genere. Ne consegue l'attribuzione interna della x variabile sgradevole ed il rimuginare sul perché non fili tutto liscio. Ma, notare! Vedere nero non ne ha mai direttamente implicato l'esistenza. Il verso giusto raramente sarà giusto abbastanza, mentre quello verosimilmente sbagliato lo sarà di certo.
Anche la seconda considerazione cade nella lista 2: voler bene all'amico è molto più semplice che non all'amica.
Per argomentare, devo addentrarmi nell'attanagliante universo dell'amicizia fra donne; già ne temo i frutti. E' consapevolezza comune che il concetto del "best friend" sia centrale nella concezione femminile del vivere di relazione. Molto più che per i ragazzi, per le ragazze vale la necessità del contatto ristretto con una simile. Una di quelle persone con cui condividere le proprie gioie ed i propri turbamenti, successi ed insuccessi, conquiste e privazioni. Una di quelle persone con cui condividere il letto, i vestiti, il cibo; le amicizie. Talvolta anche gli amori. Ci si può chiedere, non è forse solidarietà questa? Io mi rispondo che no, non lo è. Nello specifico, in virtù del fatto i legami morbosi difficilmente risultino essere solidali. Soprattutto poiché gli effetti vanno in direzione opposta rispetto alle aspettative: l'attaccamento sfocia nell'emulazione, il contatto nella gelosia, la presenza nell'invidia. Le piazzate migliori avvengono quando una delle due intraprende la vita di coppia, passo che non induce necessariamente a cambiare ma che appare sufficiente per far dire all'altra che non sei più la stessa. Traducendo il gergo dialettale, mia nonna diceva a ruota che "le amiche sono sempre abbastanza amiche ma mai amiche abbastanza".
L'amicizia fra uomo e donna è invece più semplice: non percepisci il bisogno di doverti ad ogni costo sintonizzare sul pensiero dell'altro, lo scambio comunicativo è pari seppur tra dissimili, non devi fingere di apprezzare ciò che apprezza l'altro per il quieto vivere ed il disaccordo di certo non demolisce il ricordo dei vissuti comuni.
La terza considerazione rientra anch'essa nella lista 2 (comincio a chiedermi se non abbia già definito per quale delle due opzioni propendere): le donne sono spesso più inclini al giudizio ed all'etichettatura delle altre donne rispetto agli uomini.
Roba di tutti i giorni, gli insulti di genere. Ne sono tappezzati i social, nonché la vita reale. Da parte degli uomini non è nulla di nuovo: qualsiasi motivazione giustifica l'attacco gratuito alla femminilità. Quando però sono le donne stesse ad infierire, viene spontaneo un tentativo di spiegazione. Io ci provo spesso, ma ogni motivazione che trovo m'appare più stupida ed inconcludente dell'altra. 1. Non c'è più quella netta divisione uomo-donna tale per cui le credenze dell'uno debbano contrastare con le credenze dell'altra. Tradotto, un'omologazione del sistema dei valori? 2. Il desiderio di apparire "uguali" agli uomini, nonostante la palese diversità venga sottolineata di continuo, motiva l'agire femminile. Tradotto, dipendenza dal modello machista? 3. La proiezione del sentimento d'inadeguatezza personale nonché di pochezza intellettuale nell'affrontare questioni antiche come il mondo, vedi le discriminazioni di genere. Tradotto, il classicone dell'invidia? E l'elenco continua, coinvolgendo abduzioni più o meno biologiche, più o meno psicologiche. Direi non ce ne sia una plausibile, figurarsi attendibile.
Quarta ed ultima considerazione; inseritela voi nella lista corretta: è uno sforzo spesso eccessivo valorizzarsi in quanto donne.
Questo almeno finché il valore della femminilità verrà ritenuto una conquista e non un dato di fatto. Gli uomini hanno raramente dovuto dimostrare a qualcuno quale fosse il significato ultimo del loro esser nel mondo; al contrario di quanto è avvenuto ed avviene per le donne. Una partita individuale contro il senso comune che non lascia spazio a buonismi né tanto meno a gesti solidali; e qui sbagliamo. Così finisce che quella che insegue la carriera sia troppo emancipata, quella che si sacrifica ai doveri familiari una mediocre, quella single una sgualdrina, quella lavoratrice con famiglia una che ha osato troppo, quella che si fa picchiare tra le quattro mura di casa una che se l'è meritato. Un panorama nel quale non sembra rientrare manco un briciolo di quella che chiamiamo solidarietà.


Perché nelle favole non è il mago cattivo a gettare il malocchio sulle fanciulle bensì la strega malvagia? Perché nei miti Era non inizia a castigare Zeus invece che le donzelle con cui copula? Persino la letteratura mistifica il rapporto fra donne, enfatizzandone i conflitti.
Cos'altro aggiungere; penso morirò con molte più certezze rispetto a Freud.