Rileggendo, mi sono accorta di aver scritto un articolo non proprio nelle mie corde; eccessivamente glassato di miele. Nonostante questo, credo costituisca un buon punto di partenza rispetto a ciò di cui vorrei parlare oggi, anche perché non prendersi troppo sul serio è l'unico modo per evitare il rischio di rimanere senza nulla da dire.
Nel precedente articolo ho infatti affermato quanto sia essenziale strutturare dei legami duraturi lungo il cammino che conduce al quieto vivere, soffermandomi sull'importanza dell'Altro in termini sia fisici che rappresentazionali. Ma qui mi sono arenata, come se avessi voluto trasmettere al lettore l'idea di un'inequivocabile condizione tutto-o-nulla. In psicologia spesso è così, parliamo per fenomeni prototipici avendo dalla nostra i costrutti di base sui quali successivamente andranno costruite delle teorie, con la speranza queste siano generalizzabili rispetto ad un campione di riferimento. Il limite è però quello di travisare i risultati, di mescolare i soggetti e gli oggetti delle ricerche, vanificandone l'essenza primaria. L'entusiasmo nel voler spiegare un qualsivoglia fenomeno incalza l'errore a venirci a cercare ed il più delle volte questo ci trova, spiazzandoci.
Stabilire relazioni non è lineare come magari è apparso leggendo l'articolo che ho pubblicato qualche giorno addietro, anzi. Stabilire relazioni è un meccanismo complesso a cui la biologia riserva un solo piccolo aiuto, ossia la predisposizione a costruire legami di scopo che sono, per esempio, finalizzati alla riproduzione, alla cooperazione o al mantenimento di gerarchie ben precise. Ancora, "rapporti amichevoli" non significa "rapporti d'amicizia", così come "rapporti amorosi" non significa "rapporti d'amore". Il problema, se vogliamo, è che una relazione andrebbe letteralmente ingozzata di risorse sino quasi all'implosione; resa tanto pesante sarebbe poi difficoltoso sradicarla dal terreno. Eppure, è molto facile dimenticarsene e lasciare deperisca fino a spegnersi. Se mantenere rapporti è un compito così disastroso quando le persone sono in salute, si pensi alle possibili ed ancor più deficitarie declinazioni laddove le persone siano pazienti. Spesso risulta irrealizzabile un qualsiasi tentativo di costruzione di legami, ma non per volontà, bensì per oggettiva incapacità di cimentarsi nel nuovo. Per esempio, penso ad un paranoide (DSM-IV-TR, Disturbo Paranoide di Personalità, gruppo A: strano/eccentrico) che oscilla tra sospettosità ed ira funesta, oppure ad un narciso (DSM-IV-TR, Disturbo Narcisistico di Personalità, gruppo B: amplificativo/imprevedibile) che si barcamena fra la grandiosità ed uno stato di vuoto distanziante, entrambe condizioni in cui non può esserci nessuno oltre che lui. Cosa ci azzecca tutto questo con quanto lasciato intendere dal titolo? Molto ed anche molto poco. Di seguito proverò ad argomentare.
La psicologia cognitiva post-razionalista individua due tipologie di fobici o meglio, per essere più precisi, due condizioni pre-morbose che predispongono la persona allo sviluppo di una fobia. Se dal punto di vista descrittivo, ossia da DSM, le fobie appartengono alla classe dei disturbi d'ansia, dal punto di vista esplicativo, siamo invece chiamati a distinguere i disturbi d'ansia da quelli specificamente fobici. Dipendenti vs. autonomi, una terminologia che travalica il significato comunemente riservato a queste due sfaccettature di un'unica dimensione. Nutro una particolare simpatia per gli autonomi e voglio quindi provare ad isolarne l'aspetto relazionale, definendo quale ruolo rivesta l'Altro in un individuo così strutturato. Tralasciando le cause che pilotano l'organizzazione di conoscenza a volgere in questa direzione, prendete per buono che siano due le polarità principali: l'autonomo è "forte", l'autonomo è "solo". Forte nel senso che si è ben presto trovato a fronteggiare delle situazioni complesse per le quali ha dovuto maturare fermezza di carattere; cavarsela sempre e con assoluta freddezza, porsi e raggiungere obiettivi concreti senza che il dominio emotivo interferisse con il fine. Solo nel senso che ha precocemente appreso in che misura le persone possano essere inaffidabili e quanto l'averne bisogno non possa che allontanare dai risultati sperati. L'indipendenza, coltivata a partire dall'adolescenza, viene resa una compagna di viaggio fedele nella propria solitudine, mentre al contempo gli altri non fanno "né caldo né freddo" e di rado arrivano a toccare la sfera del sentimento. L'attivazione emotiva è pressoché compressa e viene inghiottita ogniqualvolta emerga in modo eccessivo (se di eccesso si può parlare). L'autonomo è schermato contro la costrizione dei legami, non resiste ai vincoli di fedeltà, blinda l'accesso all'Altro. Finché vive nella sua libera e forte solitudine è compensato, stabile, equilibrato. Ma cosa accade quando l'ambiente (interno o esterno) invalida anche una sola delle due polarità? Come reagisce il sistema quando sente minacciato, compromesso, uno dei suoi scopi più importanti? Ansia, paura; l'esordio fobico. L'individuo che ha un'immagine di sé come persona forte ed invulnerabile può cadere in scompenso laddove divenga realmente consapevole delle proprie mortalità e debolezza. E' per esempio il caso di malattie fisiche o di incidenti stradali, i quali minano in modo diretto la convinzione di essere al di sopra della comune fragilità che caratterizza l'essere umano. Ancora, a destabilizzare sono tutti quegli eventi che coinvolgono la condivisione di una vita con l'Altro, come per esempio un fidanzamento oppure l'inizio di una gravidanza. In casi come questi, il soggetto si sente colpito nell'idea che ha di sé come persona sola ed emancipata, una condizione maturata a partire dalle prime relazioni infantili, entro situazioni in cui ha appreso a contare unicamente sulle proprie capacità. Non sorprende che nella scelta dell'oggetto sessuale prediliga storie brevi e poco intense, che spesso ne mantenga in piedi più di una, che non appena si senta troppo coinvolto si dia alla fuga. Il pericolo e la minaccia sono pervasivi, generano ansia, inducono un'attivazione emozionale che l'autonomo non può gestire né rappresentarsi mentalmente; ecco perché indietreggia dandosi alla macchia, sparendo senza lasciare traccia se non il profumo del suo transitare.
Ora, signori, resta un problema. Spiegate voi alle persone che vorrebbero costruire un legame significativo con un tale individuo che questi non può perché fobico. Un fobico autonomo.
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mercoledì 22 maggio 2013
E tu, che fobico sei?
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Altro,
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DSM-IV-TR,
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relazione,
scompenso
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25020 Dello BS, Italia
mercoledì 1 maggio 2013
Il limite delle compensazioni.
È tutto il pomeriggio che mi arrovello il cervello con un giochino mentale di insana utilità: trovare un contro-esempio che smentisca il principio secondo il quale più o meno fai, più o meno faresti. Come dire, i problemi della vita! Eppure, questa potrebbe essere una delle tante incognite a cui divertirsi a violare la privacy. Io mi sono servita di tre azioni tipiche, in quanto necessità primarie dell'individuo medio: mangiare, dormire, copulare. Per ognuna si tracci una linea, al margine sinistro si scribacchi un bel meno ed al margine destro un bel più. Ora si consideri la regola secondo la quale il meno nutre il difetto ed il più l'eccesso; converrete con me che sono entrambe posizioni estreme e quindi disadattive, disfunzionali per l'individuo che ne è caratterizzato. L'ideale sarebbe agire riuscendo ad arenarsi in una dimensione intermedia ed equilibrata, che non sfoci agli estremi. Difficile! Comunque, queste sono le combinazioni del giochino:
- mangio - mangerei: condizione patologica, per esempio, l'anoressia;Se la vita fosse "giusta" assisteremmo ad un bilanciamento delle polarità ossia, per esempio, meno mangio e più mangerei oppure più copulo e meno copulerei. In questa ridente fattispecie non avremmo bisogno di alcun tipo di auto-monitoraggio specifico e ci sottrarremmo quasi certamente alle condizioni psicopatologiche. Perché è utile non dimenticare quanto la malattia sia potenziale in ognuna delle nostre vite, che solo se fortunati sono bilanciate ed equilibrate, protette rispetto ad alcune tipiche estremizzazioni di sorta. Nel caso di gravi scompensi, un sostegno viene fornito dalla terapia: essa infatti riscrive il tracciato di un binario ideale, facilitando il rientro in carreggiata al paziente ed aiutandolo a ridefinirsi all'interno di dimensioni stabili ed armoniose.
+ mangio + mangerei: condizione patologica, per esempio, l'obesità;
- dormo - dormirei: condizione patologica, per esempio, i disturbi dei ritmi sonno-veglia;
+ dormo + dormirei: condizione patologica, per esempio, i disturbi dell'umore;
- copulo - copulerei: condizione patologica, per esempio, le disfunzioni sessuali;
+ copulo + copulerei: condizione patologica, per esempio, le parafilie.
martedì 16 aprile 2013
Mentalizzare un'emozione.
Esperire, sentire, manipolare; insomma, impossessarsi di un'emozione. Attenzione, in gioco non ci sono quelle altrui bensì le proprie. È paradossale il pensiero sia più semplice gestire le emozioni degli altri? Non direi. Riflettiamo un attimo; sin da piccoli siamo alla mercé delle figure di accudimento, i nostri punti d'approdo per risorse, cure ed affetti a prescindere dai quali sopravvivere sarebbe problematico. Un bimbo non apprende in autonomia a decodificare "ciò che sente dentro" ma ha bisogno di qualcuno che per lui fornisca un nome, una classificazione, un'etichetta. Perché i livelli sono due, inscindibili ed interconnessi: l'attivazione fisiologica da un lato, ciò che chiamiamo "emozione" e la rappresentazione mentale della stessa dall'altro, ciò che invece chiamiamo "sentimento". Non sono sinonimi ed è un'inesattezza concepirli come tali. Chi soffre di disturbi psicopatologici come, per esempio, disturbi da somatizzazione, in qualche misura manifesta una compromissione di questa seconda componente, ossia non è in grado di sopraelevare l'emozione, di "rappresentarla", di isolarla per l'attimo che basta a darle una definizione. E' una tragedia.
Hai di fronte una persona che non riesce a leggere se stesso, che non ti sa dire se quello che sta provando sia rabbia, tristezza, gioia, disgusto, o addirittura caldo, freddo, spossatezza, sonnolenza e così via. Una persona che ha un bisogno estremo del tuo giudizio per definirsi, per aggiungere tasselli alla propria identità, ad un Sé costruito dall'esterno come riflesso di attribuzioni di altri. Se potesse, ti chiederebbe: «Da ciò che hai potuto vedere e per quanto mi conosci, dimmi cosa voglio. Desidero un gelato vaniglia e cioccolato oppure fragola e limone? Preferisco un bagno nel mare ad una passeggiata in montagna? Amo lo sport in cui investo tempo ed energie per raggiungere risultati importanti o questo è perché temo che il contrario possa deluderti?».
E se da un lato la comprensione dei propri stati interni risulta inaccessibile, dall'altro l'abilità nell'afferrare le dinamiche esterne è massima. Una magnifica e spiazzante disgiunzione! Come può una persona "non capire nulla di sé" e poi leggere le più sottili sfumature e sfaccettature dell'altro? Semplice, nel corso dello sviluppo ha appreso che non sempre azioni e parole vanno di pari passo con le intenzioni ed esperirlo sistematicamente, fin dalla più tenera età, crea uno scompenso che lascia il segno (che lascia il sintomo, se vogliamo giocare con le parole). Un pensiero del tipo «la mamma è qui accanto e mi accudisce, però con la mente sembra altrove», crea un'incongruenza tale per cui a strutturarsi è un legame discontinuo, poco sano, tra ciò-che-vedo e ciò-che-sento. A cosa dare retta? Se ciò-che-sento guadagna unicamente rinforzi negativi da parte della figura da cui dipendo, dovrò rinunciare in fretta alle mie attribuzioni di senso perché non posso rischiare di rimanere scoperto, solo.
Hai di fronte una persona che non riesce a leggere se stesso, che non ti sa dire se quello che sta provando sia rabbia, tristezza, gioia, disgusto, o addirittura caldo, freddo, spossatezza, sonnolenza e così via. Una persona che ha un bisogno estremo del tuo giudizio per definirsi, per aggiungere tasselli alla propria identità, ad un Sé costruito dall'esterno come riflesso di attribuzioni di altri. Se potesse, ti chiederebbe: «Da ciò che hai potuto vedere e per quanto mi conosci, dimmi cosa voglio. Desidero un gelato vaniglia e cioccolato oppure fragola e limone? Preferisco un bagno nel mare ad una passeggiata in montagna? Amo lo sport in cui investo tempo ed energie per raggiungere risultati importanti o questo è perché temo che il contrario possa deluderti?».
E se da un lato la comprensione dei propri stati interni risulta inaccessibile, dall'altro l'abilità nell'afferrare le dinamiche esterne è massima. Una magnifica e spiazzante disgiunzione! Come può una persona "non capire nulla di sé" e poi leggere le più sottili sfumature e sfaccettature dell'altro? Semplice, nel corso dello sviluppo ha appreso che non sempre azioni e parole vanno di pari passo con le intenzioni ed esperirlo sistematicamente, fin dalla più tenera età, crea uno scompenso che lascia il segno (che lascia il sintomo, se vogliamo giocare con le parole). Un pensiero del tipo «la mamma è qui accanto e mi accudisce, però con la mente sembra altrove», crea un'incongruenza tale per cui a strutturarsi è un legame discontinuo, poco sano, tra ciò-che-vedo e ciò-che-sento. A cosa dare retta? Se ciò-che-sento guadagna unicamente rinforzi negativi da parte della figura da cui dipendo, dovrò rinunciare in fretta alle mie attribuzioni di senso perché non posso rischiare di rimanere scoperto, solo.
sabato 13 aprile 2013
Problemi di terminologia.
«Sai l'altra sera, no? Dovevo uscire con quella di cui ti ho un po' parlato.»
« Certo, ricordo! Dai, racconta... come ti è andata?»
« Te la faccio breve, è una frigida del cazzo! L'ho capito subito, io.»
« Ah, mi spiace. Brutta razza quelle. Ma non pensarci, ti rifarai.»
Ora, è bizzarro che nel 2013 sia ancora in auge il termine "frigidità". Ancora più strano è che venga impiegato da uomini e donne, quasi indistintamente. E se nel primo caso l'obiettivo è, per esempio, giustificare una serata priva di piccante dopo-cena, nel secondo caso le motivazioni si accavallano: competizione, invidia, non volerci mettere del proprio per andare oltre. Specifico, non mi soffermerò a parlare di rapporto tra donne, contrariamente il dialogo iniziale non avrebbe ragion d'essere. Poveri uomini, sempre presi di mira! In questo caso sì, vi meritate una critica feroce.
Comunemente definita "frigidità", concezione che trasuda stantio, il disturbo dell'eccitazione sessuale femminile (DSM-IV-TR)* è riconosciuto e diagnosticato, inscritto nella macrocategoria "disfunzioni sessuali". Per di più, si accompagna con un altro disturbo molto caro alla compagine maschile, quella che (sempre comunemente) viene definita "impotenza", ossia il disturbo maschile dell'erezione. Due dimensioni speculari, non trovate? Sembrerebbe che maschio e femmina si completino anche nella patologia. Uomini cari, il punto critico è la demonizzazione di una condizione che avete in parte contribuito a strutturare, in millemila anni di sottomissione. Com'è che riuscite a pensare, addirittura a sostenere, che le donne trovassero una motivazione per tenere alti gli standard delle loro prestazioni sessuali, quando loro veniva negato il diritto minimo all'appagamento? Perché mantenere un'eccitazione costante se l'unica a goderne era la patria? La spinta biologica alla conservazione della specie giustifica in parte, ma non satura il quadro delle spiegazioni possibili.
Gli anni così passavano e le donne iniziarono a costruire un'organizzazione cognitiva ed emotiva particolare nel tentativo di attenuare lo scompenso: in questo caso, una difesa adattiva che permise loro di evitare rapporti sessuali infelici.
* Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, edizione quarta riveduta. Sistema diagnostico adottato negli USA. Siamo in attesa della quinta.
« Certo, ricordo! Dai, racconta... come ti è andata?»
« Te la faccio breve, è una frigida del cazzo! L'ho capito subito, io.»
« Ah, mi spiace. Brutta razza quelle. Ma non pensarci, ti rifarai.»
Ora, è bizzarro che nel 2013 sia ancora in auge il termine "frigidità". Ancora più strano è che venga impiegato da uomini e donne, quasi indistintamente. E se nel primo caso l'obiettivo è, per esempio, giustificare una serata priva di piccante dopo-cena, nel secondo caso le motivazioni si accavallano: competizione, invidia, non volerci mettere del proprio per andare oltre. Specifico, non mi soffermerò a parlare di rapporto tra donne, contrariamente il dialogo iniziale non avrebbe ragion d'essere. Poveri uomini, sempre presi di mira! In questo caso sì, vi meritate una critica feroce.
Comunemente definita "frigidità", concezione che trasuda stantio, il disturbo dell'eccitazione sessuale femminile (DSM-IV-TR)* è riconosciuto e diagnosticato, inscritto nella macrocategoria "disfunzioni sessuali". Per di più, si accompagna con un altro disturbo molto caro alla compagine maschile, quella che (sempre comunemente) viene definita "impotenza", ossia il disturbo maschile dell'erezione. Due dimensioni speculari, non trovate? Sembrerebbe che maschio e femmina si completino anche nella patologia. Uomini cari, il punto critico è la demonizzazione di una condizione che avete in parte contribuito a strutturare, in millemila anni di sottomissione. Com'è che riuscite a pensare, addirittura a sostenere, che le donne trovassero una motivazione per tenere alti gli standard delle loro prestazioni sessuali, quando loro veniva negato il diritto minimo all'appagamento? Perché mantenere un'eccitazione costante se l'unica a goderne era la patria? La spinta biologica alla conservazione della specie giustifica in parte, ma non satura il quadro delle spiegazioni possibili.
Gli anni così passavano e le donne iniziarono a costruire un'organizzazione cognitiva ed emotiva particolare nel tentativo di attenuare lo scompenso: in questo caso, una difesa adattiva che permise loro di evitare rapporti sessuali infelici.
* Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, edizione quarta riveduta. Sistema diagnostico adottato negli USA. Siamo in attesa della quinta.
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biologia,
difesa adattiva,
disfunzioni sessuali,
disturbi sessuali e dell'identità di genere,
DSM-IV-TR,
eccitazione,
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