Visualizzazione post con etichetta scrittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scrittura. Mostra tutti i post

lunedì 7 luglio 2014

Le dimensioni (mentali) contano.

Ho sempre pensato che se non avessi sfruttato la scrittura come strumento di elaborazione degli eventi che mi sono capitati nel tempo sarei, ad oggi, un nodulo di complessi insoluti. Ultimamente, tuttavia, nemmeno la trascendenza dell'atto di scrivere è riuscita a vincere il bisogno d'interpretazione silenziosa che ha caratterizzato questo periodo d'inerzia e vulnerabilità. Riporto una citazione che credo riassuma alla perfezione la consapevolezza del secolo:
«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)
L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della  relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.


In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità. 

giovedì 19 settembre 2013

Finirà.

Sono ormai giorni che trascorro a riflettere sul ruolo giocato dai legami, nella mia vita fino ad oggi; giorni in cui non ho potuto che interpretare i nuovi alla luce degli storici, spiegare determinate esperienze grazie a scontati riferimenti a vicissitudini pregresse. Immaginabile, sono giunta ad un punto di così tale sovraffollamento di pensieri, da sentire viscerale il bisogno di buttare giù qualche riga, onde evitare l'implosione. Devo, infatti, il mio equilibrio mentale alla propensione che nutro spontanea per la scrittura, meraviglioso strumento d'accomodamento al caos.
A prescindere dai rapporti familiari, più o meno stabili a seconda del periodo, due sole sono le persone che hanno snocciolato la loro presenza lungo l'intero arco della mia giovinezza; se non fisicamente, di certo a livello d'ininterrotto appiglio alle loro immagini. Un uomo e una donna, gli unici davvero significativi, che hanno impreziosito gli anni consapevoli del mio cammino verso l'età adulta. Seppur con modalità differenti, agendo taciti o palesi, sono riusciti a rendersi presenze irremovibili, cui manco l'allontanamento avrebbe tolto loro il ruolo. A posteriori, è proprio ciò che non mi hanno saputo dare il fattore che m'imbriglia nel ricordo, tutte quelle mancanze che mi costringono ancorata al passato e che ostacolano il mio completo ingresso nella vita relazionale adulta. L'eterna insoddisfazione verso gli uomini, l'assiduo tentativo di costruire legami irrealizzabili, la voglia di scoprire carte e cartine con persone che nemmeno osano prendere parte alla partita. Perché esporsi è pericoloso, ed il rifiuto un cappio attorno al collo dell'intraprendenza. All'alba dei 22, mi conosco; familiare è quest'anelito alla complessità, perennemente a caccia di situazioni capziose, barocche oserei dire. Spesso, mi sembra d'essere un polo d'attrazione, magnete per gli inibiti. Del resto, che gli opposti s'attraggano è vero solo in parte e, specialmente, nella patologia. Per es., un dipendente è quasi sempre sulle tracce di un (tendenzialmente) autonomo, così come un masochista coltiva amore smisurato per il (tendenzialmente) sadico della porta affianco. Ma tra individui "sani", per cui difficili sono classificazioni ed etichettature, il processo s'inacidisce; il diverso veicola ribrezzo, nonostante la biologia tenda a premiare gli individui che più si discostano l'un l'altro, tenendo fede alla di entrambi costituzione genetica.
La verità è che i rapporti importanti lasciati imputridire nell'indifferenza mai s'esauriscono, come le carni, cullati dal tempo che ondeggia tiranno. Bensì, succubi d'un eterno miasma, s'alimentano delle esperienze che ivi sacrifichi per loro, nella morsa d'un potere che stordisce. Come già detto, è preferibile l'assenza all'ambivalenza, poiché prevedibile. E lo sostiene una persona che ha sempre galleggiato nella doppiezza del comportamento altrui, nel non-definito, in quel lasciato intendere di continuo dato per scontato.
Enigmaticità che, di certo, rende chi la manifesta più "misterioso" ed "intrigante", ma al contempo, miete vittime ad ogni incursione nel mondo reale.