«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.
In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità.

Nessun commento:
Posta un commento