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lunedì 8 dicembre 2014

La soglia dell'appartenenza.

Sono contraria alla scelta d'iniziare un articolo, o un qualsivoglia scritto, con una definizione enciclopedica. Nonostante questo, l'importanza che per me riveste il concetto di appartenenza costringe le imposizioni intellettuali che mi sono posta a sciogliersi, temporaneamente. Sfrutto la versione web del Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Pianigiani; digito "appartenere" e ne riporto lo screenshot. Ormai siamo tecnologizzati.

Da qui, tutte le possibili espansioni ed applicazioni del termine; dall'ambito giuridico a quello di classe, dal tassonomico al geografico, dal gruppale al personale. Mi colpiscono soprattutto il "dicesi propriamente di cosa che fa capo e riferiscesi ad altra principale" ed il "Esser congiunto". Ora, al di là delle definizioni, sempre passibili di vincoli, vorrei spaziare all'interno della mia personale interpretazione del concetto di appartenenza.
Se è vero che ogni individuo, nel corso della propria esistenza, entrerà a far parte di numerose altre entità, è altresì vero che il sentimento viscerale di appartenere a tali entità non lo accompagnerà lungo l'intero percorso in modo a-selettivo e costante. Se vogliamo, l'estremizzazione concettuale del semplice "sentirsi soli in mezzo agli altri". Già il buon vecchio Maslow inseriva l'appartenenza all'interno della propria elitaria, piramidale, gerarchia dei bisogni. Non che serva, ma: alla base i bisogni fisiologici fondamentali come il nutrimento, il sesso ed il sonno; al secondo posto i bisogni di sicurezza come avere un'occupazione ed un luogo da poter chiamare casa; sul terzo gradino i bisogni di appartenenza come avere delle amicizie, essere portatori e riceventi d'amore famigliare o di coppia; sul quarto gradino i bisogni di stima come la necessità di autocontrollo e di rispetto reciproco; infine, all'apice, i bisogni di autorealizzazione come il percepirsi competenti, completi ed autoefficaci. In una parola, compiuti. Anche solo limitandoci a questa strutturazione è possibile comprendere il ruolo giocato dalla necessarietà dell'appartenenza. Intendiamoci, non basta fare-parte-di; bisogna sentirsi-parte-di. Non è un dettaglio; è il Pacifico a dividere questi due continenti.
L'esempio più classico è appartenere ad un gruppo, solitamente quello dei pari, anche se pari poi non si è mai. Si potrebbe chiamarlo gruppo dei ruoli, dal momento che l'omeostasi sembra dipendere solo da questi. Se devo portare un esempio tratto dalla mia quotidianità, da tre mesi faccio parte di un gruppo di lavoro in ambito di una breve attività di tirocinio, in università. Nonostante le sporadiche occasioni di socializzare a diretto contatto con gli altri componenti, sono stati diversi i momenti di scambio di opinioni finalizzati al raggiungimento di obiettivi comuni; caratteristiche, queste, che dovrebbero concorrere al mantenimento degli equilibri gruppali stessi. C'è anche da dire che il team di lavoro è un'entità fragile per natura, forse, una delle tipologie di gruppo più delicate da tenere in piedi. È molto semplice trascinare oppure esser trascinati, sia in positivo che in negativo. Ora, posso ripetermi di fare parte di una collaborazione tra colleghi, pur non sentendomene parte. Mentre sulla carta può non essere un problema, lo diventa dal punto di vista operativo, laddove alla tua consapevolezza sfugga il ruolo stesso esercitato dal tuo esserci, in quell'insieme.
Da qualche parte, nell'articolo, ho affermato che il sentimento d'appartenenza dovrebbe essere a-selettivo e costante. Nello specifico, io credo che l'attivazione emotiva del sentirsi parte di un qualcosa debba essere esperita indipendentemente dalla situazione ed in modo stabile. Non affermo, però, sia questo il punto di partenza; del resto, il tutto e subito non è possibile manco al ristorante. Sostengo invece che, pur essendo e dovendo essere un traguardo progressivo, riesca in qualche misura a caratterizzare, a dare sfumatura, all'omologata monocromia condivisa dal gruppo. Come spesso accade, è il coinvolgimento a declinare lo stato infinito ed indefinito delle cose.
Un'ultima considerazione. Sperimentare il malessere causato dalla non-percezione di appartenenza è paragonabile al divieto di non poter entrare a far parte di una nuova entità, soprattutto laddove questa sussista da tempo. Soprattutto laddove siano i componenti stessi ad ostacolare il cammino d'inserimento, vuoi per impasse personale, vuoi per un effettivo "non voglio tu faccia parte di una dimensione solo mia".
Bisogna chiedersi cosa succederà quando i respinti si stancheranno che venga negata loro, di continuo, la soglia dell'appartenenza; quando l'"Esser congiunto" non sarà che il rimpianto di coloro che mai ne hanno concesso la propria personalissima chiave.

venerdì 25 luglio 2014

Monocromia.

Quest'anno l'estate non ne vuol sapere d'iniziare, né al di fuori né dentro di me. Ciò che vedo è un unico immenso pervasivo grigiume. Dicono che per vivere a colori siano necessarie le emozioni. DICONO.
Ho trascorso undici anni della mia vita, dall'adolescenza ad oggi, cercando di affrontare in modo autonomo ogni situazione, specialmente le meno piacevoli. Ed ora, pare che gli aiuti mai richiesti stiano bussando alla porta per presentarmi il conto. Ed ora, pare che le barriere costruite tra me e l'esterno stiano collassando una dopo l'altra. Perché l'unico modo che le persone fragili possiedono per sopravvivere è quello di ostentare sicurezza, padronanza di sé e del proprio vissuto. In tal misura, diviene più semplice aiutare gli altri, garantire loro il supporto di cui hanno bisogno, dimostrare presenza e prontezza all'ascolto, rispetto al sostenersi. Un meccanismo che ti migliora in funzione dell'altro da un lato, ma che ti allontana dal contatto con le sfaccettature peggiori della tua personalità. Sapete qual è la maggior consapevolezza di ogni persona che studi psicologia? L'idea secondo la quale rifugiarsi nei problemi altrui sia l'unico modo per sfuggire ai propri, una forma d'utilizzo della sofferenza dell'altro come scudo ai più profondi dilemmi di chi presta aiuto per professione. Del resto, sorreggere qualcuno è dimenticarsi, è mettere a tacere quel brontolio emotivo tanto disfunzionale alla neutralità. Tuttavia, il rischio in cui s'incorre è venire risucchiati nel vortice della coartazione emozionale; almeno fin che regge il teatrino. Pagherei per ridiventare la persona cui tutto scivolava addosso, quella distaccata e senza alcun timore; peculiarità, forse, di un'età che più non torna.
La realtà è che, come tanti, sono ormai un'accozzaglia di esperienze miste a posticipazioni e rimpianti, un grumo inscioglibile di passato, presente e futuro che sguazza in una pozzanghera d'incertezza.
Ogni individuo è i propri traumi e, per quanto ci si possa impegnare a dissimulare, non trascorrerà istante in cui ciò non traspaia, il più delle volte andando ad intaccare i gracili equilibri dei legami. Spesso, per esempio, siamo così ottusi nel perseverare nella quantificazione dei momenti da non considerare il fatto che l'attimo trascurato potrebbe essere il più significativo di tutti; il più necessario di tutti. Vivere per accumulazione, costantemente, in funzione del tempo che ci consuma. Mi si spieghi perché passiamo giorni, mesi ed anni a deludere e ad essere delusi dagli altri, come mai siano i piccoli screzi a mettere in discussione i grandi progetti, perché la considerazione di chi ti odia sembri superare quella di chi ti ama. Quando rassegnarsi di fronte all'evidenza del crollo delle aspettative diventa la strada maestra verso l'accettazione, vieni portato a pensare che più amore si possa provare e più dolore si riesca a provocare.
Eppure, in tutto ciò, rimangono quelle mirabili-magnifiche-meravigliose frasi da manuale appiccicate alla bell'e meglio e che ti fanno sentire importante, la semplicità con cui ti prodighi in consigli quando di fronte non hai altro che cloni di un ideale di normalità da te poco dissimili.
Non intendo dilungarmi oltre; scrivere quest'articolo mi ha reso sufficientemente infelice.

lunedì 7 luglio 2014

Le dimensioni (mentali) contano.

Ho sempre pensato che se non avessi sfruttato la scrittura come strumento di elaborazione degli eventi che mi sono capitati nel tempo sarei, ad oggi, un nodulo di complessi insoluti. Ultimamente, tuttavia, nemmeno la trascendenza dell'atto di scrivere è riuscita a vincere il bisogno d'interpretazione silenziosa che ha caratterizzato questo periodo d'inerzia e vulnerabilità. Riporto una citazione che credo riassuma alla perfezione la consapevolezza del secolo:
«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)
L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della  relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.


In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità.