lunedì 6 maggio 2013
Indipendentemente dipendente.
Qual'è il numero delle "cose" da cui è possibile dipendere? Potenzialmente infinito se pensiamo ai vizi che contraddistinguono l'essere umano. Dipendenza dalle sostanze, dal cibo, dal sesso, dalle arti e dai gesti; dipendenza dalle persone. La meno auspicabile, a mio avviso, perché realizza in pieno il motto del "lasciarsi vivere". Badare, non ci si lascia vivere da tutti, bensì da pochi (anzi, molto spesso da un'unica persona) a seconda della fase evolutiva in cui si è immersi e questa peculiarità rende il quadro ancora più complesso. Se in infanzia e fanciullezza è naturale, necessario, dover dipendere dalle figure di accudimento, con l'adolescenza si dovrebbe assistere al graduale allontanamento finalizzato all'emancipazione, il processo mediante cui individualizzarsi nella strutturazione di un'identità adulta integrata e stabile.
In meccanismi tanto fragili, anche un piccolo ingranaggio difettoso è sufficiente a compromettere le potenzialità dell'intero sistema. Questo, per esempio, è ciò che accade in un individuo che nel corso dello sviluppo maturerà un Disturbo Dipendente di Personalità (DSM-IV-TR, gruppo C: ansioso/timoroso), una condizione morbosa appartenente alla stessa classe di cui fa parte il Disturbo Evitante di Personalità, accennato in un articolo precedente. Come dire, l'opposta polarità di un continuum evolutivo che si è imparato a considerare dimensionale e non categoriale. Se mi ripeto è perché credo sia davvero essenziale non cadere nel tranello della facile attribuzione di etichette, riuscire nel tentativo di superare i vincoli che ci incatenano al pensar comune.
Ribadita l'idea di fondo, una domanda, ora. Sareste disposti a subordinare i vostri bisogni a quelli altrui solo perché siete convinti sia l'unico modo per non incrinare alcuni legami significativi? Forse no, ma questo è ciò che sperimenta sistematicamente un individuo con Disturbo Dipendente di Personalità, scisso, oscillante fra uno stato mentale di auto-efficacia ed uno di vuoto disorganizzato. Vive battaglie quotidiane contro l'immagine che ha di sé come persona indifesa, debole e bisognosa di protezione; esaspera i rifiuti, non è in grado di concepire l'eventuale rottura di relazioni affettive importanti ed è convinto che la sua felicità dipenda dalla vicinanza di figure forti e supportive. Per controbilanciare le ansie ed i risentimenti che potrebbero provenire da critiche e disapprovazioni, tende ad essere disponibile fino alla nausea; è remissivo, dimesso. La convinzione che gli occupa buona parte dei circuiti può essere riassunta in un abbacinante «non discutere con chi ti accudisce, sii servile e vedrai che non ti abbandonerà».
Infine, dipendere non implica una condizione d'inevitabile passività, anzi; da studi recenti emerge la peculiare capacità di saper fare tutto quanto sia necessario al fine di mantenere relazioni intime significative, un'ideazione di strategie più o meno consapevoli che richiede un livello notevole di pianificazione del proprio agire e comprensione delle dinamiche dell'altro.
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