venerdì 19 settembre 2014

Multiplo a chi?

Da ragazzina, The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde apparteneva al nebuloso mondo dei miei libri preferiti. Tempi in cui mi addormentavo con l'articolata riflessione del chissà cosa mai mangerò domani, non di certo con stupide speculazioni rispetto al quesito ultimo delle neuroscienze: qual è, se c'è, la soluzione al problema della coscienza? Terreno minato. Chi dice che essa non esista, chi che cammini pari passo con il linguaggio, chi che sia una forma di pura intenzionalità; chi ne parla alla stregua di meccanismi binari, chi in termini neurofisiologici, chi in chiave psicologica. Al punto tale che le appiccicherei una definizione personale: la coscienza, un'estenuante accozzaglia di teorie. Se non altro, almeno, vi convergeremmo tutti.
Come quasi sempre accade quando ci si focalizza su sistemi complessi, il miglior modo per comprendere un processo funzionante è quello d'indagarne i deficit; vale per il cervello, nonché per la mente. Detto questo, viene spontaneo chiedersi in che modo i disturbi dissociativi possano chiarire o definire il concetto di coscienza. Cos'è un DDC o disturbo dissociativo della coscienza? Un quadro sintomatico a causa del quale alcuni fenomeni psicoaffettivi mettono in moto la costruzione di una personalità disgiunta da quella cosciente abituale, una patologia caratterizzata da discontinuità, frammentazione ed instabilità della coscienza.
Ma a questo livello si pone un ulteriore problema, ovverosia: come posso parlare di disturbi della coscienza se ancora non esiste una definizione univoca del termine stesso? Sembrerebbe, questo, uno dei tanti circoli viziosi della psicologia. Un tunnel nel quale, almeno per adesso, non desidero addentrarmi.

Il più sconcertante e controverso dei disturbi dissociativi della coscienza non può che essere il disturbo dissociativo dell'identità o, come in precedenza veniva definito, "disturbo di personalità multipla". È affascinante l'idea che in un individuo possano coesistere più personalità, non è vero? Alter complessi ed indipendenti, con modalità di comportamento, ricordi e relazioni propri: spesso in opposizione, le diverse identità sono consapevoli di avere vuoti di memoria (dipendentemente dal fatto una fra tutte prenda il comando), nonostante non lo siano rispetto all'esistenza reciproca. Il DDI viene talvolta assimilato erroneamente alla schizofrenia: infatti, i pazienti affetti da quest'ultima manifestano una disorganizzazione pervasiva e manifesta del pensiero e del comportamento, sintomi che non rientrano nel quadro del disturbo dissociativo dell'identità in quanto gli alter presenti in un medesimo individuo sono coerenti e strutturati, sebbene alternativamente dominanti.
Ciò che rende il trattamento del DDI difficoltoso, oltre che alla sintomatologia spesso multiforme, è la scelta del criterio interpretativo da applicare caso per caso: modello post-traumatico, modello sociocognitivo oppure entrambi? Da un lato abbiamo chi sostiene il DDI si stabilisca nell'infanzia come conseguenza di gravi abusi mentre dall'altro chi lo considera il risultato di un apprendimento alla rappresentazione di ruoli sociali. Come dire, sulla scia del fatto le persone riescano ad adottare una seconda personalità laddove il contesto lo richieda, gli alter apparirebbero conseguentemente o ai suggerimenti del terapeuta o all'esposizione mediatica, oppure ancora ad influenze culturali di natura non specificata. Se si parte dal presupposto che la terapia psicoanalitica sia la più impiegata in fase di trattamento del DDI mi viene sì spontaneo credere agli assunti del secondo modello! Eppure, rimango sempre più propensa ad accreditare l'interpretazione post-traumatica rispetto a quella sociocognitiva. Una piccola digressione filosofica ora non ci starebbe male.
Dennet non è un autore che amo; eccessivamente radicale e meccanicista dal mio punto di vista. È uno di quelli che appartiene al mondo delle ipotesi «speculare circa l'esistenza della coscienza è oscurantismo» e «gli uomini sono macchine, meccanismi semoventi sofisticati e complessi». A favore dell'intelligenza artificiale nonché della possibilità di riprodurre la mente umana su calcolatore, si è anche interessato del disturbo di personalità multipla (se non altro, per avallare la propria testi circa la non-esistenza di un'unicità di coscienza e soggetto). L'autore sembrerebbe aderire al modello post-traumatico, asserendo inoltre che la patologia sfidi le presupposizioni su ciò che esista di umanamente possibile, sui limiti della depravazione e della crudeltà umane. Poste di fronte a conflitti, dolore ed abusi, le vittime creerebbero un confine tra loro e l'esterno (in questo caso, un alter più capace di mantenersi intatto di fronte all'assalto) in modo tale che l'orrore non capiti loro direttamente. La conservazione attraverso una lacerante ridefinizione del Sé permetterebbe quindi la sopravvivenza psicologica di un individuo in balia di forze che non riuscirebbe in altra maniera a contrastare, uscendone illeso.
Se da un lato abbiamo la persona patologica dall'altro invece abbiamo quelle che sono "esperienze blande di personalità multipla", ovvero ciò che un qualsiasi individuo sano sperimenta nel corso dell'esperienza poiché per natura portato a vivere dimensioni parallele differenti. Non vi capita mai di essere talmente incarnati in un determinato ruolo (per esempio, il medico) da non riuscire ad integrare il vostro vissuto attuale con ricordi che appartengano ad un'altra dimensione della vostra identità (per esempio, il padre)? Non è una semplice questione di ruoli, tuttavia. Il cervello lavora in maniera ottimale al fine di mantenere le parti separate, e ciò grazie alla memoria statica dipendente, un fenomeno che coinvolge gli stati neurochimici funzionali nei diversi gradi di cambiamento della personalità.

Non posso che terminare con una citazione tratta da The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde:
«With every day, and from both sides of my intelligence, the moral and the intellectual, I thus drew steadily nearer to that truth, by whose partial discovery I have been doomed to such a dreadful shipwreck: that man is not truly one, but truly two.»

lunedì 15 settembre 2014

AAA stuzzicadenti cercasi.

Ci sono frasi con un potere tale da aggrapparsi agli speroni del tessuto interiore, rimanendovi ciondolanti e beate sino alla fine dei giorni. Scomode, fastidiose come il pezzetto di cibo rimasto intrappolato fra i denti che invano t'ingegni a rimuovere. Concatenazioni di parole che fanno leva sulla peggiore minaccia che esista all'integrità del Sé: l'aspettativa. È strano che ancora non ne abbia parlato; ammetto che sia un tema particolare, il terreno di una battaglia personale che combatto da tempo. Inoltre, dal momento che sarebbe necessario un umore in accordo con il tono dell'argomento, ovvero nero, il grigiume del periodo (vedi Monocromia) non sembra essere sufficiente per parlare di aspettative in modo completo.
Tornando a noi, un aneddoto, grazie. Il giorno in cui la mia cagnolina passò ad altra vita (avrò avuto all'incirca 9 o 10 anni) i miei mi dissero: «Non piangere, tra un po' ne prenderemo un altro». A prescindere dal fatto che la promessa sia stata o meno mantenuta e che volessi o meno un altro cane, l'importanza rivestita da quelle parole ne ha reso possibile il ricordo, a dodici anni di distanza. E non nelle vesti di qualche parola detta ad una bambina che necessitava di conforto, bensì sotto forma di posticipazione del dolore. Perché io avrò pur smesso di lamentarmi nell'immediato, al suono di quella frase, eppure il pensiero di un'aspettativa distrutta non ha che continuato a rimbombare nella mia testa. Che ne fossi solo in parte consapevole può ben darsi ma, come ormai si crede, l'agire non viene unicamente determinato dalle componenti coscienti.
Fateci caso: quando l'interlocutore manifesta le proprie debolezze, che siano sotto forma di rabbia, dispiacere, angoscia o disperazione, l'unica maniera in cui sappiamo muoverci al fine di tirarcene fuori è procrastinando. Perché il miglior modo per ignorare il presente è parlarne al futuro, non è forse così? «Passerà presto», «tornerà da te», «recupereremo», «andrà meglio», «dimenticherai». Tuttavia, non basta proiettare nel domani laddove tutto rimanga comunque ancorato all'oggi: ognuna di queste frasi, ed è qui che risiede la spiazzante malvagità di cui spesso si tinge il linguaggio umano, implica un «aspèttatelo». E da bambina, adolescente, giovane donna quale sei non puoi che ricamare la maglia della tua vita con il ferro dell'aspettativa.
Ci sono frasi che più di altre sono sbagliate perché di sbagliato hanno anche il momento in cui vengono dette; frasi per le quali viene da chiedersi se sia un bene considerare il linguaggio la "sorgente dell'Io".

giovedì 4 settembre 2014

Donne du du du.

L'amico Freud è morto chiedendosi cosa davvero volessero le donne; io spirerò chiedendomi se esista o meno la solidarietà femminile.
C'è chi, ad inizio anno, stila la lista dei buoni propositi. Già di per sé, un buon proposito. E poi c'è chi come me si diletta in elenchi ben più inutili tuttavia divertenti: uno fra tutti, il 3W-WAW. Women With Women-Women Against Women. Ogni giorno infatti, in un modo o nell'altro, compaiono fatti che supportano oppure distruggono l'ipotesi che la vicinanza fra donne non sia una leggenda metropolitana alla Sex and the City.
Un giorno dico sì, la solidarietà femminile vivacchia tra noi. Esiste perché esser donna non è una scampagnata con cestello da picnic e sapere che siamo tutte sulla stessa barca potrebbe semplificare alcune questioni. Se non altro, in virtù della zavorra biologica che siamo costrette a sopportare.
Un giorno dico no, la solidarietà femminile ha tirato le cuoia (o forse manco mai è esistita). Proprio in funzione del fatto esser donna non sia cosa facile, s'attacchi quell'altra che ricorda la mia condizione.
Nella lista 2 cade la prima considerazione: è difficile trovare una donna che voglia bene a se stessa.
Qualunque sia la ragione, sarà sempre portata ad indirizzare la negatività che estrae dagli eventi (impossibile vedere solo in bianco) verso un proprio lato di personalità; solitamente l'appartenenza di genere. Ne consegue l'attribuzione interna della x variabile sgradevole ed il rimuginare sul perché non fili tutto liscio. Ma, notare! Vedere nero non ne ha mai direttamente implicato l'esistenza. Il verso giusto raramente sarà giusto abbastanza, mentre quello verosimilmente sbagliato lo sarà di certo.
Anche la seconda considerazione cade nella lista 2: voler bene all'amico è molto più semplice che non all'amica.
Per argomentare, devo addentrarmi nell'attanagliante universo dell'amicizia fra donne; già ne temo i frutti. E' consapevolezza comune che il concetto del "best friend" sia centrale nella concezione femminile del vivere di relazione. Molto più che per i ragazzi, per le ragazze vale la necessità del contatto ristretto con una simile. Una di quelle persone con cui condividere le proprie gioie ed i propri turbamenti, successi ed insuccessi, conquiste e privazioni. Una di quelle persone con cui condividere il letto, i vestiti, il cibo; le amicizie. Talvolta anche gli amori. Ci si può chiedere, non è forse solidarietà questa? Io mi rispondo che no, non lo è. Nello specifico, in virtù del fatto i legami morbosi difficilmente risultino essere solidali. Soprattutto poiché gli effetti vanno in direzione opposta rispetto alle aspettative: l'attaccamento sfocia nell'emulazione, il contatto nella gelosia, la presenza nell'invidia. Le piazzate migliori avvengono quando una delle due intraprende la vita di coppia, passo che non induce necessariamente a cambiare ma che appare sufficiente per far dire all'altra che non sei più la stessa. Traducendo il gergo dialettale, mia nonna diceva a ruota che "le amiche sono sempre abbastanza amiche ma mai amiche abbastanza".
L'amicizia fra uomo e donna è invece più semplice: non percepisci il bisogno di doverti ad ogni costo sintonizzare sul pensiero dell'altro, lo scambio comunicativo è pari seppur tra dissimili, non devi fingere di apprezzare ciò che apprezza l'altro per il quieto vivere ed il disaccordo di certo non demolisce il ricordo dei vissuti comuni.
La terza considerazione rientra anch'essa nella lista 2 (comincio a chiedermi se non abbia già definito per quale delle due opzioni propendere): le donne sono spesso più inclini al giudizio ed all'etichettatura delle altre donne rispetto agli uomini.
Roba di tutti i giorni, gli insulti di genere. Ne sono tappezzati i social, nonché la vita reale. Da parte degli uomini non è nulla di nuovo: qualsiasi motivazione giustifica l'attacco gratuito alla femminilità. Quando però sono le donne stesse ad infierire, viene spontaneo un tentativo di spiegazione. Io ci provo spesso, ma ogni motivazione che trovo m'appare più stupida ed inconcludente dell'altra. 1. Non c'è più quella netta divisione uomo-donna tale per cui le credenze dell'uno debbano contrastare con le credenze dell'altra. Tradotto, un'omologazione del sistema dei valori? 2. Il desiderio di apparire "uguali" agli uomini, nonostante la palese diversità venga sottolineata di continuo, motiva l'agire femminile. Tradotto, dipendenza dal modello machista? 3. La proiezione del sentimento d'inadeguatezza personale nonché di pochezza intellettuale nell'affrontare questioni antiche come il mondo, vedi le discriminazioni di genere. Tradotto, il classicone dell'invidia? E l'elenco continua, coinvolgendo abduzioni più o meno biologiche, più o meno psicologiche. Direi non ce ne sia una plausibile, figurarsi attendibile.
Quarta ed ultima considerazione; inseritela voi nella lista corretta: è uno sforzo spesso eccessivo valorizzarsi in quanto donne.
Questo almeno finché il valore della femminilità verrà ritenuto una conquista e non un dato di fatto. Gli uomini hanno raramente dovuto dimostrare a qualcuno quale fosse il significato ultimo del loro esser nel mondo; al contrario di quanto è avvenuto ed avviene per le donne. Una partita individuale contro il senso comune che non lascia spazio a buonismi né tanto meno a gesti solidali; e qui sbagliamo. Così finisce che quella che insegue la carriera sia troppo emancipata, quella che si sacrifica ai doveri familiari una mediocre, quella single una sgualdrina, quella lavoratrice con famiglia una che ha osato troppo, quella che si fa picchiare tra le quattro mura di casa una che se l'è meritato. Un panorama nel quale non sembra rientrare manco un briciolo di quella che chiamiamo solidarietà.


Perché nelle favole non è il mago cattivo a gettare il malocchio sulle fanciulle bensì la strega malvagia? Perché nei miti Era non inizia a castigare Zeus invece che le donzelle con cui copula? Persino la letteratura mistifica il rapporto fra donne, enfatizzandone i conflitti.
Cos'altro aggiungere; penso morirò con molte più certezze rispetto a Freud.