Come quasi sempre accade quando ci si focalizza su sistemi complessi, il miglior modo per comprendere un processo funzionante è quello d'indagarne i deficit; vale per il cervello, nonché per la mente. Detto questo, viene spontaneo chiedersi in che modo i disturbi dissociativi possano chiarire o definire il concetto di coscienza. Cos'è un DDC o disturbo dissociativo della coscienza? Un quadro sintomatico a causa del quale alcuni fenomeni psicoaffettivi mettono in moto la costruzione di una personalità disgiunta da quella cosciente abituale, una patologia caratterizzata da discontinuità, frammentazione ed instabilità della coscienza.
Ma a questo livello si pone un ulteriore problema, ovverosia: come posso parlare di disturbi della coscienza se ancora non esiste una definizione univoca del termine stesso? Sembrerebbe, questo, uno dei tanti circoli viziosi della psicologia. Un tunnel nel quale, almeno per adesso, non desidero addentrarmi.
Il più sconcertante e controverso dei disturbi dissociativi della coscienza non può che essere il disturbo dissociativo dell'identità o, come in precedenza veniva definito, "disturbo di personalità multipla". È affascinante l'idea che in un individuo possano coesistere più personalità, non è vero? Alter complessi ed indipendenti, con modalità di comportamento, ricordi e relazioni propri: spesso in opposizione, le diverse identità sono consapevoli di avere vuoti di memoria (dipendentemente dal fatto una fra tutte prenda il comando), nonostante non lo siano rispetto all'esistenza reciproca. Il DDI viene talvolta assimilato erroneamente alla schizofrenia: infatti, i pazienti affetti da quest'ultima manifestano una disorganizzazione pervasiva e manifesta del pensiero e del comportamento, sintomi che non rientrano nel quadro del disturbo dissociativo dell'identità in quanto gli alter presenti in un medesimo individuo sono coerenti e strutturati, sebbene alternativamente dominanti.
Ciò che rende il trattamento del DDI difficoltoso, oltre che alla sintomatologia spesso multiforme, è la scelta del criterio interpretativo da applicare caso per caso: modello post-traumatico, modello sociocognitivo oppure entrambi? Da un lato abbiamo chi sostiene il DDI si stabilisca nell'infanzia come conseguenza di gravi abusi mentre dall'altro chi lo considera il risultato di un apprendimento alla rappresentazione di ruoli sociali. Come dire, sulla scia del fatto le persone riescano ad adottare una seconda personalità laddove il contesto lo richieda, gli alter apparirebbero conseguentemente o ai suggerimenti del terapeuta o all'esposizione mediatica, oppure ancora ad influenze culturali di natura non specificata. Se si parte dal presupposto che la terapia psicoanalitica sia la più impiegata in fase di trattamento del DDI mi viene sì spontaneo credere agli assunti del secondo modello! Eppure, rimango sempre più propensa ad accreditare l'interpretazione post-traumatica rispetto a quella sociocognitiva. Una piccola digressione filosofica ora non ci starebbe male.
Dennet non è un autore che amo; eccessivamente radicale e meccanicista dal mio punto di vista. È uno di quelli che appartiene al mondo delle ipotesi «speculare circa l'esistenza della coscienza è oscurantismo» e «gli uomini sono macchine, meccanismi semoventi sofisticati e complessi». A favore dell'intelligenza artificiale nonché della possibilità di riprodurre la mente umana su calcolatore, si è anche interessato del disturbo di personalità multipla (se non altro, per avallare la propria testi circa la non-esistenza di un'unicità di coscienza e soggetto). L'autore sembrerebbe aderire al modello post-traumatico, asserendo inoltre che la patologia sfidi le presupposizioni su ciò che esista di umanamente possibile, sui limiti della depravazione e della crudeltà umane. Poste di fronte a conflitti, dolore ed abusi, le vittime creerebbero un confine tra loro e l'esterno (in questo caso, un alter più capace di mantenersi intatto di fronte all'assalto) in modo tale che l'orrore non capiti loro direttamente. La conservazione attraverso una lacerante ridefinizione del Sé permetterebbe quindi la sopravvivenza psicologica di un individuo in balia di forze che non riuscirebbe in altra maniera a contrastare, uscendone illeso.
Se da un lato abbiamo la persona patologica dall'altro invece abbiamo quelle che sono "esperienze blande di personalità multipla", ovvero ciò che un qualsiasi individuo sano sperimenta nel corso dell'esperienza poiché per natura portato a vivere dimensioni parallele differenti. Non vi capita mai di essere talmente incarnati in un determinato ruolo (per esempio, il medico) da non riuscire ad integrare il vostro vissuto attuale con ricordi che appartengano ad un'altra dimensione della vostra identità (per esempio, il padre)? Non è una semplice questione di ruoli, tuttavia. Il cervello lavora in maniera ottimale al fine di mantenere le parti separate, e ciò grazie alla memoria statica dipendente, un fenomeno che coinvolge gli stati neurochimici funzionali nei diversi gradi di cambiamento della personalità.
Non posso che terminare con una citazione tratta da The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde:
«With every day, and from both sides of my intelligence, the moral and the intellectual, I thus drew steadily nearer to that truth, by whose partial discovery I have been doomed to such a dreadful shipwreck: that man is not truly one, but truly two.»

