venerdì 25 luglio 2014

Monocromia.

Quest'anno l'estate non ne vuol sapere d'iniziare, né al di fuori né dentro di me. Ciò che vedo è un unico immenso pervasivo grigiume. Dicono che per vivere a colori siano necessarie le emozioni. DICONO.
Ho trascorso undici anni della mia vita, dall'adolescenza ad oggi, cercando di affrontare in modo autonomo ogni situazione, specialmente le meno piacevoli. Ed ora, pare che gli aiuti mai richiesti stiano bussando alla porta per presentarmi il conto. Ed ora, pare che le barriere costruite tra me e l'esterno stiano collassando una dopo l'altra. Perché l'unico modo che le persone fragili possiedono per sopravvivere è quello di ostentare sicurezza, padronanza di sé e del proprio vissuto. In tal misura, diviene più semplice aiutare gli altri, garantire loro il supporto di cui hanno bisogno, dimostrare presenza e prontezza all'ascolto, rispetto al sostenersi. Un meccanismo che ti migliora in funzione dell'altro da un lato, ma che ti allontana dal contatto con le sfaccettature peggiori della tua personalità. Sapete qual è la maggior consapevolezza di ogni persona che studi psicologia? L'idea secondo la quale rifugiarsi nei problemi altrui sia l'unico modo per sfuggire ai propri, una forma d'utilizzo della sofferenza dell'altro come scudo ai più profondi dilemmi di chi presta aiuto per professione. Del resto, sorreggere qualcuno è dimenticarsi, è mettere a tacere quel brontolio emotivo tanto disfunzionale alla neutralità. Tuttavia, il rischio in cui s'incorre è venire risucchiati nel vortice della coartazione emozionale; almeno fin che regge il teatrino. Pagherei per ridiventare la persona cui tutto scivolava addosso, quella distaccata e senza alcun timore; peculiarità, forse, di un'età che più non torna.
La realtà è che, come tanti, sono ormai un'accozzaglia di esperienze miste a posticipazioni e rimpianti, un grumo inscioglibile di passato, presente e futuro che sguazza in una pozzanghera d'incertezza.
Ogni individuo è i propri traumi e, per quanto ci si possa impegnare a dissimulare, non trascorrerà istante in cui ciò non traspaia, il più delle volte andando ad intaccare i gracili equilibri dei legami. Spesso, per esempio, siamo così ottusi nel perseverare nella quantificazione dei momenti da non considerare il fatto che l'attimo trascurato potrebbe essere il più significativo di tutti; il più necessario di tutti. Vivere per accumulazione, costantemente, in funzione del tempo che ci consuma. Mi si spieghi perché passiamo giorni, mesi ed anni a deludere e ad essere delusi dagli altri, come mai siano i piccoli screzi a mettere in discussione i grandi progetti, perché la considerazione di chi ti odia sembri superare quella di chi ti ama. Quando rassegnarsi di fronte all'evidenza del crollo delle aspettative diventa la strada maestra verso l'accettazione, vieni portato a pensare che più amore si possa provare e più dolore si riesca a provocare.
Eppure, in tutto ciò, rimangono quelle mirabili-magnifiche-meravigliose frasi da manuale appiccicate alla bell'e meglio e che ti fanno sentire importante, la semplicità con cui ti prodighi in consigli quando di fronte non hai altro che cloni di un ideale di normalità da te poco dissimili.
Non intendo dilungarmi oltre; scrivere quest'articolo mi ha reso sufficientemente infelice.

lunedì 21 luglio 2014

Chi sono io? Tata Lucia!

In queste prime tristi giornate da universitaria post-sessione mi vedo sprecare il tempo piantonata davanti alla tv, un'attività che, per inciso, detesto. Ultimamente mi sto imbattendo in uno di quei programmini che visti una volta ne entri in dipendenza": SOS TATA. Ah, che bellezza! (Che poi a uno viene da chiedersi se tata Lucia non si sia ancora ritirata a miglior vita). Un reality arcinoto con buoni livelli di share ed ascolti, stando ai dati e al numero delle edizioni: ben otto, dal 2005 ad oggi. In soldoni, a ruota una delle tre Melanie Klein della situazione approda in un nucleo familiare più o meno disastrato avendo a disposizione una settimana per tentare di ristabilire ordine e armonia. Concettualmente molto bello ma praticamente improbabile, nonostante non siano proprio tutte baggianate quelle partorite nel corso della "missione" di salvataggio. Forse che il successo risieda nel bisogno dello spettatore, soprattutto se genitore, di dare uno scossone alla bagarre quotidiana? Prologhi a parte, la citazione risulta comoda se l'obiettivo è quello di parlare di sistemi educativi e, in particolare, di sistemi educativi paterni. Non che la mia sia una posizione polemizzante bensì marcatamente critica nei riguardi del modello madre-statica/padre-mobile. È pur vero che «i vincoli strutturali, la forza delle tradizioni, dei valori e delle norme presenti nel contesto sociale, contribuiscono potentemente a definire le identità genitoriali e quindi a tenere il ruolo paterno ancorato a vecchie concezioni» (Venuti, 2007) ma, come spesso accade in psicologia, il tentativo di spiegazione scade nella giustificazione. E, dal momento che non sempre risulta esser chiaro cosa sia l'una e cosa sia l'altra, diventa facile attribuire in modo erroneo giudizi di valore, positivi o negativi che siano.
Nel 2014 penso sia lecito chiedersi, per esempio, il motivo della permanenza di disomogeneità nella distribuzione del lavoro familiare e nelle pratiche di gestione dei figli, oppure il perché di privilegi domestici così marcatamente riservati agli uomini. Ma, se vogliamo, questo è il fatto minore se confrontato con le disparità che sorgono nell'ambito dei comportamenti di cura dei figli, contrariamente al fatto che i ruoli di padre e madre siano intercambiabili. Che io sappia, ancora non esistono evidenze (neuro)biologiche che supportino la maggior specializzazione delle madri a cambiare i pannolini. Il problema, inoltre, sembrerebbe radicato nell'idea originaria che una relazione padre-bambino positiva si strutturi alla stregua di una conseguenza del rapporto diadico madre-bambino, come se il padre non potesse interagire con il figlio a meno che la madre non faccia da tramite. In questo modo, la diade padre-bambino non sussisterebbe in quanto tale bensì in quanto triade, forse ostacolando l'analogo processo di attaccamento del bambino nei confronti della figura paterna.
D'altro canto, è pur vero che madri e padri prediligano svolgere attività diverse con i propri figli: se da un lato abbiamo una madre attenta alle dinamiche socio-emotive, dall'altro abbiamo un padre magari più preoccupato a trasmettere aspetti come competitività e approccio vigile al mondo. Alcuni studi dimostrano, per esempio, che le donne tenderebbero alla "padronanza" mentre gli uomini alla "prestazione" e non è difficile immaginare siano proprio questi, rispettivamente, i modelli trasmessi alla prole. L'unica spiegazione che poi mi sento di dare rispetto alla primordiale concezione del "padre-padrone" è connessa all'attitudine dei padri alla parità di genere; semplice. Al diminuire di quest'ultima crollano sia il grado di responsabilità nei comportamenti di cura sia il livello di monitoraggio dei figli.


Ora, per concludere, mi piacerebbe fosse tata Lucia a rispondere ad un quesito nato in seno alla psicologia sperimentale: perché i padri sono più interattivi con il proprio bambino e manifestano un maggior dinamismo quando le loro mogli sono casalinghe?

lunedì 7 luglio 2014

Le dimensioni (mentali) contano.

Ho sempre pensato che se non avessi sfruttato la scrittura come strumento di elaborazione degli eventi che mi sono capitati nel tempo sarei, ad oggi, un nodulo di complessi insoluti. Ultimamente, tuttavia, nemmeno la trascendenza dell'atto di scrivere è riuscita a vincere il bisogno d'interpretazione silenziosa che ha caratterizzato questo periodo d'inerzia e vulnerabilità. Riporto una citazione che credo riassuma alla perfezione la consapevolezza del secolo:
«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)
L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della  relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.


In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità. 

martedì 27 maggio 2014

Il numero due si rallegra di essere singolare.

Furbi gli esseri umani: si raccontano sempre un mucchio di graziose favole che hanno il merito di fare da toppa alle voragini d'incongruenza insite in loro stessi. La mia preferita è senz'altro quella che sostiene che uomini e donne siano fatti (?) per stare insieme. E chi lo dice, la biologia? Ma se non le date mai retta, a 'sta crista di verità incompresa. A meno che non faccia comodo, per l'appunto. Alla luce del raziocinio è evidente come il valore dell'obiettivo comune sia di gran lunga inferiore rispetto al peso conferito agli affari privati. Il conflitto d'interessi tra uomo e donna si configura come una netta linea di demarcazione che, inevitabilmente, scinde ciò che è/ha il maschile da ciò che è/ha il femminile. Alla facciaccia di Jung e dei suoi Anima ed Animus, una concettualizzazione che pur reputando molto romantica e ben costruita comunque non riesco a concepire. Sicuro è che ci sia del maschile nel femminile e viceversa, anche se io preferisco chiamare tali entità Androgeni ed Estrogeni. Ok, forse i termini non sono sognanti come quelli junghiani, ma di certo rendono meglio l'idea. Che poi, cristoiddio, è meravigliosa questa immagine di uomo e donna che incontrano in loro stessi la proiezione del sesso opposto, la cui non-conoscenza genera sconquassamenti nel delicato meccanismo dell'individuazione. C'è però un lieve intoppo poiché questo è un mero desiderio.
Agli uomini non interessano cose stupide come farsi una fotografia con la ragazza, confidare le proprie inquietudini, non dare per certe questioni che non sarebbero scontate nemmeno ai saldi di fine stagione. E le donne mica si preoccupano di sport e motori, di doversi far sopportare dal compagno, di dividere l'infinito in settimane e poi di quantificarne ogni momento trascorso. Se ci fosse del maschile nel femminile e viceversa saremmo tutti più completi ed affini, meno persi nelle battaglie quotidiane off-limits per l'altro, meno concentrati sulle priorità che ci escludono a vicenda. Invece no, si persevera nella domanda "come stai?" e si desiste nell'ascolto della risposta. Il niente la fa da padrone nei dialoghi mentre la morsa della routine attanaglia la rosa dei venti mentale, producendo una sistematica perdita d'orientamento.


Serenità ed entusiasmo diventano così la escort ed il gigolò che ti affanni a trovare, degli accompagnatori spirituali a cui nulla chiedi di materiale se non un fantoccio di vicinanza che, pur sapendo artificioso, pensi riesca ad attutire quell'idea di solitudine che va peregrinando in testa. Ma si sa, la maggior parte delle scorciatoie sono un'arena di fallacie spesso definitive, definenti, definitorie. Allora, che fare? Ed io cosa ne so, ancora non ho scritto in fronte Manuale Delle Risposte. L'unica consapevolezza che detengo è che uomini e donne (ri)cerchino nella diversità gli elementi mancanti dimenticandosi come la complementarietà non sia sufficiente alla pienezza del Noi, che come ad essa serva anche un pizzico di specularità. Del resto, la totalità circoscrive due diversi che convergono e due uguali che divergono.
Furbi gli esseri umani: frequentano sempre i simili che più sono in grado di farli stare da schifo. Tendenza patologico-masochistica? Può ben darsi. D'altra parte, tutti un po' lo siamo. Dipendenti, intendo. E ci piace pure! Contrariamente, sceglieremmo peggio i nostri contatti.

martedì 6 maggio 2014

Infatuazione.

Senti senti come suona bene questo termine! Di gran lunga meglio rispetto a, non so, "sbandata", "fanatismo" oppure "invasamento". Bislacco come le parole riescano a strutturare i differenti mo(n)di per mezzo dei quali l'individuo filtra la realtà. Intrigante, eppur tutt'altra storia.
Si sa, l'adolescenza è il periodo principe per gli esperimenti amorosi, anni in cui esiste un'unica concettualizzazione: io. Ovviamente declinato in "me", "mi" e "mio"; ma anche ciò va da sé. Oggi sono in vena d'introspezionismo manifesto ed è per tale ragione che voglio rievocare le mie infatuazioni giovanili che, per inciso, sono una peggio dell'altra. Tralasciando i mali minori, persi la testa per... Numero uno: il Professore! Numero due: la Musica! Numero tre: il Freudismo! Che mi abbiano accompagnata ed aiutata nelle fasi di transizione è assodato; infatti, il mio obiettivo non è parlarne chiave negativa, bensì farne una parodia. Andiamo, sarà divertente.

Se smettessi di accordarlo, scorderei anche il primo amore.
Partiamo dal classicone: invaghirsi del prof. Sfido qualsivoglia fanciulla a confutare l'ipotesi secondo la quale almeno una volta nella vita scolastico-accademica non ci si sia smarrite nei fumi dell'innamoramento proibito. Nella maggior parte dei casi tacito, in altri (!) un po' più plateale, è il climax ai cui due estremi si collocano l'ebetismo e la disfatta. Peccato, un vero peccato, capirlo solo a posteriori. E poi, cosa dire di tutti i tentativi messi in atto da chi intorno a te "ci tiene" e che mai vorrebbe vederti soffrire a causa di un amore respinto così inopportuno? Suvvia, come se l'innamoramento tra pari fosse meglio e venisse sempre ricambiato. Allora, la domanda pare trasformarsi da "perché?" a "perché no?". Di certo, la sperimentazione di un sentimento associato a qualcosa di sì irraggiungibile eppur concreto aiuta ad aprire gli occhi molto presto, ad affrontare la metafisica del rifiuto.
Ma come siamo seriosi! Non era questo l'intento. Ritorno sui binari dell'insensatezza.

L'ex a cui concedo di rimanere in buoni rapporti.
Storia-travaglio per antonomasia, il mio rapporto con un molto bianco e poco nero: il pianoforte. Credo con lui abbia trovato espressione il lato masochistico della mia personalità, dico davvero. Avete presente, no? Glorificare l'aguzzino, o qualcosa del genere, insomma. Sottomettersi all'entità che è la fonte di tutti i dispiaceri nello stesso modo in cui è la sorgente di tutti i piaceri che sei in grado di provare. In psicologia, la chiamano "dipendenza" (o sarebbe meglio dire, disturbo dipendente di personalità?) e credo da sempre sia la peggior forma di annullamento di se stessi. Esistere in funzione di qualcos'altro all'infuori di te; in altre parole, non esistere affatto. Otto anni di una relazione che amo ricordare ma che preferisco abbia smesso di essere la mia gabbia d'oro su misura.
Sono diventata proprio una specialista nelle interpretazioni a posteriori!

Il falò dei ricordi e la grande x rossa su una relazione fallimentare. 
Ho provato a dilungarmi ed avrei voluto che questo momento non arrivasse, ma...è impossibile procrastinare ancora. Terzo infelice passo della mia gioventù che intitolerei: Freud, l'origine dei rimpianti presenti e la fine dei rimorsi passati (per inciso, il futuro è nero). Ah, che disgrazia! E' proprio vero che non puoi che odiare ciò che hai amato, difeso e protetto con tutte le forze una volta che questo abbia deluso ogni aspettativa, infranto ogni progetto di una vita insieme. Il freudismo era l'amante perfetto, la risposta a qualsiasi domanda e la soluzione a qualunque problema. Il coerente ossimoro che vive: spaccone ma affidabile, individualista ma presente, divino ma dimesso. Quanta felicità tra le sue braccia, forse troppa per non insospettirsene. Non c'era un quesito dinanzi al quale fuggisse, una spiegazione che non trovasse, una giustificazione migliore che spingesse oltre i limiti della comprensione. L'alfa e l'omega, il rifugio, la verità. Un giorno, ahimè, scoprii che mi tradiva. Fu un'idropompa, altro che doccia fredda. Il volto dell'onestà altro non era che un misogino, omofobo, fallocrate, cocainomane, morfinomane, affabulatore, impostore, negazionista, tiranno, corrotto e privilegiato del cazzo.
Anche se c'insegnano non sia così, i regni crollano al dissolvimento dei seguaci e non alla morte dei sovrani.
I miei amori passati non hanno mai riempito nulla, se non fazzoletti e bicchieri. Confido negli attuali; concreti o concettuali che siano.

lunedì 28 aprile 2014

Punti di ri-ferimento.

Non che c'avessi mai fatto caso. Appigli a cui rivolgersi oppure speroni a doppio taglio? Magari, e più credibilmente, entrambi.
Se ripenso al mio quinto anno di superiori non posso che rievocare con un mezzo sorriso la frase che permeava in modo trasversale le discipline che studiavo: l'Ottocento è il secolo in cui i punti fermi costruiti a fatica in oltre duemila anni di storia iniziano a crollare. Il secolo a partire dal quale le certezze diventarono dubbi ed i dubbi certezze, diremmo ora. Cito tre personaggini, giusto per la gloria. Ad esser precisi, la prima bomba venne sganciata ancora nel '500 quando un tale di nome Copernico se ne uscì bello come il sole lasciando intendere al mondo intero che l'uomo non fosse al centro dell'universo. Botta numero due, il signorino Darwin, ora sì in pieno '800, che dimostrò come l'uomo nemmeno fosse al centro delle specie animali. Per terzo arrivò Freud, a cavalcioni del suo uccello d'argento, affermando che l'uomo manco era al centro di se stesso. Tre ferite dritte al cuore dell'antropocentrismo più spietato. Tre ferite al piccolo narciso ch'era l'uomo.

Da allora tutto mutò ed a poco servirono le incursioni degli "intelligenti": l'era postmoderna è un susseguirsi di instabilità, di frammenti di individui, azioni, comportamenti e situazioni che turbinano in maniera casuale all'interno di una dimensione spazio-temporale provvisoria. A cosa serve speculare sulla natura dei legami d'attaccamento quando questi poi sprofondano nel container della dimenticanza? A che scopo utilizzare le persone vicine come raccoglitori di nulla? Dove si annida, nell'organismo, questo culto dell'onnipotenza tale per cui ci si sente in grado di controllare gli eventi negando all'altro la carta del supporto? Ma soprattutto, perché ci si comporta come se ci fosse sempre una seconda possibilità? Il mito (o spauracchio, a seconda) del recupero-cancella-mancanza, lo chiamo io. La filosofia dell'eterno studente, per averne un esempio pratico. Quando ci si trova ad un passo dal fallire un obiettivo, ecco che ci si attrezza per sistemare la faccenda alla bell'e meglio. Perennemente in ritardo al traguardo da dimenticare persino a che fine si stia gareggiando. Non esiste l'aver bisogno dell'altra persona, bensì il mero servirsene. Di far progetti, poi, non parliamone. Che comunque credo sia un po' meglio rispetto al costruirli per distruggerli. Tutti d'accordo sul fatto il periodo storico di certo non aiuti, ma... viene così spesso elevato a giustificante da risultare privo di significato, quasi.
Rimane da chiedersi perché l'ossessione di sbagliare partorisca solo falle nel piano originario di una perfezione ideale. Rimane da chiedersi se la sofferenza derivante da un tale stile di approccio all'esperienza germogli silente e poi venga taciuta in maniera più o meno consapevole dall'individuo che la sperimenta.
Correre e correre; anzi, rincorrere. Rincorrere il lavoro, le occasioni, gli eventi; rincorrere gli amici, il partner, la famiglia. Con in testa un disco fisso: se li acchiappo in tempo (utile) mi daranno un'altra chance.

venerdì 18 aprile 2014

Il rifugio mentale dell'eccesso.

Per cominciare. Gerarchia di utilizzo di un telefono cellulare:

  1. perdere in qualsiasi tipologia di gioco;
  2. cincischiare sui social;
  3. craccare "cose";
  4. guardare musica, ascoltare film;
  5. fingere di interessarsi al mondo;
  6. fotografare arrotondando per eccesso;
  7. illuminare ambienti oscuri;
  8. misurare la pendenza delle superfici;
  9. calcolare le kilocalorie di alimenti e bevande;
  10. se rimane tempo, chiamare.

Vengono definiti "nuove dipendenze" i comportamenti d'abuso non direttamente connessi a sostanze dal potenziale più o meno tossico, figli illegittimi del matrimonio d'interesse fra certezza di previsione/controllo e frustrazione d'impotenza. Ad oggi, appartengono alla categoria il lavoro, il sesso, il gioco d'azzardo,lo shopping, internet e... il telefono cellulare, per l'appunto. Tutti sarebbero accomunati dal fatto che il loro utilizzo derivi "dalla necessità di avere un elemento d'appoggio per mantenere un equilibrio psicofisico nelle condizioni di maggiore tensione" (Caretti e La Barbera, 2005), il che permetterebbe all'individuo di dissociarsi, ovvero di modificare uno stato di coscienza ordinario in funzione di una dimensione d'irrealtà in cui sia lecita la soddisfazione di qualsiasi cosa transiti per la testa. Infatti, una volta ampliato l'ambito del possibile, quale limite potrebbe mai ostacolare la fuga verso la libertà? Ma il risvolto paradossale dell'intera riflessione balza subito all'occhio, poiché un dipendente tutto è fuorché libero.
"[...] la nostra società non fa l'apologia del desiderio, quanto piuttosto l'apologia delle voglie, che sono un'ombra impoverita del desiderio [...]." (Benasayag e Schmit, 2003)
Da qui, il che me ne importa di lavorare fino allo stremo se ciò mi permette di guadagnarne in soldi ed autoaffermazione, il tanto ho bisogno del mero svuotamento derivante dal coito fine a se stesso, il adesso un'altra monetina e sbanco la macchinetta, il ma sì è così bello poter pagare a rate qualsiasi acquisto anche se è superficiale, il la rete è la mia nuova casa e qui mi sento al sicuro perché posso non mostrare ciò che sono veramente, il ormai chiamare non va più di moda e sarà meglio che ti mandi un emoticon. Surrogati. Fantocci. Vuoti che riempiono altri vuoti.
Gli studi neuropsicologici sono quelli che forse meglio illustrano il fenomeno della duplicità dell'eccesso, nonostante abbiano poco a che vedere con l'argomentazione precedentemente esposta. E' però possibile considerare il fatto che anche il paziente dipenda da qualcosa, ovvero dalla propria condizione; essa lo costringerebbe ad agire in modo compulsivo verso uno scopo, anche laddove privo di significato. Penso, per esempio, all'insieme situazionale che abbraccia alcuni malfunzionamenti come l'ipercinesia, una condizione nella quale la produzione di materiale sovrabbondante talvolta sfocia in passioni violente.
<<"Pericoloso benessere", "luminosità morbosa", un'euforia ingannevole sotto la quale si spalancano abissi: è questa la trappola promessa e minacciata dall'eccesso, tesa a volte dalla Natura, sotto forma di una qualche turba inebriante, a volte da noi stessi, sotto forma di una qualche esaltante tossicodipendenza.>> (Sacks, O.)
Alla stregua di una malattia che alteri in positivo il comportamento abituale di un individuo, per esempio accelerando i meccanismi del pensiero e dell'azione, così anche un oggetto oppure una sostanza possono accrescere nella persona l'impressione di meraviglioso benessere e ritrovata pienezza dapprima assopite in non-si-sa-quale angolo della personalità. Sensazioni che solo a posteriori tenderebbero a svelare le componenti di pervasività e distruttività tipiche della dipendenza, la cui arma di seduzione consiste nella prospettiva di un annichilimento delle immagini mentali conflittuali non rappresentabili sul piano cosciente.

Non so voi, ma io non sono così sicura di voler stare "troppo bene".