Se c'è un qualcosa che mi fa soffrire, nel concetto di latenza, è la ricerca gretta e disperata di giustificazione. Perché di quiii, poiché di lààà. Ora, dovete scusarmi. Da quanto sarà che non scrivo? Il fatto è che ho iniziato la Magistrale e, vivendo altrove, ho una casa a cui non posso far mancare lo stretto necessario affinché possa definirla tale. In più, devo alimentare il tentativo di tenere in piedi una vita sociale, evitando che i paper si accumulino intasando dropbox. Inoltre, ho così tante idee a cui non sono in grado di dare forma in modo indipendente! Ecco perché trovo davvero poco tempo da dedicare al blog e, di ciò, me ne dispiaccio (faccina triste).
In questi tempi poi, ho raffinato la tecnica del dare coerenza a questioni, anzi, suggestioni, che di logicità apparente non sembrano averne. Mi sono oltremodo specializzata e, che ci si creda oppure no, le persone sono felici e tacitamente ringraziano per aver trovato il fessacchiotto a cui delegare il compito. Vuoi essere buono, ma tanto, per Natale? Risolvi le contraddizioni nell'aere. Mmmh, dicevo. Ho così tante idee, un po' a casaccio, e sono in tal modo costipata da non riuscire a svilupparle singolarmente, che muoio dall'impulso di gettarle nel pentolone, farle bollire mescolando a tratti ed aspettare di gustare quello che ne verrà. Io non mi sbilancerei, sul risultato. Ciò che invece farei, per il processo. Hai presente da bambino, quando al ristorante creavi la pozione per la mamma, unendo il ketchup alla maionese all'olio ai grissini al sale allo zucchero al tovagliolo al cameriere alla coca-cola? Perfetto, meglio limitarsi alla meraviglia del fare che non del considerare. A proposito di cibo, mi piacerebbe giungere alla comprensione ultima del perché nessuna coppia sia mai "quel tipo di coppia". Un dilemma alquanto fastidioso quello che si propone quando nella prototipica occasione del dover fare il terzo, o il quinto, ad una cena, senti dire "non preoccuparti, noi non siamo così". Così come? Così peggio delle più bieche limonaie d'inverno? Il perché sia una frase tipicamente femminile, poi, apre a due considerazioni. O il partner vive nella convinzione, mai contraddetta, di fare in realtà parte di "quel tipo di coppia" oppure chi, io? Io ero single, da domani. Rimanendo ottimisti, forse basterebbe sfruttare la variante psicologica del non innescare quella che appare come un'allarmata risposta difensiva allo spiazzante e terribile "non me la sento di reggervi il moccolo" che sputate nell'occhio degli amici. Già in principio, il clima che viene a crearsi non è mica dei più auspicabili. In questo modo mica vi aiutate a superare l'impasse della singletudine. Tuttavia, questo è niente rispetto all'attanagliante mondo delle dinamiche gruppali, in senso letterale. Che poi, tutti i migliori lavorano in gruppo eh, i neuroni in prima linea, però valuterei anche la probabilità che unire le forze possa sottrarre risorse al singolo. Un po' come per quelle poche migliaia di neuroncini dell'area x che si vedono soffiare la preferenzialità di risposta dagli adattamenti compensatori degli ultimi arrivati. Ci potevate pensare anche prima! Dov'è andato a finire il gene egoista che sedimenta in ognuno di noi?
martedì 15 dicembre 2015
mercoledì 16 settembre 2015
Un'epoca in cui.
Camminare è un buon esercizio. No, non per il fisico.
Vivo in un'epoca in cui non posso uscire a fare sport in pantaloncini e canotta che subito vengo guardata e bramata come fossi la più consumata delle troie.
In un'epoca in cui non posso difendermi laddove un uomo abbia già deciso di volermi a ogni costo.
In un'epoca in cui ho un partner che si compiace nell'espormi come un bell'oggetto anziché proteggermi dagli sguardi insistenti altrui.
In un'epoca in cui abusare di una donna fa guadagnare un video su YouTube, due selfie e migliaia di commenti divertiti.
In un'epoca in cui non basta sia dipendente sul posto di lavoro, ma in cui è necessario lo sia anche tra le pareti di casa.
In un'epoca in cui se dico di volermi iscrivere a un corso di autodifesa vengo derisa.
In un'epoca in cui lievemente femminile sono una cagna e lievemente maschile sono una cessa.
In un'epoca in cui non arrivo a guadagnare lo stipendio di un uomo nonostante svolga meglio il suo lavoro.
In un'epoca in cui se le mie relazioni si sfasciano è poiché ho esagerato, tradito, ingannato, distrutto, illuso, ignorato, mentito, pensato solo a me stessa.
In un'epoca in cui mi rinfacciano che «Avete voluto le pari opportunità?» solo perché a me pagano da bere.
In un'epoca in cui devo abbassare lo sguardo affinché non venga scambiato per una provocazione.
In un'epoca in cui fatico a chiedere al partner del momento, o della vita, di fare l'amore con me, per paura di venire giudicata o respinta.
In un'epoca in cui se arrivo in cima alla gerarchia socio-lavorativa è solo perché me li sono fatta passare tutti.
In un'epoca in cui è inimmaginabile possa essere sia bella che acculturata, spiritosa, riflessiva, paziente, disponibile, presente.
In un'epoca in cui è scontato debba apprezzare i commenti vogliosi che mi vengono rivolti, perché è così che comanda la natura femminile.
In un'epoca in cui vengo ancora dileggiata perché ho il ciclo!
In un'epoca in cui se sono troppo intraprendente non riesco a conservare un partner per più di una settimana.
In un'epoca in cui o sono eccessiva o sono invisibile.
In un'epoca in cui mi chiedono quanto voglia, ricevo fischi dall'alto delle vetture, mi vengono rivolti gesti eloquenti dai finestrini, mi invitano ad accettare un passaggio.
In un'epoca in cui nemmeno le donne rispettano le donne.
In un'epoca in cui, nonostante ciò che sono costretta a tollerare, non sarei mai voluta nascere carnefice.
Vivo in un'epoca in cui non posso uscire a fare sport in pantaloncini e canotta che subito vengo guardata e bramata come fossi la più consumata delle troie.
In un'epoca in cui non posso difendermi laddove un uomo abbia già deciso di volermi a ogni costo.
In un'epoca in cui ho un partner che si compiace nell'espormi come un bell'oggetto anziché proteggermi dagli sguardi insistenti altrui.
In un'epoca in cui abusare di una donna fa guadagnare un video su YouTube, due selfie e migliaia di commenti divertiti.
In un'epoca in cui non basta sia dipendente sul posto di lavoro, ma in cui è necessario lo sia anche tra le pareti di casa.
In un'epoca in cui se dico di volermi iscrivere a un corso di autodifesa vengo derisa.
In un'epoca in cui lievemente femminile sono una cagna e lievemente maschile sono una cessa.
In un'epoca in cui non arrivo a guadagnare lo stipendio di un uomo nonostante svolga meglio il suo lavoro.
In un'epoca in cui se le mie relazioni si sfasciano è poiché ho esagerato, tradito, ingannato, distrutto, illuso, ignorato, mentito, pensato solo a me stessa.
In un'epoca in cui mi rinfacciano che «Avete voluto le pari opportunità?» solo perché a me pagano da bere.
In un'epoca in cui devo abbassare lo sguardo affinché non venga scambiato per una provocazione.
In un'epoca in cui fatico a chiedere al partner del momento, o della vita, di fare l'amore con me, per paura di venire giudicata o respinta.
In un'epoca in cui se arrivo in cima alla gerarchia socio-lavorativa è solo perché me li sono fatta passare tutti.
In un'epoca in cui è inimmaginabile possa essere sia bella che acculturata, spiritosa, riflessiva, paziente, disponibile, presente.
In un'epoca in cui è scontato debba apprezzare i commenti vogliosi che mi vengono rivolti, perché è così che comanda la natura femminile.
In un'epoca in cui vengo ancora dileggiata perché ho il ciclo!
In un'epoca in cui se sono troppo intraprendente non riesco a conservare un partner per più di una settimana.
In un'epoca in cui o sono eccessiva o sono invisibile.
In un'epoca in cui mi chiedono quanto voglia, ricevo fischi dall'alto delle vetture, mi vengono rivolti gesti eloquenti dai finestrini, mi invitano ad accettare un passaggio.
In un'epoca in cui nemmeno le donne rispettano le donne.
In un'epoca in cui, nonostante ciò che sono costretta a tollerare, non sarei mai voluta nascere carnefice.
[All'altezza di Inezgane Ait Melloul, Souss-Massa-Draâ, Marocco; una foto che scaccia tutti i pensieri.]
venerdì 17 luglio 2015
Dal medico curante.
Mi sto ormai abituando al fatto che con l'avanzare dell'età aumentino, oltre ad altre cose come il peso, le rogne, i giramenti di pianeti e le insoddisfazioni, anche le uscite fuoriporta dal dottore, per una o per quell'altra causa. Nel corso delle mie escursioni, ho avuto modo di raccogliere del materiale interessante; si osserva ottimamente, in coda. Una realtà sfruttabile in più occasioni, del resto: in posta, al parco divertimenti, al supermercato; persino in chiesa in attesa dell'ostia. La differenza, se vogliamo, è che "la coda", dal medico di base, assume tutt'altra connotazione rispetto alle altre più sfortunate situazioni. E' un momento, anzi sono ore, di giubilo; e come ogni party che si rispetti, diverse tipologie di personalità ivi entrano in relazione.
Per concludere, credo che andare dal dottore sia diventato un po' come andare a teatro: ci si va per un reale bisogno e per ascoltare buona musica, oppure per fare a gara di problemi ed aspettare l'intermezzo per bersi un drink nella hall.
#1, l'Egomirato.L'anima della festa. Uno di cui senti la mancanza tanto quanto senti la presenza. La caratteristica di questo esemplare è che arriva sempre prima di te. Magari è già lì da tempo; forse è lì da sempre. Si dilunga in articolati discorsi trasversali, preferendo alcune dimensioni dello scibile quali la meteorologia, i malanni, l'idolatria (o l'anti-idolatria) politica e le proprie sventure. Essendo colui che direziona l'andamento degli scambi comunicativi, diventa difficile dirottare il focus su altri argomenti come per esempio non so, il silenzio. L'Egomirato ha solitamente un'età che permette lui di aver visto e sperimentato parecchio, senza per questo lasciar intendere che i propri contenuti siano anche sostanza oltre che forma.
#2, il Fatalista.Un maestro nell'arte di volgere tutto in chiave negativa, sfrutta la lungaggine dell'Egomirato nel tentativo di far emergere tout court la propria visione della realtà. Spesso polemico, talvolta remissivo, permette all'emozionalità di soggiogarlo in vari modi: borbotta, si mangia i finali di frase, cerca ripetute conferme e rimugina prima di proferire parola. Pensa e ripensa. In questi termini, per esempio, l'Ipocondriaco risulta esserne una mera sottocategoria: il Fatalista dei sintomi, tanto per capire. Il nostro esemplare è vigile ed attento a cogliere ogni possibilità di manifestare il proprio disappunto rispetto a qualsivoglia questione, nell'augurio di scovare un suo pari. Un profilo sobrio è ciò che lo contraddistingue ed una tempra altalenante ciò che lo caratterizza.
#3, il Bendisposto.Tipico esemplare da branco, sebbene non ami competere per il territorio. Lui preferisce cooperare. Seduto placido al proprio posto, ha occhi ed orecchie ovunque, pur distogliendo a fatica l'attenzione dal ninnolo elettronico che tiene tra le mani. Si riconosce perché è il solo che non si prende il disturbo di dissentire; ha insieme caldo e freddo, non sa ben dire se sia lì per una ricetta oppure per una diagnosi, è sia di destra che di sinistra che apolitico, partecipa commosso alla malasorte dell'Egomirato esasperando convinto i turbamenti del Fatalista. E' quello che puoi convincere a fare il lavoro sporco per conto tuo, quello che si prende le colpe, quello che è troppo impegnato ad essere distratto. Di positivo ha che non bisticcia con nessuno.
#4, l'Esonerato.L'esemplare che non sarai nemmeno una volta, pur essendo un ruolo contagioso che osservi passare di mano in mano. L'Esonerato è colui che possiede il privilegio di aggirare l'attesa esibendo la carta del "devo solo ritirare" un qualcosa. Si pone alla stregua dell'ometto che si presenta alla cassa del supermercato con in mano un Derby Blue mentre tu gli stai davanti con il carrello da spesa bimestrale. Cosa fai? Lo lasci passare. Poi magari ti accorgi che aveva accuratamente nascosto un cestino da qualche parte e che, come spesso capita, hai sottovalutato il potenziale Esonerato che risiede il lui. Il profilo rimane incerto poiché di elementi cronici, di Esonerati di tratto, a quanto pare, ve ne sono pochi. Per l'Esonerato di stato, recuperabile, è ancora possibile chiudere un occhio.
#5, l'Instancabile.Al pari dell'alcol o della musica in ogni party che sia tale. Anche laddove ti capitasse di andare dal medico una volta a quinquennio lo troveresti in attesa, magari persino accasciato sulla medesima sedia. A tratti, potrebbe essere confuso con l'Egomirato; del resto, conosce tutti ed interagisce con chiunque. A differenziarli, però, è il fatto che l'Instancabile sembra aver appreso i propri argomenti a memoria e non faccia altro che ripeterli a ruota, come d'abitudine. Non manifesta lo slancio entusiastico tipico dell'Egomirato. Pensandoci bene, potrebbe esserne l'evoluzione. Se possiedi poche misere certezze, la vicinanza di questo esemplare non dovrebbe che infonderti speranza. Così immutabile, confortante ed appagato per aver trovato il proprio posto nel mondo.
#6, quello che sta fuori dalla porta.Senza dubbio, il mio preferito. Il tempo di arrivare, chiedere chi sia l'ultimo e ricapitolare fuori. Che si ghiacci oppure arrostisca non importa; uscirebbe anche se subito dopo fosse il suo turno. Non si capisce cosa di preciso lo urti e perché non riesca a convivere con il circostante, se siano le persone oppure le pareti ad infastidirlo, se sia una questione di vena alternativa, di umore, abitudine o propensione. Di certo, intuisci che sta pensando al modo migliore per sopprimere l'Egomirato e che, se mai lo trovasse, non avrebbe alcuna titubanza a condividerlo con te. E' un esemplare dai modi garbati, uno dei pochi che saluta sia all'inizio che alla fine del suo breve viaggio. Uno a cui la parola "soglia" evoca intense e piacevoli rimembranze.
Per concludere, credo che andare dal dottore sia diventato un po' come andare a teatro: ci si va per un reale bisogno e per ascoltare buona musica, oppure per fare a gara di problemi ed aspettare l'intermezzo per bersi un drink nella hall.
sabato 9 maggio 2015
L'amore al tempo delle calamite.
In fisica, un polo magnetico è una porzione di spazio caratterizzata da un flusso, il quale può essere entrante (sud) oppure uscente (nord). Legge vuole che ogni polo sia sempre accoppiato al proprio opposto, in una configurazione nota come "dipolo magnetico", un modello nel quale le due cariche magnetiche si trovano a essere rigidamente connesse.
Fateci caso; la scienza non piace a nessuno se non fino a quando diventa un funzionale terreno epistemologico entro cui fomentare profonde e tormentate speranze rispetto ad argomenti che interessano fortemente. Uno di questi è l'amore. Oggi desidero schierarmi contro l'abuso del motto "gli opposti si attraggono", non tanto perché sia falso bensì poiché parzialmente vero.
Cominciamo dalle distinzioni banali, quelle che per la maggiore piacciono ai deboli di spirito, inscrivendo le coppie nel panorama dell'animale uomo (onde evitare incresciosi fraintendimenti su quanto possano essere verosimili incroci di altra natura). Uomo-Donna va bene, è il Senior degli opposti. Tutto il resto è noia perché ancora nessuno è riuscito a risolvere l'arcano di "buchi" mancanti da un lato e "buchi" in eccesso dall'altro. Bianco-Nero (grigiognolo, marroncino e tutte le sfumature che preferite) già inizia a non andare; il perché è incerto, forse dovuto a discromatopsia congenita. Vecchio-Giovane questo piace, eccome se piace! Specialmente a chi preferisce pensare che sia meglio sentirsi giovani da vecchi anziché vecchi da giovani. Ricco-Povero questo è un dilemma; sono infatti troppe le variabili da considerare. Con Bello-Brutto raggiungo l'apice della banalità e, sincera, non saprei nemmeno cos'altro aggiungere. Ah sì! Che la questione è soggettiva, e me ne lavo le mani.
Addentrandosi nelle distinzioni più sottili, poi, è possibile strutturare una pressoché infinita gerarchia di combinazioni utilizzando il sempre caro concetto di "carattere". Di primo acchito, verrebbe da chiedere se le persone si riferiscano al temperamento oppure alla personalità e, di conseguenza, se parlino di biologia oppure di psicologia e, di conseguenza ancora, se siano consapevoli di ciò che dicono oppure ingranino la quinta per sentito dire o per partito preso. Diventa così difficile divincolarsi in un tale marasma di specificazioni a matrioska che forse sarebbe una saggia decisione dedicare parte delle proprie risorse ad attività meno impegnative. Non so, fare m'ama-non-m'ama con le margheritine, per esempio.
Nella patologia, invece, accade qualcosa di bizzarro, a tratti inspiegabile. Uno tra i casi che più fa riflettere, una questione forse dovuta al fatto che possieda una componente non indifferente di "volersi fare del male", coinvolge le due polarità fobiche: i dipendenti da un lato e gli autonomi dall'altro. I primi compensano ciò che è mancato ai secondi e i secondi ciò che è mancato ai primi. L'attrazione è intensa e la fase d'innamoramento è complessa; il rischio è che sul lungo periodo i due partner finiscano per lanciarsi i piatti anche durante il sonno. L'ideale prototipo di amore fatale.
Potremmo dibattere proficuamente trovando molti altri esempi, eppure il cuore pulsante dell'intera questione pare risieda, in modo trasversale a qualsivoglia caso, nella temporalità. L'attrazione inizia e si conclude in un tempo finito, sfociando in unione nell'amore o in dissoluzione dell'amore. Del resto, da nessuna parte è scritto che due magneti debbano rimanere per sempre connessi, almeno non fino a quando un movimento esterno eserciti una lieve pressione che arrivi a disgiungerli.
Fateci caso; la scienza non piace a nessuno se non fino a quando diventa un funzionale terreno epistemologico entro cui fomentare profonde e tormentate speranze rispetto ad argomenti che interessano fortemente. Uno di questi è l'amore. Oggi desidero schierarmi contro l'abuso del motto "gli opposti si attraggono", non tanto perché sia falso bensì poiché parzialmente vero.
Cominciamo dalle distinzioni banali, quelle che per la maggiore piacciono ai deboli di spirito, inscrivendo le coppie nel panorama dell'animale uomo (onde evitare incresciosi fraintendimenti su quanto possano essere verosimili incroci di altra natura). Uomo-Donna va bene, è il Senior degli opposti. Tutto il resto è noia perché ancora nessuno è riuscito a risolvere l'arcano di "buchi" mancanti da un lato e "buchi" in eccesso dall'altro. Bianco-Nero (grigiognolo, marroncino e tutte le sfumature che preferite) già inizia a non andare; il perché è incerto, forse dovuto a discromatopsia congenita. Vecchio-Giovane questo piace, eccome se piace! Specialmente a chi preferisce pensare che sia meglio sentirsi giovani da vecchi anziché vecchi da giovani. Ricco-Povero questo è un dilemma; sono infatti troppe le variabili da considerare. Con Bello-Brutto raggiungo l'apice della banalità e, sincera, non saprei nemmeno cos'altro aggiungere. Ah sì! Che la questione è soggettiva, e me ne lavo le mani.
Addentrandosi nelle distinzioni più sottili, poi, è possibile strutturare una pressoché infinita gerarchia di combinazioni utilizzando il sempre caro concetto di "carattere". Di primo acchito, verrebbe da chiedere se le persone si riferiscano al temperamento oppure alla personalità e, di conseguenza, se parlino di biologia oppure di psicologia e, di conseguenza ancora, se siano consapevoli di ciò che dicono oppure ingranino la quinta per sentito dire o per partito preso. Diventa così difficile divincolarsi in un tale marasma di specificazioni a matrioska che forse sarebbe una saggia decisione dedicare parte delle proprie risorse ad attività meno impegnative. Non so, fare m'ama-non-m'ama con le margheritine, per esempio.
Nella patologia, invece, accade qualcosa di bizzarro, a tratti inspiegabile. Uno tra i casi che più fa riflettere, una questione forse dovuta al fatto che possieda una componente non indifferente di "volersi fare del male", coinvolge le due polarità fobiche: i dipendenti da un lato e gli autonomi dall'altro. I primi compensano ciò che è mancato ai secondi e i secondi ciò che è mancato ai primi. L'attrazione è intensa e la fase d'innamoramento è complessa; il rischio è che sul lungo periodo i due partner finiscano per lanciarsi i piatti anche durante il sonno. L'ideale prototipo di amore fatale.
Potremmo dibattere proficuamente trovando molti altri esempi, eppure il cuore pulsante dell'intera questione pare risieda, in modo trasversale a qualsivoglia caso, nella temporalità. L'attrazione inizia e si conclude in un tempo finito, sfociando in unione nell'amore o in dissoluzione dell'amore. Del resto, da nessuna parte è scritto che due magneti debbano rimanere per sempre connessi, almeno non fino a quando un movimento esterno eserciti una lieve pressione che arrivi a disgiungerli.
Forse è quanto accade a tutti quegli opposti che si attirano; per un breve periodo, finché amore non li separi.
venerdì 3 aprile 2015
Hai ragione tu.
In origine, questo era un luogo pensato per parlare di psicologia clinica, come del resto testimonia la maggior parte degli articoli postati. A distanza di due anni, però, qualcosa è inevitabilmente cambiato ed i temi trattati si sono estesi, poiché mutuati da altre branche della psicologia. Questo, per esempio, sarà uno scritto senza patria né nome; concedetemelo.
Tendenzialmente, sono una persona piuttosto mite e che non disdegna starsene per proprio conto, anche laddove l'attività più quotata sia la contemplazione del soffitto. Nonostante in quest'ultimo periodo percepisca in modo particolare i contro della solitudine, non sono solita farne un dramma; a volte un poco di più, a volte un poco di meno, credo di aver trascorso la maggior parte del mio tempo da sola. A casa, a scuola, in università; persino in mezzo agli altri.
Ieri ho compiuto 23 anni e, come ormai da tradizione, dovrei fare un bilancio di questi ultimi 12 mesi. "Più uno" ripetono tutti, quando invece dovrebbero dire "meno uno", dal momento che ogni giorno che passa è un giorno da sottrarre e non da aggiungere; un giorno in meno che rimane da vivere. A prescindere da quanto avvenuto, un anno tutto sommato ordinario ad esclusione della recente laurea, mi focalizzerei sull'aver maturato una nuova consapevolezza in fatto di giudizio. Detto così sembra non voler dire nulla, ragione per cui ora mi appresto a definire ogni singolo passaggio. A coloro i quali abbiano seguito l'evoluzione di questo modestissimo blog sarà ben noto come i miei principali interessi concernano le neuroscienze e, a più ampio raggio, il modus operandi della scienza. Se apro gli occhi mi trovo immersa in un incantevole paesaggio fatto di relazioni, teorie, associazioni, modelli, spiegazioni, dimostrazioni e confutazioni che interagiscono al fine di dare una continuità all'impegno profuso nel corso dei secoli dai ricercatori. Personalità, queste, spesso bistrattate, sottovalutate e messe a tacere, altre invece idolatrate all'eccesso ed idealizzate, altre ancora piegate a scopi politico-economici e tutt'altro che involute nell'interesse della divulgazione scientifica. Di volta in volta è il giudizio ad identificare da che parte si schierino gli individui e, soprattutto, se si vogliano o meno sbilanciare a favore di una causa ritenuta meritevole del proprio supporto.
Agli psicologi insegnano che giudicare disonori il ruolo stesso, è vero, ma solo chi abbia trascorso una vita ad essere giudicato pur imponendosi di rimanere fedele al non-giudicare è in grado di comprendere ciò che un tale dogma richiede; quanto pesi il fardello della neutralità. Il difficile non è tanto astenersi dall'esprimere opinioni negative quanto invece accettare l'impossibilità a poterne formulare di positive, prigionieri nel vortice del più spietato degli agnosticismi praticabili. E pensare che molte persone fanno del non prendere posizione una filosofia di vita; viene da chiedersi quali gratificazioni ne derivino. Dal canto mio, nessuna.
Si accavallano le ore, si inseguono i giorni, si accumulano gli anni; più trascorre il tempo e più mi accorgo che prima di essere il professionista che sarò (se mai sarò) sono un individuo come tutti gli altri, con il viscerale bisogno di manifestare in piena libertà le proprie opinioni in merito a qualsivoglia soggetto ed oggetto del mondo. Sono nauseata dal costruire giustificazioni ad hoc per ogni evento poco interpretabile, dal non saper rispondere ad un'amica che mi chiede cosa pensi di lei, dall'affondare nel tentativo di vedere la profondità in ogni dove, dal farcire di diplomazia anche la lista della spesa. Mi urta l'abitudine a trovare sempre più alternative possibili ed a percorrere ogni sentiero all'apparenza transitabile, la convinzione che sia lo spirito critico la linea guida per eccellenza, essere disponibile ma asettica, flessibile nella mia spesso tirannica fissità di pensiero. Ciò nonostante, sono ben conscia di essere attaccata alla rappresentazione che ho maturato di me stessa, poiché unico frutto "piuttosto buono" nella marcescenza di quelli di volta in volta coltivati. E se è vero che gli individui farebbero di tutto pur di proteggere la propria immagine di sé, la maggior parte del tempo distorcendo l'esteriore in funzione dell'interiore, allora chi sono io per per remare contro la corrente?
Tendenzialmente, sono una persona piuttosto mite e che non disdegna starsene per proprio conto, anche laddove l'attività più quotata sia la contemplazione del soffitto. Nonostante in quest'ultimo periodo percepisca in modo particolare i contro della solitudine, non sono solita farne un dramma; a volte un poco di più, a volte un poco di meno, credo di aver trascorso la maggior parte del mio tempo da sola. A casa, a scuola, in università; persino in mezzo agli altri.
Ieri ho compiuto 23 anni e, come ormai da tradizione, dovrei fare un bilancio di questi ultimi 12 mesi. "Più uno" ripetono tutti, quando invece dovrebbero dire "meno uno", dal momento che ogni giorno che passa è un giorno da sottrarre e non da aggiungere; un giorno in meno che rimane da vivere. A prescindere da quanto avvenuto, un anno tutto sommato ordinario ad esclusione della recente laurea, mi focalizzerei sull'aver maturato una nuova consapevolezza in fatto di giudizio. Detto così sembra non voler dire nulla, ragione per cui ora mi appresto a definire ogni singolo passaggio. A coloro i quali abbiano seguito l'evoluzione di questo modestissimo blog sarà ben noto come i miei principali interessi concernano le neuroscienze e, a più ampio raggio, il modus operandi della scienza. Se apro gli occhi mi trovo immersa in un incantevole paesaggio fatto di relazioni, teorie, associazioni, modelli, spiegazioni, dimostrazioni e confutazioni che interagiscono al fine di dare una continuità all'impegno profuso nel corso dei secoli dai ricercatori. Personalità, queste, spesso bistrattate, sottovalutate e messe a tacere, altre invece idolatrate all'eccesso ed idealizzate, altre ancora piegate a scopi politico-economici e tutt'altro che involute nell'interesse della divulgazione scientifica. Di volta in volta è il giudizio ad identificare da che parte si schierino gli individui e, soprattutto, se si vogliano o meno sbilanciare a favore di una causa ritenuta meritevole del proprio supporto.
Agli psicologi insegnano che giudicare disonori il ruolo stesso, è vero, ma solo chi abbia trascorso una vita ad essere giudicato pur imponendosi di rimanere fedele al non-giudicare è in grado di comprendere ciò che un tale dogma richiede; quanto pesi il fardello della neutralità. Il difficile non è tanto astenersi dall'esprimere opinioni negative quanto invece accettare l'impossibilità a poterne formulare di positive, prigionieri nel vortice del più spietato degli agnosticismi praticabili. E pensare che molte persone fanno del non prendere posizione una filosofia di vita; viene da chiedersi quali gratificazioni ne derivino. Dal canto mio, nessuna.
Si accavallano le ore, si inseguono i giorni, si accumulano gli anni; più trascorre il tempo e più mi accorgo che prima di essere il professionista che sarò (se mai sarò) sono un individuo come tutti gli altri, con il viscerale bisogno di manifestare in piena libertà le proprie opinioni in merito a qualsivoglia soggetto ed oggetto del mondo. Sono nauseata dal costruire giustificazioni ad hoc per ogni evento poco interpretabile, dal non saper rispondere ad un'amica che mi chiede cosa pensi di lei, dall'affondare nel tentativo di vedere la profondità in ogni dove, dal farcire di diplomazia anche la lista della spesa. Mi urta l'abitudine a trovare sempre più alternative possibili ed a percorrere ogni sentiero all'apparenza transitabile, la convinzione che sia lo spirito critico la linea guida per eccellenza, essere disponibile ma asettica, flessibile nella mia spesso tirannica fissità di pensiero. Ciò nonostante, sono ben conscia di essere attaccata alla rappresentazione che ho maturato di me stessa, poiché unico frutto "piuttosto buono" nella marcescenza di quelli di volta in volta coltivati. E se è vero che gli individui farebbero di tutto pur di proteggere la propria immagine di sé, la maggior parte del tempo distorcendo l'esteriore in funzione dell'interiore, allora chi sono io per per remare contro la corrente?
Ieri ho compiuto 23 anni e, come ormai da tradizione, dovrei evitare di fare bilanci.
giovedì 26 febbraio 2015
Cambiamento: croce e delizia.
Mi presento: Baratti Greta, neolaureata triennale in Psicologia Cognitiva, profondamente insoddisfatta del corso degli eventi ed in attesa di una svolta, di qualunque tipo essa sia.
L'essere umano è tarato per cambiare; non potrebbe essere altrimenti dal momento che è il sistema nervoso stesso ad essere tarato per cambiare. Reduce da infiniti approfondimenti in ambito di plasticità cerebrale, mi sembra accettabile l'idea di stenderne un tributo, in questa sede. La neuroplasticità in una parola? Possibilismo. Uno fra tutti, un interessante spunto di riflessione mutuato dall'umanista Lina Bolzoni, un commento per me affascinante ed insieme potenzialmente pericoloso: se eravamo abituati a pensare al binomio natura-cultura come alle due polarità rispettivamente condizionanti e liberatorie per l'essere umano, ora sembrerebbe essere la natura, mediante i meccanismi della plasticità cerebrale appunto, a rappresentare l'estremo potenziale di massima espansione per l'essere umano. Per essere più espliciti, la neuroplasticità è la possibilità che il sistema nervoso cambi dipendentemente dagli stimoli derivanti dall'ambiente. Ma "cambiamento" è un concetto passibile di un'ulteriore specificazione: il sistema nevoso si modella, si riconfigura, si adatta e, perché no, si auto-ripara (compensando alcuni deficit nel miglior modo possibile) in presenza di un'adeguata stimolazione ambientale. Asserire che qualcosa si modifichi a livello di sistema nervoso significa affermare che tali cambiamenti avvengano sia a livello organico (per esempio, neurochimico) sia a livello sistemico. Eccezionale, dal momento che fino a pochi anni addietro si pensava che il sistema nervoso fosse costituito da cellule perenni ed immutabili destinate a perdurare quanto il loro involucro animale. Rischioso, se bastasse una semplice scarica di impulsi di una qualche natura ad influenzare le multidimensioni dell'essere umano: basti pensare alla possibilità che la personalità inizi ad oscillare e ad essere meno stabile, poiché sensibile ad ogni minima variazione esterna. Curioso che gli individui siano in tal modo devoti alla fissità del proprio agire e pensare quotidiano quando, per natura, sarebbero invece predisposti alla mutevolezza. Curioso ma non atipico, dal momento che per l'individuo sono le abitudini la principale guida d'interazione nei confronti dell'ambiente. Perché, signori, siamo capaci tutti ad affermare quanto sia bello cambiare e che cambieremmo volentieri parte delle nostre vite, eppure rimaniamo immobili; latitiamo.
A mio avviso, è possibile che sia il cambiamento, però declinato in forma diversa, il reale ostacolo, un Uomo Nero personalizzato per ogni fase di sviluppo. Prescindendo dall'infanzia, il periodo di piena potenzialità dell'individuo in fase d'accrescimento, focalizzerei l'attenzione sull'adolescenza, sull'età adulta e sull'età senile. Durante l'adolescenza, penso che sia il cambiamento guidato, consapevole oppure inconsapevole, la concreta difficoltà da superare. Guidato da chi? Da tutto ciò che comunemente viene accolto sotto l'etichetta del "Super-Io"; ovvio. Le norme a cui conformarsi, i canoni d'accettabilità sociale e gli insegnamenti parentali, ne sono solo alcuni esempi. "Sii un bravo adolescente", sembra dicano beati in coro. Durante l'età adulta, è il cambiamento selettivo, rigorosamente consapevole, l'ardua battaglia quotidiana. Da qui, gli infiniti rimuginii sul come sarebbe andata laddove, sul cosa dovrei fare affinché; in che modo dovrei comportarmi per, come sarei se. "Fare finta di cambiare mentre resta tutto uguale", recita una canzone. Infine, durante l'età senile, ecco il cambiamento imposto, inconsapevole e tiranno. Inutile elencare le numerose modificazioni a cui è soggetto un sistema nervoso anziano, fisiologiche o patologiche che siano, una volta ormai giunti all'estremo della parabola dell'esistenza. In quest'ottica sembra non esserci spazio per un percorso di maturazione scevro da variazioni, o meglio, da variabilità.
Finora ho sempre parlato di sistema nervoso riferendomici in connotazione generica, ma avrei dovuto specificare che i fenomeni di plasticità avvengono a livello cerebrale, corticale e sottocorticale. Ad oggi, gli studi sul potenziale neuroplastico dell'essere umano si snodano in più direzioni: lavori rispetto ai fenomeni di riorganizzazione successivi ad amputazioni, acquisizione di abilità e plasticità maladattiva per quanto concerne le cortecce motoria e somatosensoriale, ricerche applicative in ambito rieducativo peculiari per deficit fase-specifici (dislessia evolutiva, paralisi cerebrali infantili, lesioni cerebrovascolari, trauma cranio-encefalici, malattie neurodegenerative). Un'accattivante mole di dati, se vogliamo, che converge in un ancor più seducente obiettivo conoscitivo: se sia possibile o meno manipolare i cambiamenti, indurre oppure arrestare modificazioni di varia natura, migliorare o, nella peggiore delle ipotesi, peggiorare lo stile di vita dell'essere umano. E' vietato tuttavia incorrere nelle ambizioni totalizzanti di matrice comportamentista, pie illusioni di creare nuovi soggetti ad hoc mediante tecniche di condizionamento a più livelli. Tutti sanno che non è possibile; tutti sanno che ciò trascenderebbe i presupposti dell'etica; tutti sanno che sarei altrove se fosse accaduto qualcosa di simile.
E qui si aprirebbe un altro universo, il dilemma se sia giusto oppure sbagliato intervenire sul cervello degli individui, se sì in che modo, per tutti o solo per alcuni, cosa ne sarà di anziani infiniti e "super-bambini", se eviteremo di accendere il televisore per paura di essere soggiogati, rischiare con una terapia della parola, immolare il caso all'azione dei farmaci psicoattivi, eccetera, eccetera, eccetera, in un estenuante e spasmodico inseguimento di ciò che rimane di noi stessi.
L'essere umano è tarato per cambiare; non potrebbe essere altrimenti dal momento che è il sistema nervoso stesso ad essere tarato per cambiare. Reduce da infiniti approfondimenti in ambito di plasticità cerebrale, mi sembra accettabile l'idea di stenderne un tributo, in questa sede. La neuroplasticità in una parola? Possibilismo. Uno fra tutti, un interessante spunto di riflessione mutuato dall'umanista Lina Bolzoni, un commento per me affascinante ed insieme potenzialmente pericoloso: se eravamo abituati a pensare al binomio natura-cultura come alle due polarità rispettivamente condizionanti e liberatorie per l'essere umano, ora sembrerebbe essere la natura, mediante i meccanismi della plasticità cerebrale appunto, a rappresentare l'estremo potenziale di massima espansione per l'essere umano. Per essere più espliciti, la neuroplasticità è la possibilità che il sistema nervoso cambi dipendentemente dagli stimoli derivanti dall'ambiente. Ma "cambiamento" è un concetto passibile di un'ulteriore specificazione: il sistema nevoso si modella, si riconfigura, si adatta e, perché no, si auto-ripara (compensando alcuni deficit nel miglior modo possibile) in presenza di un'adeguata stimolazione ambientale. Asserire che qualcosa si modifichi a livello di sistema nervoso significa affermare che tali cambiamenti avvengano sia a livello organico (per esempio, neurochimico) sia a livello sistemico. Eccezionale, dal momento che fino a pochi anni addietro si pensava che il sistema nervoso fosse costituito da cellule perenni ed immutabili destinate a perdurare quanto il loro involucro animale. Rischioso, se bastasse una semplice scarica di impulsi di una qualche natura ad influenzare le multidimensioni dell'essere umano: basti pensare alla possibilità che la personalità inizi ad oscillare e ad essere meno stabile, poiché sensibile ad ogni minima variazione esterna. Curioso che gli individui siano in tal modo devoti alla fissità del proprio agire e pensare quotidiano quando, per natura, sarebbero invece predisposti alla mutevolezza. Curioso ma non atipico, dal momento che per l'individuo sono le abitudini la principale guida d'interazione nei confronti dell'ambiente. Perché, signori, siamo capaci tutti ad affermare quanto sia bello cambiare e che cambieremmo volentieri parte delle nostre vite, eppure rimaniamo immobili; latitiamo.
Finora ho sempre parlato di sistema nervoso riferendomici in connotazione generica, ma avrei dovuto specificare che i fenomeni di plasticità avvengono a livello cerebrale, corticale e sottocorticale. Ad oggi, gli studi sul potenziale neuroplastico dell'essere umano si snodano in più direzioni: lavori rispetto ai fenomeni di riorganizzazione successivi ad amputazioni, acquisizione di abilità e plasticità maladattiva per quanto concerne le cortecce motoria e somatosensoriale, ricerche applicative in ambito rieducativo peculiari per deficit fase-specifici (dislessia evolutiva, paralisi cerebrali infantili, lesioni cerebrovascolari, trauma cranio-encefalici, malattie neurodegenerative). Un'accattivante mole di dati, se vogliamo, che converge in un ancor più seducente obiettivo conoscitivo: se sia possibile o meno manipolare i cambiamenti, indurre oppure arrestare modificazioni di varia natura, migliorare o, nella peggiore delle ipotesi, peggiorare lo stile di vita dell'essere umano. E' vietato tuttavia incorrere nelle ambizioni totalizzanti di matrice comportamentista, pie illusioni di creare nuovi soggetti ad hoc mediante tecniche di condizionamento a più livelli. Tutti sanno che non è possibile; tutti sanno che ciò trascenderebbe i presupposti dell'etica; tutti sanno che sarei altrove se fosse accaduto qualcosa di simile.
E qui si aprirebbe un altro universo, il dilemma se sia giusto oppure sbagliato intervenire sul cervello degli individui, se sì in che modo, per tutti o solo per alcuni, cosa ne sarà di anziani infiniti e "super-bambini", se eviteremo di accendere il televisore per paura di essere soggiogati, rischiare con una terapia della parola, immolare il caso all'azione dei farmaci psicoattivi, eccetera, eccetera, eccetera, in un estenuante e spasmodico inseguimento di ciò che rimane di noi stessi.
venerdì 30 gennaio 2015
Continua a cercare.
Era appena il 4 di settembre quando mi dilungavo in profonde riflessioni sulla solidarietà femminile; in Donne du du du, infatti, potete trovare la maggior parte dei dilemmi nuovi di ieri e vecchi di oggi. Dopo aver riletto l'articolo non posso che biasimarmi: tanta fatica per nulla. Mille vane speculazioni quando poi la risposta ti viene lanciata in faccia dall'esperienza, spiaccicandocisi come una torta alla panna dal gusto rancido. Non che avessi torto, dal momento che già sembravo propendere per l'inesistente applicazione del sensazionale concetto della "solidarietà femminile". Riservavo però un piccolo spiraglio per l'insinuarsi del dubbio. Ma quando mai.
A distanza di poco, ho avuto modo di sperimentare un duplice senso d'esclusione di matrice femminoide; pur nella nicchia della desolazione, due eventi illuminati. Anche se può sembrare sensazionale, in realtà non lo è; la chiamano "arte della razionalizzazione". Per intenderci: lo sterco non ha mai cambiato odore poiché baciato dal sole, al massimo s'è rinsecchito. Lo stesso vale per le situazioni sgradevoli, che pur essendo chiarificatrici mai risultano facili da metabolizzare; al massimo le metti in quarantena. Mi venga perdonato il linguaggio poco ortodosso ma, del resto, pare sia l'unico che riesca a giungere là dove ci si prefigge debba arrivare. Anche l'aver coniato il termine "femminoide" un po' mi disgusta, data la mia vicinanza alle battaglie contro la discriminazione femminile. Eppure, quest'attuale dimensione di sfinimento misto ad afflizione fa di me una persona cinica. E qui siamo ben oltre la soglia della normalità.
A chi non è mai capitato di dover entrare a far parte di un gruppo già formato? Succede più spesso di quanto si creda: dalle squadre sportive alla famiglia del partner, dai team di lavoro alla comunità parrocchiale di non-so-che. Trascorriamo l'intera esistenza cercando di appartenere ad un qualcosa. In aggiunta a questo, è ancor più noto quanto sia difficile accumulare la fiducia necessaria a renderti un degno membro del gruppo agognato. Un cammino che non si saprà mai se e quando giungerà al termine, se e quando le risorse investite diventeranno la fonte di una qualche soddisfazione. Altre volte capita invece che tu nemmeno ci voglia provare a farti apprezzare, poiché hai già realizzato di non avere alcuna possibilità d'inclusione. Così facendo, arrivi a percepirti distante, eccessivamente lontano da tutto ciò che rende quel gruppo affiatato e coeso. Rimugini su cosa ti differenzi dagli altri e se ciò sia sufficiente a giustificare il Canyon che ti separa dall'orizzonte relazionale. Poi arriva il momento in cui nel sovraeccitamento generale incorri in un angolo di tranquillità: fermo a prendere fiato, riconsideri la posizione di chi ti circonda ammettendo che forse ci potrebbe essere un qualche elemento di distorsione dapprima non considerato. Del resto, è ciò che sempre accade laddove ci si addossino responsabilità non proprie. Con un quarto di verità stampato in faccia allora ti volti in direzione del gruppo di donne che ti ha ignorata per tutta la sera, evitando un anche minimo barlume di contatto visivo. Quell'agglomerato di pensieri e valori condivisi che nemmeno ha mostrato una punta d'interesse per spiare all'infuori di se stesso. Uno di quei rari momenti in cui riesci a sperimentare lo stato d'animo dello straniero, scisso tra le altrui proiezioni di preoccupazione e diffidenza. E se esiste una categoria circospetta per natura, questa è quella femminile; non serve aggiungere altro, assodato che di motivazioni biologiciste se ne conoscono tante.
Dal momento che le variabili della diffidenza e dell'avversione per il nuovo (o per il rischio) sono pericolosamente associate al non-agire femminile, caso vuole che non mi sia fatta mancare nemmeno una situazione in cui tali fattori fossero assenti. Infatti, se è complesso farsi strada tra vagine sconosciute, dovrebbe essere più semplice sopravvivere all'interno di un novero di vagine conosciute. None, oggi è tempo di smentite. Il mio unico errore, in questo caso, è stato quello di sopravvalutare il significato dei gesti compiuti in mesi e mesi di amicizia, sottostimando l'altrui propensione (forse inconsapevole) a smantellarti l'ansia con la trivella dell'angoscia. Nulla sembra essere mai abbastanza in fatto di legami; un'altra convinzione tipicamente femminile, del resto. L'idea, o il presagio, di essere stati bannati dai vostri stessi gruppi senza un apparente motivo, come vi farebbe sentire? Che vi renda tristi oppure vi lasci indifferenti, credo che comunque stareste peggio del realizzarlo con certezza. L'inevitabilità dei fatti non è quindi più lieta di un possibilismo sorretto dal sentimento della speranza?
Detto ciò, sarò onesta. Avrei dovuto pubblicare questo articolo ancora qualche settimana fa, nei giorni stessi in cui è stato scritto. Invece, per ragioni a me ignote, ho continuato a tergiversare; ma sì domani, finisco di studiare e lo rileggo, il titolo non è quello giusto, ed altri modi di procrastinare. Come se una minuscola porzione di me non ci credesse fino in fondo. Come se in realtà fossi ancora in allerta, magari in attesa del dettaglio che avrebbe potuto falsificare le mie convinzioni.
A distanza di poco, ho avuto modo di sperimentare un duplice senso d'esclusione di matrice femminoide; pur nella nicchia della desolazione, due eventi illuminati. Anche se può sembrare sensazionale, in realtà non lo è; la chiamano "arte della razionalizzazione". Per intenderci: lo sterco non ha mai cambiato odore poiché baciato dal sole, al massimo s'è rinsecchito. Lo stesso vale per le situazioni sgradevoli, che pur essendo chiarificatrici mai risultano facili da metabolizzare; al massimo le metti in quarantena. Mi venga perdonato il linguaggio poco ortodosso ma, del resto, pare sia l'unico che riesca a giungere là dove ci si prefigge debba arrivare. Anche l'aver coniato il termine "femminoide" un po' mi disgusta, data la mia vicinanza alle battaglie contro la discriminazione femminile. Eppure, quest'attuale dimensione di sfinimento misto ad afflizione fa di me una persona cinica. E qui siamo ben oltre la soglia della normalità.
A chi non è mai capitato di dover entrare a far parte di un gruppo già formato? Succede più spesso di quanto si creda: dalle squadre sportive alla famiglia del partner, dai team di lavoro alla comunità parrocchiale di non-so-che. Trascorriamo l'intera esistenza cercando di appartenere ad un qualcosa. In aggiunta a questo, è ancor più noto quanto sia difficile accumulare la fiducia necessaria a renderti un degno membro del gruppo agognato. Un cammino che non si saprà mai se e quando giungerà al termine, se e quando le risorse investite diventeranno la fonte di una qualche soddisfazione. Altre volte capita invece che tu nemmeno ci voglia provare a farti apprezzare, poiché hai già realizzato di non avere alcuna possibilità d'inclusione. Così facendo, arrivi a percepirti distante, eccessivamente lontano da tutto ciò che rende quel gruppo affiatato e coeso. Rimugini su cosa ti differenzi dagli altri e se ciò sia sufficiente a giustificare il Canyon che ti separa dall'orizzonte relazionale. Poi arriva il momento in cui nel sovraeccitamento generale incorri in un angolo di tranquillità: fermo a prendere fiato, riconsideri la posizione di chi ti circonda ammettendo che forse ci potrebbe essere un qualche elemento di distorsione dapprima non considerato. Del resto, è ciò che sempre accade laddove ci si addossino responsabilità non proprie. Con un quarto di verità stampato in faccia allora ti volti in direzione del gruppo di donne che ti ha ignorata per tutta la sera, evitando un anche minimo barlume di contatto visivo. Quell'agglomerato di pensieri e valori condivisi che nemmeno ha mostrato una punta d'interesse per spiare all'infuori di se stesso. Uno di quei rari momenti in cui riesci a sperimentare lo stato d'animo dello straniero, scisso tra le altrui proiezioni di preoccupazione e diffidenza. E se esiste una categoria circospetta per natura, questa è quella femminile; non serve aggiungere altro, assodato che di motivazioni biologiciste se ne conoscono tante.
Dal momento che le variabili della diffidenza e dell'avversione per il nuovo (o per il rischio) sono pericolosamente associate al non-agire femminile, caso vuole che non mi sia fatta mancare nemmeno una situazione in cui tali fattori fossero assenti. Infatti, se è complesso farsi strada tra vagine sconosciute, dovrebbe essere più semplice sopravvivere all'interno di un novero di vagine conosciute. None, oggi è tempo di smentite. Il mio unico errore, in questo caso, è stato quello di sopravvalutare il significato dei gesti compiuti in mesi e mesi di amicizia, sottostimando l'altrui propensione (forse inconsapevole) a smantellarti l'ansia con la trivella dell'angoscia. Nulla sembra essere mai abbastanza in fatto di legami; un'altra convinzione tipicamente femminile, del resto. L'idea, o il presagio, di essere stati bannati dai vostri stessi gruppi senza un apparente motivo, come vi farebbe sentire? Che vi renda tristi oppure vi lasci indifferenti, credo che comunque stareste peggio del realizzarlo con certezza. L'inevitabilità dei fatti non è quindi più lieta di un possibilismo sorretto dal sentimento della speranza?
Detto ciò, sarò onesta. Avrei dovuto pubblicare questo articolo ancora qualche settimana fa, nei giorni stessi in cui è stato scritto. Invece, per ragioni a me ignote, ho continuato a tergiversare; ma sì domani, finisco di studiare e lo rileggo, il titolo non è quello giusto, ed altri modi di procrastinare. Come se una minuscola porzione di me non ci credesse fino in fondo. Come se in realtà fossi ancora in allerta, magari in attesa del dettaglio che avrebbe potuto falsificare le mie convinzioni.
Come se fosse la speranza stessa a sperare che una persona come me potesse lasciare aperto un varco all'insinuarsi del dubbio.
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