venerdì 18 aprile 2014

Il rifugio mentale dell'eccesso.

Per cominciare. Gerarchia di utilizzo di un telefono cellulare:

  1. perdere in qualsiasi tipologia di gioco;
  2. cincischiare sui social;
  3. craccare "cose";
  4. guardare musica, ascoltare film;
  5. fingere di interessarsi al mondo;
  6. fotografare arrotondando per eccesso;
  7. illuminare ambienti oscuri;
  8. misurare la pendenza delle superfici;
  9. calcolare le kilocalorie di alimenti e bevande;
  10. se rimane tempo, chiamare.

Vengono definiti "nuove dipendenze" i comportamenti d'abuso non direttamente connessi a sostanze dal potenziale più o meno tossico, figli illegittimi del matrimonio d'interesse fra certezza di previsione/controllo e frustrazione d'impotenza. Ad oggi, appartengono alla categoria il lavoro, il sesso, il gioco d'azzardo,lo shopping, internet e... il telefono cellulare, per l'appunto. Tutti sarebbero accomunati dal fatto che il loro utilizzo derivi "dalla necessità di avere un elemento d'appoggio per mantenere un equilibrio psicofisico nelle condizioni di maggiore tensione" (Caretti e La Barbera, 2005), il che permetterebbe all'individuo di dissociarsi, ovvero di modificare uno stato di coscienza ordinario in funzione di una dimensione d'irrealtà in cui sia lecita la soddisfazione di qualsiasi cosa transiti per la testa. Infatti, una volta ampliato l'ambito del possibile, quale limite potrebbe mai ostacolare la fuga verso la libertà? Ma il risvolto paradossale dell'intera riflessione balza subito all'occhio, poiché un dipendente tutto è fuorché libero.
"[...] la nostra società non fa l'apologia del desiderio, quanto piuttosto l'apologia delle voglie, che sono un'ombra impoverita del desiderio [...]." (Benasayag e Schmit, 2003)
Da qui, il che me ne importa di lavorare fino allo stremo se ciò mi permette di guadagnarne in soldi ed autoaffermazione, il tanto ho bisogno del mero svuotamento derivante dal coito fine a se stesso, il adesso un'altra monetina e sbanco la macchinetta, il ma sì è così bello poter pagare a rate qualsiasi acquisto anche se è superficiale, il la rete è la mia nuova casa e qui mi sento al sicuro perché posso non mostrare ciò che sono veramente, il ormai chiamare non va più di moda e sarà meglio che ti mandi un emoticon. Surrogati. Fantocci. Vuoti che riempiono altri vuoti.
Gli studi neuropsicologici sono quelli che forse meglio illustrano il fenomeno della duplicità dell'eccesso, nonostante abbiano poco a che vedere con l'argomentazione precedentemente esposta. E' però possibile considerare il fatto che anche il paziente dipenda da qualcosa, ovvero dalla propria condizione; essa lo costringerebbe ad agire in modo compulsivo verso uno scopo, anche laddove privo di significato. Penso, per esempio, all'insieme situazionale che abbraccia alcuni malfunzionamenti come l'ipercinesia, una condizione nella quale la produzione di materiale sovrabbondante talvolta sfocia in passioni violente.
<<"Pericoloso benessere", "luminosità morbosa", un'euforia ingannevole sotto la quale si spalancano abissi: è questa la trappola promessa e minacciata dall'eccesso, tesa a volte dalla Natura, sotto forma di una qualche turba inebriante, a volte da noi stessi, sotto forma di una qualche esaltante tossicodipendenza.>> (Sacks, O.)
Alla stregua di una malattia che alteri in positivo il comportamento abituale di un individuo, per esempio accelerando i meccanismi del pensiero e dell'azione, così anche un oggetto oppure una sostanza possono accrescere nella persona l'impressione di meraviglioso benessere e ritrovata pienezza dapprima assopite in non-si-sa-quale angolo della personalità. Sensazioni che solo a posteriori tenderebbero a svelare le componenti di pervasività e distruttività tipiche della dipendenza, la cui arma di seduzione consiste nella prospettiva di un annichilimento delle immagini mentali conflittuali non rappresentabili sul piano cosciente.

Non so voi, ma io non sono così sicura di voler stare "troppo bene".

giovedì 20 febbraio 2014

La Famiglia Logaritmo.

Sono una schiappa in matematica. O meglio, lo ero un po' più e lo sono un po' meno, ma solo perché sono salita sul treno della scienza e me la sono dovuta fare piacere, in un modo o nell'altro. Ciò non concorre a rimuovere il fatto che i peggiori ricordi della mia carriera scolastica siano associati a ecatombi matematiche, già dalla scuola elementare. Detto questo, preciso inoltre di non intendermene di psicologia della famiglia, se non per quanto concerne una mera infarinatura di base. Dati i presupposti, cosa mai potrebbe uscire da un articolo che lega insieme due competenze che non mi appartengono? L'anello di giunzione credo sia la smodata tendenza che coltivo alle analogie azzardate; un passatempo che mi permette di saltellare, a ritmo sincopato, da un punto all'altro del mio background concettuale.
Un ricordo vivido risale al periodo delle superiori, quando già era assodata la mia inettitudine alle calcolatrici. Ero solita cadere negli "errori da disattenzione", chiamati così per il loro valore palliativo. I segni sbagliati erano sistematicamente l'apice del declino. Fino a quando, un bel giorno, non iniziai a bisticciare con le componenti del logaritmo. Cioè, volevo separarle a tutti i costi! E così capitava che negli esercizi spaccassi la "nocciola chiusa", dimenticando questa non potesse esistere se non come un'unità funzionale a sé stante. Tutte le volte: "Baratti! Il logaritmo è un tutt'uno, non puoi manipolarne i pezzi come vuoi!". Esaltante. Ora, per quanto poco mi sia soffermata a ragionare in termini di psicologia e sociologia famigliare, non credo sia tanto sbagliata ed inverosimile l'idea di accostare i due concetti. Ovvero, di delineare una tipologia di famiglia strutturalmente simile al logaritmo: ovvero, chiusa. Ciò oltrepassando il fatto possa essere nucleare, estesa oppure multipla, senza struttura coniugale, solitaria, monogenitoriale, e tutte le categorizzazioni ipotizzabili. Intendo quel tipo di famiglia che vive per se stessa, brillando di luce propria, insensibile e spesso mal disposta ad allargarsi in funzione dei "nuovi arrivati". Quella tutti-parenti-e-nessuna-intrusione che si giustifica sulla scia di un ideale di tradizionalismo millantato di generazione in generazione. Quel tipo di famiglia che se scissa nei suoi componenti non è altro che un frammento privo di significato, un brandello di logaritmo che qualsiasi altro posto troverà nello spazio bianco del foglio mai sarà paragonabile a quello d'origine. Forse, un paradosso: un'entità indipendente fondata sulla reciproca dipendenza dei propri membri. Condannabile? No di certo. Disfunzionale? Sembrerebbe di sì, soprattutto nell'ottica di una presa di posizione poco flessibile nei confronti delle scelte della progenie.
A voi le somme, nella speranza di aver trovato almeno una risposta parziale, ossia incompleta e pure di parte, all'interrogativo che da un tempo incalcolabile permea l'immaginario studentesco. A che cosa serve la matematica?

lunedì 17 febbraio 2014

Partner cerebrali.

Non mi sorprende che il dossier di febbraio di Mente&cervello sia "Amore e desiderio. Ipotesi, scoperte e teorie sulla più universale delle emozioni umane". Trascendendo dalle considerazioni comuni rispetto al senso ed al non-senso del giorno di San Valentino, tra compartecipazione e diniego, ho trovato questo ensemble di articoli di estremo interesse.
  1. L'amore, in teoria.
  2. Il filtro magico.
  3. Amore e lussuria.
  4. Il piacere di lei.
  5. Sesso e disabilità.
Una panoramica che circoscrive le maggiori tematiche indagate dalle scienze umane, di recente a braccetto con le innovative scoperte di matrice neuroscientifica. Snocciolando le varie questioni, i diversi autori s'interrogano sui luoghi comuni così come sulle definizioni di "amore", se possano esistere sostanze che ne alterino i meccanismi, sulla tradizionale distinzione amore/sentimento-desiderio/passione, sulle cause soggiacenti il disturbo d'anorgasmia femminile ed infine rispetto al ruolo degli assistenti sessuali nell'ambito della disabilità. Una carrellata, insomma. Essendo però interessata maggiormente agli sviluppi delle neuroscienze, commenterò soltanto il terzo ed il quarto articolo. 

Amore e lussuria (Cacioppo, S., Cacioppo, J. T.)

L'interrogativo che apre l'analisi è: quali sono le modalità per mezzo delle quali il desiderio sessuale può contribuire alla durata delle relazioni di coppia?
Dagli albori considerati alla stregua di entità disgiunte, amore e lussuria stanno piano piano emergendo sotto un'altra luce; alcuni studi di neuroimaging, infatti, rivelerebbero l'esistenza di una stretta connessione tra i circuiti cerebrali che soggiaciono a questi due, chiamiamoli, processi. Quello che succede è che alcune microregioni diverse appartenenti alle medesime strutture si attivano sia in concomitanza dell'amore per così dire "spirituale", sia in concomitanza del mero impulso sessuale. Ancora, entrambi i bisogni illuminano quelle che sono le aree cerebrali associate all'euforia, alla gratificazione, alla motivazione ed alla dipendenza. Ciò però non significa che non possano esistere le combinazioni sesso-senza-amore ed amore-senza-sesso, poiché alcuni studi rivelano che il cervello è anche in grado di generare un'entità a scapito dell'altra, avendo queste dei "contrassegni cerebrali" pressoché distinti. Gli emisferi vedono un aumento dell'attività neuronale nel corpo striato, nell'area tegmentale ventrale, nell'insula, nel lobulo parietale inferiore, nella giunzione temporo-parietale, nella corteccia occipito-temporale e nella corteccia prefrontale.
Pertanto, cosa suggeriscono le ricerche? Forse che l'amore a 360 gradi, ovvero quello "appassionato", implichi una stretta sovrapposizione delle basi cognitivo-neurali del desiderio e delle basi cognitivo-neurali dell'amore, qui considerato in termini di vicinanza, supporto e condivisione. Dal testo:
"L'amore appassionato costruisce sui circuiti neurali per il desiderio, aggiungendo regioni associate con l'attesa di gratificazioni, la formazione di abitudini, la capacità di rappresentazione e controllo del pensiero astratto a quelle associate con remunerazioni per sensazioni e con l'appagamento dei desideri". 
Il piacere di lei (Sukel, K.)

L'interrogativo che apre l'analisi è: quale risposta forniscono le neuroscienze rispetto alla difficoltà che molte donne sperimentano nel raggiungere l'orgasmo?
L'anorgasmia, dal DSM inclusa nella categoria delle disfunzioni sessuali, è un disturbo psicogeno che si manifesta nella terza fase del ciclo della risposta sessuale, ovvero un'anomalia che compromette il meccanismo dell'orgasmo. Sono sì presenti il desiderio e l'eccitazione, ma l'orgasmo e la risoluzione sono assenti in modo ricorrente oppure, nel migliore dei casi, ritardati. Intuitivamente, ciò significa che la sessualità non trova né piena espressione né compimento, una difficoltà che causa disagi nonché incomprensioni all'interno della vita relazionale. Nonostante esista una piccola percentuale di uomini che manifesta l'incapacità a raggiungere la "petite mort", le fonti convergono sul fatto che sia una condizione principalmente femminile. Stando ai dati, infatti, meno di un terzo delle donne raggiunge l'orgasmo in modo regolare durante i rapporti d'amore. Di certo, ricercarne le cause non è una cosa facile poiché la multifattorialità degli antecedenti, in psicologia, complica l'opera discriminativa degli scienziati. Tuttavia, se è vero che i meccanismi cerebrali sono alla base di tutti i fenomeni cognitivi, emotivi e comportamentali, perché non iniziare interrogandosi su cosa avvenga nel cervello durante il delicato stadio dell'orgasmo? La strumentazione c'è, i ricercatori anche; manca solo qualcuno che si presti a regalare il proprio orgasmo alla scienza!
L'autrice è una tra questi: soggetto degli studi di Komisaruk e Wise, interessati a determinare il decorso del climax mediante l'identificazione delle aree cerebrali che si attivano durante stimolazione, orgasmo e risoluzione, si è sottoposta ad una "seduta masturbatoria" mentre il magnete della fMRI le scomponeva ed analizzava il cervello. A dati raccolti, il quadro d'interazione tra le regioni coinvolte nei meccanismi dell'orgasmo è tutt'altro che incoraggiante: delle circa ottanta aree distinte evidenziate nelle varie sessioni, solo la corteccia sensoriale risulta essere massivamente coinvolta, poiché sembrerebbe che il decorso dell'orgasmo cominci proprio in quella regione. E cosa dire poi circa il ruolo del lobo frontale, la regione connessa con la pianificazione, il senso di controllo ed il giudizio? Il suo peculiare pattern di scarica potrebbe modulare la buona riuscita dell'intrepida missione? "Spectatoring", signori. "[...] in un certo senso [le connessioni tra polo frontale, aree temporali sensoriali ed aree prossime al tronco associate a remunerazioni] assistono da spettatori a un incontro sessuale, controllando e giudicando invece di viverlo pienamente.". E' singolare notare quanto sia determinante la capacità di accostarsi al sesso privi di aspettative e standard prestabiliti, come a dire "anche per oggi ne esco vincitore" (oppure vinto). Vai a vedere che quel tale aveva tutte le ragioni per sostenere la logica del "famolo strano".
Resterebbe da aggiungere qualche parola rispetto alle funzioni che vengono svolte dai neurormoni nel fragile processo dell'orgasmo, ma... preferisco vengano spesi meglio i dieci minuti che andrebbero dedicati alla lettura. A voi.

Franca Rame, da "Sesso? Grazie, tanto per gradire!"

giovedì 30 gennaio 2014

La logica dell'amore strumentale.

Metti il caso che uomini e donne sappiano come comportarsi in una data situazione poiché per ognuna sono stabiliti alcuni precisi canoni d'azione. Questo implica che nell'episodio x io abbia i precetti y, z, t quali norme da applicare e che conducono ad un risultato pressoché certo, nonché noto. In questi casi, quindi un po' in tutti i casi, l'elemento "imprevedibilità" viene eliminato dallo spettro dei possibili fattori di ostacolo al raggiungimento dell'obiettivo prefissato. E questo è, senza dubbio, un bene per la persona che mira al soddisfacimento immediato dei propri bisogni.
Poco tempo fa ho terminato la lettura critica del Kama Sutra, il codice dell'amore indiano che raccoglie molti contributi in materia d'amore (ma non solo) e che derivano da diversi autori dell'antichità. Esso infatti prende in esame le modalità che permettono di diventare un buon cittadino, oltre che ad occuparsi della definizione degli standard che regolamentano la vita di coppia. O meglio, di coppia allargata. Questo perché, non a caso, la cultura indiana è portatrice della pratica della poligamia; volendo specificare, del culto autoalimentantesi della poliginia. L'uomo, pertanto, s'intrattiene con più mogli le quali detengono un pressoché medesimo status: di casta, innanzitutto, ma anche d'istruzione e di predisposizione alla vita di società. Se apparentemente questo può essere considerato un vantaggio nonché "uno spasso", sulla scia del pensar comune, più in profondità non sempre al maschio veicola giovamento, sia dal punto di vista fisico che mentale. L'istituzione del matrimonio impone sì vincoli ed obblighi morali alla donna; tuttavia, le lascia un ampio grado di libertà in termini di scelta intra-relazionale. Dal testo:
"E' difficile conoscere le donne nel loro vero aspetto, per quanto possano amare gli uomini, o essere indifferenti verso di loro; per quanto possano amarli o abbandonarli o privarli di tutte le ricchezze che possiedono".
Tengo a precisare che non è la mia finalità quella di dare all'articolo un'accezione sessista, maschilista o femminista che sia. Limitatamente alla fonte a cui mi riferisco, infatti, e nonostante si presupponga essa implichi un assoggettamento dell'entità donna al volere dell'entità uomo, posso dire di non aver riscontrato eccessive disparità in funzione del genere. Quello che appare essere uno sbilanciamento a favore dell'una oppure dell'altra polarità, in un determinato caso, viene riequilibrato a proprio svantaggio in una situazione prototipica successiva. Sembra che sia proprio questo bilanciamento compensatorio inculcato a suon d'insegnamenti a rendere i rapporti uomo-donna pressoché stabili e duraturi nel tempo. Inoltrandomi nella lettura, mi sono spesso chiesta se una tale modalità di gestione dell'amore non tendesse a frantumare l'ingenuo e spontaneo primo accesso all'esperienza relazionale. Invero, fermo considerando l'amore alla stregua di una delle svariate discipline da apprendere nel corso della maturazione individuale, la concretezza dell'applicazione di norme riesce ad aggiungere un qualcosa di significativo alla concezione di fondo? "Vivere imparati" è realmente funzionale alla persona, in sede d'innamoramento? E pensare che persino un sentimento come la gelosia, viene regolamentato. Dal testo:
"Quando vi sono molte altre mogli oltre lei, la più anziana deve fare amicizia con quella che viene immediatamente dopo di lei per posizione ed età, e deve istigare la moglie che ha per ultima goduto dei favori del marito a litigare con la presente favorita. [...] Qualora accada che la favorita litighi con il marito, la moglie più anziana deve dare ragione a lei, incoraggiandola in modo da far ingrandire il litigio e ogniqualvolta una piccola lite divide i due, ella deve adoperarsi affinché la divergenza acquisti proporzioni sempre più grandi".
Di certo, nulla a che vedere con la mia (occidentale) idea di gelosia, la quale non credo sia tanto da intendersi come questione di preteso possesso, bensì di rispetto nei confronti del vincolo mentale che connette due persone. Un patto, se vogliamo, che impegna ad essere mutuamente coinvolti e che regge fino a quando all'uno siano sufficienti il supporto, l'amore e la vicinanza dell'altro.
Rimarrebbe ancora molto da dire, come sempre accade laddove vengano affrontate letture estremamente stimolanti. Per concludere, non rimane che porsi un interrogativo in grado di circoscrivere e riassumere l'intera riflessione: se amare è "avvertire il simile nel dissimile" (Adorno, 1951), quale insegnamento mai potrebbe rendere la persona in grado di percepire questa sottile discrepanza?

mercoledì 22 gennaio 2014

Se mi chiedi perché giro con l'ombrello anche d'estate...

... ti rispondo che è per tutelare l'organismo dagli acquazzoni emozionali.

I mesi di dicembre, gennaio e febbraio valgono per gli universitari come il periodo estivo per gli stabilimenti balneari: ad ogni giorno che trascorre, si accumulano stress ed attività da smaltire. Non a caso, il mio ultimo articoletto risale a quasi due mesi fa; tristezza senza fine. Tuttavia, anche se di concreto non ho prodotto alcunché, ciò non vuol dire che non abbia trovato l'occasione per riflessioni sporadiche qua e là, frammenti o brevi considerazioni sbocciatemi nella mente, in funzione degli eventi della quotidianità. Mancando di un nesso logico che le connetta, mi limito a riportarle sotto forma di aforisma, magari accompagnandole con commenti flash a bruciapelo. D'ora in avanti, prometto di esser un po' più costante nell'aggiornamento del blog, ma non mi si prenda troppo in parola.
  • Sto studiando la memoria, ma da nessuna parte mi viene spiegato perché le persone dimentichino ciò che facciamo per loro.
Sarò sincera: mi sono scocciata molto presto di dare la caccia alla risposta. È anche vero che spesso, però, la causa del mancato raggiungimento di una conclusione è da attribuirsi a quesiti mal posti. La domanda giusta conduce sempre ad una risposta, vera o falsa che sia. Contrariamente, la domanda sbagliata persuade a galleggiare nell'anticamera della soluzione, appropriata o inadeguata che sia.
  • Prima d'iniziare qualcosa, impara come riuscire a finirla.
  • Se non hai ben chiaro cosa sia l'amore, non cercare risposte addentrandoti in una cultura che non sia la tua.
Un'affermazione fiorita nel bel mezzo della lettura (critica) dell'edizione originale del Kama Sutra di Vatsyayana. E' molto probabile che pubblichi un articolo ad esso intimamente congiunto.
  • Quando dormi, chiudi gli occhi per riuscire a chiudere la mente. Quando immagini, chiudi gli occhi per poter aprire la mente.
Da qualche settimana a questa parte, capita che fatichi ad addormentarmi, indipendentemente dall'orario e dalle attività svolte in giornata. Soprattutto laddove mi sforzi in maniera attiva a prendere sonno, fermo considerando il dormire quale miglior lenitivo possibile per le afflizioni auto/etero-generate.
  • I rapporti si sfasciano a causa di un fraintendimento di priorità.
Un punto critico, una delle mie grandi battaglie. Sono da sempre convinta che uno tra i più intimi desideri dell'essere umano sia quello di poter diventare la priorità di un proprio simile significativo. Ciò implica un salto qualitativo di status: da semplice stura-voragini familiari e di carriera ad indispensabile presenza. Che poi, le questioni più semplici e lineari sono anche le più sorprendenti; come il fatto che se sei nei pensieri di tutti è perché non sei nelle priorità di nessuno. 
  • Lo psicologo fa con le parole ciò che il chirurgo fa con il bisturi.
  • Una pratica masochista ma molto utile a cui sottoporre l'autocontrollo mentale è costruirsi la rappresentazione di una scena temuta e rimanere a guardare la reazione dell'organismo. Il pianto è indicativo del grado di coinvolgimento futuro.
Per le modalità di utilizzo, leggere il foglietto illustrativo. Si consiglia di tener fuori dalla portata dei deboli di spirito. 
  • Hai chiara la sgradevole sensazione che si prova quando qualcuno agisce nell'unico modo che ti disturba?
  • C'è sempre qualcosa di peggio. Peccato ci si accontenti del meno e lo si sopraelevi a torto assoluto.
  • È la disposizione mentale negativistica a farti vedere nero, oppure è il buio della realtà di per se stesso ad insinuarti il tarlo che distorce in maniera pessimistica ogni cosa?
Qual è la relazione? Della serie, vedi nero perché sei negativo, oppure sei negativo perché vedi nero? Le correlazioni tra variabili psicologiche sono i più fastidiosi ed urticanti risultati a cui la ricerca possa approdare. Quando sono all'oscuro di cosa causi cos'altro, anche se m'impegno, trovo di estrema difficoltà affermare un avanzamento di consapevolezza. 
  • Le persone nulla se ne fanno di amore a distanza e presenze ad intermittenza. Le persone hanno bisogno che venga dedicato loro del tempo.
  • Le delusioni non sono altro che proiezioni di aspettative gonfiate.
  • Al tramonto dei 21 e dopo tre anni a pane e psicologia, comprendo il grande mistero del perché gli individui inizino una psicoterapia: per mere questioni di bilancio.
Infatti, se amassero seguire i consigli dati dalle persone vicine alla stregua della loro insistenza nel richiederli, la tendenza poco a poco dissolverebbe.

venerdì 6 dicembre 2013

Missione Neutralità.

Se c'è un qualcosa che amo, nel quotidiano, è sapere che chiunque possa fare affidamento su di me. Un supporto mediante vicinanza mentale, s'intende, quel tipo di empatia equamente ripartita tra la compartecipazione percepita dall'esterno ed il distacco necessario sostenuto dall'interno. Uno stile d'orientamento al mondo di non semplice gestione, a causa di una tra le più ostili variabili che possano influenzare un giudizio neutrale: il coinvolgimento emotivo, quello pervasivo e fuori controllo.
Capita spesso che mi venga fatta notare una mancanza di spensieratezza e spontaneità all'interno delle relazioni umane, quel "lasciarsi andare" tanto osannato che piace alle nuove generazioni. Consapevole del gap, non posso che proporne un'interpretazione, un'idea che possa arricchiersi di nuovi tasselli ogniqualvolta una persona mi dia modo di ragionarci, osservandola dalle più svariate prospettive.
Per formazione, sono portata a coltivare la peculiarità che governa un individuo che si appresti alla pratica della psicoterapia. I manuali, nonché la vita professionale, ti richiedono di comprendere senza mai invadere il territorio del giudicare, di essere empatico ma allo stesso tempo imparziale, immancabilmente presente ma poco esposto, aperto all'ascolto ma con un orecchio rivolto alla tua individualità. Viene chiesto, in soldoni, di sapersi dosare. O come adoro pensarla io, di ridimensionarsi in funzione dell'unicità altrui. Ed è complesso, a volte persino frustrante e sminuente, perché porta a domandarti cosa rimarrà di ciò che sei se sistematicamente ti comprimi per lasciare posto all'altro. Se ogni tuo riconfigurarti non sarà dannoso sul lungo periodo, se avrai mai il bisogno ed il coraggio di parlare di te stesso, se le molte sfaccettature della tua persona formino, in realtà, un tutto coerente ed omogeneo. L'eventualità di dissolversi, poiché smarriti entro le più diverse sembianze, obbliga a schermarsi. E quando ciò si trasforma da uno stato transitorio ad un tratto stabile del carattere, i giochi sono bell'e che conclusi. A prescindere da chi ti siede davanti e dal problema che pone alla tua attenzione, verrà poi naturale l'esserci ed il non-esserci, contemporaneamente.
Con tutte le limitazioni del paragone, è come se fossi il secchio che raccoglie il rigurgito altrui sotto forma di parole e pensieri disfunzionali. Ma quel recipiente ci sarà solo nel caso in cui venga preparato; al contrario, il tutto si disperderà in ogni angolo, diventando invalidante. In questo eterno processo di riempimento-svuotamento, un ruolo cruciale viene svolto dal cosiddetto "pelo sullo stomaco", ovvero dall'attitudine a resistere alle peggiori esperienze possibili. Ancora, è utile pensare che nella pratica psicoterapica possa intervenire un qualche fenomeno di lieve discontinuità della coscienza, questo funzionale a creare una barriera tra sé e l'esterno. "Dissociarsi" non sempre è patologizzante; talvolta, infatti, può contribuire ad una sana difesa dell'organismo pensante. Per esempio, nei casi di numbing emozionale si esperisce una sorta di ottundimento emotivo che protegge dalla stimolazione esterna, consentendo alcuni comportamenti semi-automatici, nonché provocando un'accelerazione dei processi mentali.
Può sembrare che io sia assorta e non particolarmente presente, concordo, ma non bisogna però dimenticare cosa implichi, da parte mia, il pieno affondo in una dimensione che non mi appartiene. D'altro canto, questo non avviene indistintamente bensì in misura più o meno intensa a seconda dell'interlocutore. Perché se un amico racconta di sé, per quanto ci si sforzi di schiacciare il coinvolgimento emozionale sotto le suole delle scarpe, il risultato sarà sì buono eppure mai sufficiente. Per esempio, a volte capita mi accorga di essere troppo "dentro", altre invece di non "starci" affatto. Soprattutto a posteriori, quando ripenso alle dinamiche delle conversazioni avute.
Con le persone che ami è sempre tutto più difficile, per infinite motivazioni. Per le aspettative che hanno nei tuoi confronti, per l'investimento fatto, perché più sanno e più riescono comunque a fraintendere, per la volontà di ricambiare, per il timore tu ti possa allontanare, e via così. Vivi le relazioni con la consapevolezza che la neutralità che ti riempie e sostiene potrebbe essere meravigliosa, ma che tuttavia potrebbe anche concorrere a sfasciare l'intero rapporto. Ciò nonostante, non puoi che limitarti a dire che questo sia il pedaggio per accedere alla propensione mentale che incanala a diventare un buon professionista. L'incertezza delle mie stabilità in cambio del desiderio che induce l'altra persona a rendermi partecipe della propria vita. Poi beh, la convinzione che le persone ti cerchino solo "quando ne hanno bisogno" non sempre credo sia così negativa, anzi; semplicemente, andrebbe compresa. Le persone non cercano uno psicologo nel momento del bisogno, figurarsi in quello del non-bisogno.


Desidererei chiudere con un aneddoto. Lunedì ero in caffetteria, in università. Mi si avvicina il tecnico che gestisce la manutenzione delle macchinette e, tra una parola e l'altra, mi chiede: "Greta, può una persona che ci abbandona nei momenti brutti meritare di starci vicino in quelli belli? Perché quando le situazioni diventano un po' meno magia e cose meravigliose ti lasciano da solo?" Che dire, ho percepito tanta di quella sofferenza che se avessi potuto incidere l'atmosfera con una lama questa avrebbe pianto dispiacere e sconforto a non finire.
Davvero. Non c'è un momento peggiore di quello in cui vorresti pensare a qualcosa da dire, ma realizzi di non aver tempo a disposizione per farlo.

lunedì 2 dicembre 2013

Elettra mia, bimba adorata.

[…]

La cicala sull'albero è muta,
s'è svegliata l'intera borgata,
tutti sentono la serenata
che papà sta cantando per te.
L’acqua del fiume arriva dal mare,
se la mia voce ti arriva lassù,
papà stasera ti chiede scusa
se non t'ha dato qualcosa di più.

[…]

(Musiani, E. – Lauretta mia)

Non è la prima volta che cito la mitologia greca; in questo caso, il riferimento vola ad Elettra, figlia di Agamennone e Clitennestra. Il mito racconta che Clitennestra, invaghitasi del giovane Egisto, istigò quest’ultimo a macchiarsi di omicidio, contribuendo lei stessa all’uccisione di Agamennone. Elettra, turbata e sconvolta per la morte del padre, convinse Oreste, uno dei suoi tre fratelli, a vendicare l’affronto subito, ripagando la madre con la stessa moneta. La missione venne scortata anche da Pilade, figlio di Anassibia sorella di Agamennone, il quale venne infine sposato da Elettra.
Il mito fu ripreso da Freud cosicché servisse d’analogo al più celebre mito dell’Edipo re e, da qui, il "complesso di Elettra", secondo Jung definibile come il desiderio della bambina di 3–6 anni di impossessarsi del pene di cui si sente mancante, entrando così in competizione con la madre sia per averla concepita senza pene sia perché è l'ostacolo che si interpone tra lei ed il padre, suo obiettivo sessuale principale.
Areno temporaneamente l’argomentazione e riporto qualche aneddoto di matrice autobiografica.

Non sono un maschiaccio, ma.
All’asilo ero la bulletta dei Grandi; sotto il grembiulino mai che avessi una gonnella. Possedevo un Cicciobello a cui ho fatto patire le pene dell’inferno; una Barbie sottomessa al volere di Ken, Goku, Action Man ed all’amante biondo delle Bratz. Il primo bacetto lo diedi ad un tale di nome Mattia che, badare, avevo finito d’insultare un attimo prima. Avevo per amiche–seguaci due gemelline dai capelli d’oro a caschetto ed un’orda di bambini che si compiacevano di compiacermi.
Alle elementari rincorrevo maschi e femmine indistintamente; ho perso il conto degli spintoni dati e ricevuti. Amavo il Milan, collezionavo personaggi Dragon Ball, macchinine e mattoncini LEGO; giocavo a GTA, Mortal Kombat e Gran Turismo, avevo il pallone sempre appiccicato ai piedi, odiavo le femminucce che andavano a cucito all’oratorio o che galleggiavano nell’aria dopo aver saltato la cavallina. Io, l’oratorio, lo raggiungevo unicamente per i videogiochi, il campetto di calcio e lo scivolo in mezzo alla fanghiglia. Sparavo all’Ultimo con la scacciacani e mi piacevano micce, micette, razzi e razzetti. Sognavo di essere un personaggio dei cartoni animati e d’insinuarmi così nel cuore della mia maestra prediletta. Avevo molte amiche che si sbalordivano che preferissi coltivarmi degli amici. Iniziai a ricevere frasi in sospeso e corteggiamenti ancor meno che taciti; un doppio lavoro interpretativo già dal principio. Per tutti ero “La Bara” e quando “La Bara” arrivava minacciosa con lo sguardo rivolto nella tua direzione, allora sì che potevi considerarti nei pasticci. Ho sempre desiderato far controllare i livelli testosteronici del mio organismo, in realtà. Disegnavo e scrivevo senza sosta; forse, le uniche due dimensioni in cui mi ricongiungevo con la porzione più sensibile della mia personalità in costruzione.
Alle medie capii cosa si esperisce in un corpo ed una mente di adolescente femmina; questo, unitamente al fatto di aver tastato con mano quali fattori venissero implicati nella condizione di potere alla forza psico–fisica che soggioga i più deboli. Dall’indifferenza nutrita per le fanciulle alla loro animosa difesa, dall’abbattimento delle barriere donna–uomo al desiderio di riappropriazione della propria condizione biologica.

Ad un attento esame (e se mi limitassi alle bislacche spiegazioni psicoanalitiche) dovrei prendere atto che provassi una tale invidia del pene, da:
  • amare alla follia mio padre; oggetto sessuale non unicamente finalizzato al piacere;
  • odiare alla pazzia mia madre; colpevole di avermi creata senza pene;
  • calcolare le modalità e le tempistiche per appropriarmi del pene di mio padre al fine di copulare con mia madre (la meta principe della pulsione sessuale naturale), nonostante la detestassi poiché rivale per il possesso del pene di mio padre.
Ora, tutto ciò conduce a dire che io bambina, frustrata dalla constatazione di non possedere il pene, abbia voluto emulare la condizione maschile impossessandomi di comportamenti ed atteggiamenti tipici "della categoria". Che poi s’incunea un dubbio: se possiedo mamma con un pene che non è quello di papà, è da considerarsi adulterio? Oppure va bene uguale poiché “è l’intenzione quella che conta”? Se non fosse un ragionamento circolare, forse reggerebbe anche.
Conoscere per abbattere, dicono.