venerdì 19 settembre 2014

Multiplo a chi?

Da ragazzina, The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde apparteneva al nebuloso mondo dei miei libri preferiti. Tempi in cui mi addormentavo con l'articolata riflessione del chissà cosa mai mangerò domani, non di certo con stupide speculazioni rispetto al quesito ultimo delle neuroscienze: qual è, se c'è, la soluzione al problema della coscienza? Terreno minato. Chi dice che essa non esista, chi che cammini pari passo con il linguaggio, chi che sia una forma di pura intenzionalità; chi ne parla alla stregua di meccanismi binari, chi in termini neurofisiologici, chi in chiave psicologica. Al punto tale che le appiccicherei una definizione personale: la coscienza, un'estenuante accozzaglia di teorie. Se non altro, almeno, vi convergeremmo tutti.
Come quasi sempre accade quando ci si focalizza su sistemi complessi, il miglior modo per comprendere un processo funzionante è quello d'indagarne i deficit; vale per il cervello, nonché per la mente. Detto questo, viene spontaneo chiedersi in che modo i disturbi dissociativi possano chiarire o definire il concetto di coscienza. Cos'è un DDC o disturbo dissociativo della coscienza? Un quadro sintomatico a causa del quale alcuni fenomeni psicoaffettivi mettono in moto la costruzione di una personalità disgiunta da quella cosciente abituale, una patologia caratterizzata da discontinuità, frammentazione ed instabilità della coscienza.
Ma a questo livello si pone un ulteriore problema, ovverosia: come posso parlare di disturbi della coscienza se ancora non esiste una definizione univoca del termine stesso? Sembrerebbe, questo, uno dei tanti circoli viziosi della psicologia. Un tunnel nel quale, almeno per adesso, non desidero addentrarmi.

Il più sconcertante e controverso dei disturbi dissociativi della coscienza non può che essere il disturbo dissociativo dell'identità o, come in precedenza veniva definito, "disturbo di personalità multipla". È affascinante l'idea che in un individuo possano coesistere più personalità, non è vero? Alter complessi ed indipendenti, con modalità di comportamento, ricordi e relazioni propri: spesso in opposizione, le diverse identità sono consapevoli di avere vuoti di memoria (dipendentemente dal fatto una fra tutte prenda il comando), nonostante non lo siano rispetto all'esistenza reciproca. Il DDI viene talvolta assimilato erroneamente alla schizofrenia: infatti, i pazienti affetti da quest'ultima manifestano una disorganizzazione pervasiva e manifesta del pensiero e del comportamento, sintomi che non rientrano nel quadro del disturbo dissociativo dell'identità in quanto gli alter presenti in un medesimo individuo sono coerenti e strutturati, sebbene alternativamente dominanti.
Ciò che rende il trattamento del DDI difficoltoso, oltre che alla sintomatologia spesso multiforme, è la scelta del criterio interpretativo da applicare caso per caso: modello post-traumatico, modello sociocognitivo oppure entrambi? Da un lato abbiamo chi sostiene il DDI si stabilisca nell'infanzia come conseguenza di gravi abusi mentre dall'altro chi lo considera il risultato di un apprendimento alla rappresentazione di ruoli sociali. Come dire, sulla scia del fatto le persone riescano ad adottare una seconda personalità laddove il contesto lo richieda, gli alter apparirebbero conseguentemente o ai suggerimenti del terapeuta o all'esposizione mediatica, oppure ancora ad influenze culturali di natura non specificata. Se si parte dal presupposto che la terapia psicoanalitica sia la più impiegata in fase di trattamento del DDI mi viene sì spontaneo credere agli assunti del secondo modello! Eppure, rimango sempre più propensa ad accreditare l'interpretazione post-traumatica rispetto a quella sociocognitiva. Una piccola digressione filosofica ora non ci starebbe male.
Dennet non è un autore che amo; eccessivamente radicale e meccanicista dal mio punto di vista. È uno di quelli che appartiene al mondo delle ipotesi «speculare circa l'esistenza della coscienza è oscurantismo» e «gli uomini sono macchine, meccanismi semoventi sofisticati e complessi». A favore dell'intelligenza artificiale nonché della possibilità di riprodurre la mente umana su calcolatore, si è anche interessato del disturbo di personalità multipla (se non altro, per avallare la propria testi circa la non-esistenza di un'unicità di coscienza e soggetto). L'autore sembrerebbe aderire al modello post-traumatico, asserendo inoltre che la patologia sfidi le presupposizioni su ciò che esista di umanamente possibile, sui limiti della depravazione e della crudeltà umane. Poste di fronte a conflitti, dolore ed abusi, le vittime creerebbero un confine tra loro e l'esterno (in questo caso, un alter più capace di mantenersi intatto di fronte all'assalto) in modo tale che l'orrore non capiti loro direttamente. La conservazione attraverso una lacerante ridefinizione del Sé permetterebbe quindi la sopravvivenza psicologica di un individuo in balia di forze che non riuscirebbe in altra maniera a contrastare, uscendone illeso.
Se da un lato abbiamo la persona patologica dall'altro invece abbiamo quelle che sono "esperienze blande di personalità multipla", ovvero ciò che un qualsiasi individuo sano sperimenta nel corso dell'esperienza poiché per natura portato a vivere dimensioni parallele differenti. Non vi capita mai di essere talmente incarnati in un determinato ruolo (per esempio, il medico) da non riuscire ad integrare il vostro vissuto attuale con ricordi che appartengano ad un'altra dimensione della vostra identità (per esempio, il padre)? Non è una semplice questione di ruoli, tuttavia. Il cervello lavora in maniera ottimale al fine di mantenere le parti separate, e ciò grazie alla memoria statica dipendente, un fenomeno che coinvolge gli stati neurochimici funzionali nei diversi gradi di cambiamento della personalità.

Non posso che terminare con una citazione tratta da The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde:
«With every day, and from both sides of my intelligence, the moral and the intellectual, I thus drew steadily nearer to that truth, by whose partial discovery I have been doomed to such a dreadful shipwreck: that man is not truly one, but truly two.»

lunedì 15 settembre 2014

AAA stuzzicadenti cercasi.

Ci sono frasi con un potere tale da aggrapparsi agli speroni del tessuto interiore, rimanendovi ciondolanti e beate sino alla fine dei giorni. Scomode, fastidiose come il pezzetto di cibo rimasto intrappolato fra i denti che invano t'ingegni a rimuovere. Concatenazioni di parole che fanno leva sulla peggiore minaccia che esista all'integrità del Sé: l'aspettativa. È strano che ancora non ne abbia parlato; ammetto che sia un tema particolare, il terreno di una battaglia personale che combatto da tempo. Inoltre, dal momento che sarebbe necessario un umore in accordo con il tono dell'argomento, ovvero nero, il grigiume del periodo (vedi Monocromia) non sembra essere sufficiente per parlare di aspettative in modo completo.
Tornando a noi, un aneddoto, grazie. Il giorno in cui la mia cagnolina passò ad altra vita (avrò avuto all'incirca 9 o 10 anni) i miei mi dissero: «Non piangere, tra un po' ne prenderemo un altro». A prescindere dal fatto che la promessa sia stata o meno mantenuta e che volessi o meno un altro cane, l'importanza rivestita da quelle parole ne ha reso possibile il ricordo, a dodici anni di distanza. E non nelle vesti di qualche parola detta ad una bambina che necessitava di conforto, bensì sotto forma di posticipazione del dolore. Perché io avrò pur smesso di lamentarmi nell'immediato, al suono di quella frase, eppure il pensiero di un'aspettativa distrutta non ha che continuato a rimbombare nella mia testa. Che ne fossi solo in parte consapevole può ben darsi ma, come ormai si crede, l'agire non viene unicamente determinato dalle componenti coscienti.
Fateci caso: quando l'interlocutore manifesta le proprie debolezze, che siano sotto forma di rabbia, dispiacere, angoscia o disperazione, l'unica maniera in cui sappiamo muoverci al fine di tirarcene fuori è procrastinando. Perché il miglior modo per ignorare il presente è parlarne al futuro, non è forse così? «Passerà presto», «tornerà da te», «recupereremo», «andrà meglio», «dimenticherai». Tuttavia, non basta proiettare nel domani laddove tutto rimanga comunque ancorato all'oggi: ognuna di queste frasi, ed è qui che risiede la spiazzante malvagità di cui spesso si tinge il linguaggio umano, implica un «aspèttatelo». E da bambina, adolescente, giovane donna quale sei non puoi che ricamare la maglia della tua vita con il ferro dell'aspettativa.
Ci sono frasi che più di altre sono sbagliate perché di sbagliato hanno anche il momento in cui vengono dette; frasi per le quali viene da chiedersi se sia un bene considerare il linguaggio la "sorgente dell'Io".

giovedì 4 settembre 2014

Donne du du du.

L'amico Freud è morto chiedendosi cosa davvero volessero le donne; io spirerò chiedendomi se esista o meno la solidarietà femminile.
C'è chi, ad inizio anno, stila la lista dei buoni propositi. Già di per sé, un buon proposito. E poi c'è chi come me si diletta in elenchi ben più inutili tuttavia divertenti: uno fra tutti, il 3W-WAW. Women With Women-Women Against Women. Ogni giorno infatti, in un modo o nell'altro, compaiono fatti che supportano oppure distruggono l'ipotesi che la vicinanza fra donne non sia una leggenda metropolitana alla Sex and the City.
Un giorno dico sì, la solidarietà femminile vivacchia tra noi. Esiste perché esser donna non è una scampagnata con cestello da picnic e sapere che siamo tutte sulla stessa barca potrebbe semplificare alcune questioni. Se non altro, in virtù della zavorra biologica che siamo costrette a sopportare.
Un giorno dico no, la solidarietà femminile ha tirato le cuoia (o forse manco mai è esistita). Proprio in funzione del fatto esser donna non sia cosa facile, s'attacchi quell'altra che ricorda la mia condizione.
Nella lista 2 cade la prima considerazione: è difficile trovare una donna che voglia bene a se stessa.
Qualunque sia la ragione, sarà sempre portata ad indirizzare la negatività che estrae dagli eventi (impossibile vedere solo in bianco) verso un proprio lato di personalità; solitamente l'appartenenza di genere. Ne consegue l'attribuzione interna della x variabile sgradevole ed il rimuginare sul perché non fili tutto liscio. Ma, notare! Vedere nero non ne ha mai direttamente implicato l'esistenza. Il verso giusto raramente sarà giusto abbastanza, mentre quello verosimilmente sbagliato lo sarà di certo.
Anche la seconda considerazione cade nella lista 2: voler bene all'amico è molto più semplice che non all'amica.
Per argomentare, devo addentrarmi nell'attanagliante universo dell'amicizia fra donne; già ne temo i frutti. E' consapevolezza comune che il concetto del "best friend" sia centrale nella concezione femminile del vivere di relazione. Molto più che per i ragazzi, per le ragazze vale la necessità del contatto ristretto con una simile. Una di quelle persone con cui condividere le proprie gioie ed i propri turbamenti, successi ed insuccessi, conquiste e privazioni. Una di quelle persone con cui condividere il letto, i vestiti, il cibo; le amicizie. Talvolta anche gli amori. Ci si può chiedere, non è forse solidarietà questa? Io mi rispondo che no, non lo è. Nello specifico, in virtù del fatto i legami morbosi difficilmente risultino essere solidali. Soprattutto poiché gli effetti vanno in direzione opposta rispetto alle aspettative: l'attaccamento sfocia nell'emulazione, il contatto nella gelosia, la presenza nell'invidia. Le piazzate migliori avvengono quando una delle due intraprende la vita di coppia, passo che non induce necessariamente a cambiare ma che appare sufficiente per far dire all'altra che non sei più la stessa. Traducendo il gergo dialettale, mia nonna diceva a ruota che "le amiche sono sempre abbastanza amiche ma mai amiche abbastanza".
L'amicizia fra uomo e donna è invece più semplice: non percepisci il bisogno di doverti ad ogni costo sintonizzare sul pensiero dell'altro, lo scambio comunicativo è pari seppur tra dissimili, non devi fingere di apprezzare ciò che apprezza l'altro per il quieto vivere ed il disaccordo di certo non demolisce il ricordo dei vissuti comuni.
La terza considerazione rientra anch'essa nella lista 2 (comincio a chiedermi se non abbia già definito per quale delle due opzioni propendere): le donne sono spesso più inclini al giudizio ed all'etichettatura delle altre donne rispetto agli uomini.
Roba di tutti i giorni, gli insulti di genere. Ne sono tappezzati i social, nonché la vita reale. Da parte degli uomini non è nulla di nuovo: qualsiasi motivazione giustifica l'attacco gratuito alla femminilità. Quando però sono le donne stesse ad infierire, viene spontaneo un tentativo di spiegazione. Io ci provo spesso, ma ogni motivazione che trovo m'appare più stupida ed inconcludente dell'altra. 1. Non c'è più quella netta divisione uomo-donna tale per cui le credenze dell'uno debbano contrastare con le credenze dell'altra. Tradotto, un'omologazione del sistema dei valori? 2. Il desiderio di apparire "uguali" agli uomini, nonostante la palese diversità venga sottolineata di continuo, motiva l'agire femminile. Tradotto, dipendenza dal modello machista? 3. La proiezione del sentimento d'inadeguatezza personale nonché di pochezza intellettuale nell'affrontare questioni antiche come il mondo, vedi le discriminazioni di genere. Tradotto, il classicone dell'invidia? E l'elenco continua, coinvolgendo abduzioni più o meno biologiche, più o meno psicologiche. Direi non ce ne sia una plausibile, figurarsi attendibile.
Quarta ed ultima considerazione; inseritela voi nella lista corretta: è uno sforzo spesso eccessivo valorizzarsi in quanto donne.
Questo almeno finché il valore della femminilità verrà ritenuto una conquista e non un dato di fatto. Gli uomini hanno raramente dovuto dimostrare a qualcuno quale fosse il significato ultimo del loro esser nel mondo; al contrario di quanto è avvenuto ed avviene per le donne. Una partita individuale contro il senso comune che non lascia spazio a buonismi né tanto meno a gesti solidali; e qui sbagliamo. Così finisce che quella che insegue la carriera sia troppo emancipata, quella che si sacrifica ai doveri familiari una mediocre, quella single una sgualdrina, quella lavoratrice con famiglia una che ha osato troppo, quella che si fa picchiare tra le quattro mura di casa una che se l'è meritato. Un panorama nel quale non sembra rientrare manco un briciolo di quella che chiamiamo solidarietà.


Perché nelle favole non è il mago cattivo a gettare il malocchio sulle fanciulle bensì la strega malvagia? Perché nei miti Era non inizia a castigare Zeus invece che le donzelle con cui copula? Persino la letteratura mistifica il rapporto fra donne, enfatizzandone i conflitti.
Cos'altro aggiungere; penso morirò con molte più certezze rispetto a Freud.

venerdì 25 luglio 2014

Monocromia.

Quest'anno l'estate non ne vuol sapere d'iniziare, né al di fuori né dentro di me. Ciò che vedo è un unico immenso pervasivo grigiume. Dicono che per vivere a colori siano necessarie le emozioni. DICONO.
Ho trascorso undici anni della mia vita, dall'adolescenza ad oggi, cercando di affrontare in modo autonomo ogni situazione, specialmente le meno piacevoli. Ed ora, pare che gli aiuti mai richiesti stiano bussando alla porta per presentarmi il conto. Ed ora, pare che le barriere costruite tra me e l'esterno stiano collassando una dopo l'altra. Perché l'unico modo che le persone fragili possiedono per sopravvivere è quello di ostentare sicurezza, padronanza di sé e del proprio vissuto. In tal misura, diviene più semplice aiutare gli altri, garantire loro il supporto di cui hanno bisogno, dimostrare presenza e prontezza all'ascolto, rispetto al sostenersi. Un meccanismo che ti migliora in funzione dell'altro da un lato, ma che ti allontana dal contatto con le sfaccettature peggiori della tua personalità. Sapete qual è la maggior consapevolezza di ogni persona che studi psicologia? L'idea secondo la quale rifugiarsi nei problemi altrui sia l'unico modo per sfuggire ai propri, una forma d'utilizzo della sofferenza dell'altro come scudo ai più profondi dilemmi di chi presta aiuto per professione. Del resto, sorreggere qualcuno è dimenticarsi, è mettere a tacere quel brontolio emotivo tanto disfunzionale alla neutralità. Tuttavia, il rischio in cui s'incorre è venire risucchiati nel vortice della coartazione emozionale; almeno fin che regge il teatrino. Pagherei per ridiventare la persona cui tutto scivolava addosso, quella distaccata e senza alcun timore; peculiarità, forse, di un'età che più non torna.
La realtà è che, come tanti, sono ormai un'accozzaglia di esperienze miste a posticipazioni e rimpianti, un grumo inscioglibile di passato, presente e futuro che sguazza in una pozzanghera d'incertezza.
Ogni individuo è i propri traumi e, per quanto ci si possa impegnare a dissimulare, non trascorrerà istante in cui ciò non traspaia, il più delle volte andando ad intaccare i gracili equilibri dei legami. Spesso, per esempio, siamo così ottusi nel perseverare nella quantificazione dei momenti da non considerare il fatto che l'attimo trascurato potrebbe essere il più significativo di tutti; il più necessario di tutti. Vivere per accumulazione, costantemente, in funzione del tempo che ci consuma. Mi si spieghi perché passiamo giorni, mesi ed anni a deludere e ad essere delusi dagli altri, come mai siano i piccoli screzi a mettere in discussione i grandi progetti, perché la considerazione di chi ti odia sembri superare quella di chi ti ama. Quando rassegnarsi di fronte all'evidenza del crollo delle aspettative diventa la strada maestra verso l'accettazione, vieni portato a pensare che più amore si possa provare e più dolore si riesca a provocare.
Eppure, in tutto ciò, rimangono quelle mirabili-magnifiche-meravigliose frasi da manuale appiccicate alla bell'e meglio e che ti fanno sentire importante, la semplicità con cui ti prodighi in consigli quando di fronte non hai altro che cloni di un ideale di normalità da te poco dissimili.
Non intendo dilungarmi oltre; scrivere quest'articolo mi ha reso sufficientemente infelice.

lunedì 21 luglio 2014

Chi sono io? Tata Lucia!

In queste prime tristi giornate da universitaria post-sessione mi vedo sprecare il tempo piantonata davanti alla tv, un'attività che, per inciso, detesto. Ultimamente mi sto imbattendo in uno di quei programmini che visti una volta ne entri in dipendenza": SOS TATA. Ah, che bellezza! (Che poi a uno viene da chiedersi se tata Lucia non si sia ancora ritirata a miglior vita). Un reality arcinoto con buoni livelli di share ed ascolti, stando ai dati e al numero delle edizioni: ben otto, dal 2005 ad oggi. In soldoni, a ruota una delle tre Melanie Klein della situazione approda in un nucleo familiare più o meno disastrato avendo a disposizione una settimana per tentare di ristabilire ordine e armonia. Concettualmente molto bello ma praticamente improbabile, nonostante non siano proprio tutte baggianate quelle partorite nel corso della "missione" di salvataggio. Forse che il successo risieda nel bisogno dello spettatore, soprattutto se genitore, di dare uno scossone alla bagarre quotidiana? Prologhi a parte, la citazione risulta comoda se l'obiettivo è quello di parlare di sistemi educativi e, in particolare, di sistemi educativi paterni. Non che la mia sia una posizione polemizzante bensì marcatamente critica nei riguardi del modello madre-statica/padre-mobile. È pur vero che «i vincoli strutturali, la forza delle tradizioni, dei valori e delle norme presenti nel contesto sociale, contribuiscono potentemente a definire le identità genitoriali e quindi a tenere il ruolo paterno ancorato a vecchie concezioni» (Venuti, 2007) ma, come spesso accade in psicologia, il tentativo di spiegazione scade nella giustificazione. E, dal momento che non sempre risulta esser chiaro cosa sia l'una e cosa sia l'altra, diventa facile attribuire in modo erroneo giudizi di valore, positivi o negativi che siano.
Nel 2014 penso sia lecito chiedersi, per esempio, il motivo della permanenza di disomogeneità nella distribuzione del lavoro familiare e nelle pratiche di gestione dei figli, oppure il perché di privilegi domestici così marcatamente riservati agli uomini. Ma, se vogliamo, questo è il fatto minore se confrontato con le disparità che sorgono nell'ambito dei comportamenti di cura dei figli, contrariamente al fatto che i ruoli di padre e madre siano intercambiabili. Che io sappia, ancora non esistono evidenze (neuro)biologiche che supportino la maggior specializzazione delle madri a cambiare i pannolini. Il problema, inoltre, sembrerebbe radicato nell'idea originaria che una relazione padre-bambino positiva si strutturi alla stregua di una conseguenza del rapporto diadico madre-bambino, come se il padre non potesse interagire con il figlio a meno che la madre non faccia da tramite. In questo modo, la diade padre-bambino non sussisterebbe in quanto tale bensì in quanto triade, forse ostacolando l'analogo processo di attaccamento del bambino nei confronti della figura paterna.
D'altro canto, è pur vero che madri e padri prediligano svolgere attività diverse con i propri figli: se da un lato abbiamo una madre attenta alle dinamiche socio-emotive, dall'altro abbiamo un padre magari più preoccupato a trasmettere aspetti come competitività e approccio vigile al mondo. Alcuni studi dimostrano, per esempio, che le donne tenderebbero alla "padronanza" mentre gli uomini alla "prestazione" e non è difficile immaginare siano proprio questi, rispettivamente, i modelli trasmessi alla prole. L'unica spiegazione che poi mi sento di dare rispetto alla primordiale concezione del "padre-padrone" è connessa all'attitudine dei padri alla parità di genere; semplice. Al diminuire di quest'ultima crollano sia il grado di responsabilità nei comportamenti di cura sia il livello di monitoraggio dei figli.


Ora, per concludere, mi piacerebbe fosse tata Lucia a rispondere ad un quesito nato in seno alla psicologia sperimentale: perché i padri sono più interattivi con il proprio bambino e manifestano un maggior dinamismo quando le loro mogli sono casalinghe?

lunedì 7 luglio 2014

Le dimensioni (mentali) contano.

Ho sempre pensato che se non avessi sfruttato la scrittura come strumento di elaborazione degli eventi che mi sono capitati nel tempo sarei, ad oggi, un nodulo di complessi insoluti. Ultimamente, tuttavia, nemmeno la trascendenza dell'atto di scrivere è riuscita a vincere il bisogno d'interpretazione silenziosa che ha caratterizzato questo periodo d'inerzia e vulnerabilità. Riporto una citazione che credo riassuma alla perfezione la consapevolezza del secolo:
«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)
L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della  relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.


In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità. 

martedì 27 maggio 2014

Il numero due si rallegra di essere singolare.

Furbi gli esseri umani: si raccontano sempre un mucchio di graziose favole che hanno il merito di fare da toppa alle voragini d'incongruenza insite in loro stessi. La mia preferita è senz'altro quella che sostiene che uomini e donne siano fatti (?) per stare insieme. E chi lo dice, la biologia? Ma se non le date mai retta, a 'sta crista di verità incompresa. A meno che non faccia comodo, per l'appunto. Alla luce del raziocinio è evidente come il valore dell'obiettivo comune sia di gran lunga inferiore rispetto al peso conferito agli affari privati. Il conflitto d'interessi tra uomo e donna si configura come una netta linea di demarcazione che, inevitabilmente, scinde ciò che è/ha il maschile da ciò che è/ha il femminile. Alla facciaccia di Jung e dei suoi Anima ed Animus, una concettualizzazione che pur reputando molto romantica e ben costruita comunque non riesco a concepire. Sicuro è che ci sia del maschile nel femminile e viceversa, anche se io preferisco chiamare tali entità Androgeni ed Estrogeni. Ok, forse i termini non sono sognanti come quelli junghiani, ma di certo rendono meglio l'idea. Che poi, cristoiddio, è meravigliosa questa immagine di uomo e donna che incontrano in loro stessi la proiezione del sesso opposto, la cui non-conoscenza genera sconquassamenti nel delicato meccanismo dell'individuazione. C'è però un lieve intoppo poiché questo è un mero desiderio.
Agli uomini non interessano cose stupide come farsi una fotografia con la ragazza, confidare le proprie inquietudini, non dare per certe questioni che non sarebbero scontate nemmeno ai saldi di fine stagione. E le donne mica si preoccupano di sport e motori, di doversi far sopportare dal compagno, di dividere l'infinito in settimane e poi di quantificarne ogni momento trascorso. Se ci fosse del maschile nel femminile e viceversa saremmo tutti più completi ed affini, meno persi nelle battaglie quotidiane off-limits per l'altro, meno concentrati sulle priorità che ci escludono a vicenda. Invece no, si persevera nella domanda "come stai?" e si desiste nell'ascolto della risposta. Il niente la fa da padrone nei dialoghi mentre la morsa della routine attanaglia la rosa dei venti mentale, producendo una sistematica perdita d'orientamento.


Serenità ed entusiasmo diventano così la escort ed il gigolò che ti affanni a trovare, degli accompagnatori spirituali a cui nulla chiedi di materiale se non un fantoccio di vicinanza che, pur sapendo artificioso, pensi riesca ad attutire quell'idea di solitudine che va peregrinando in testa. Ma si sa, la maggior parte delle scorciatoie sono un'arena di fallacie spesso definitive, definenti, definitorie. Allora, che fare? Ed io cosa ne so, ancora non ho scritto in fronte Manuale Delle Risposte. L'unica consapevolezza che detengo è che uomini e donne (ri)cerchino nella diversità gli elementi mancanti dimenticandosi come la complementarietà non sia sufficiente alla pienezza del Noi, che come ad essa serva anche un pizzico di specularità. Del resto, la totalità circoscrive due diversi che convergono e due uguali che divergono.
Furbi gli esseri umani: frequentano sempre i simili che più sono in grado di farli stare da schifo. Tendenza patologico-masochistica? Può ben darsi. D'altra parte, tutti un po' lo siamo. Dipendenti, intendo. E ci piace pure! Contrariamente, sceglieremmo peggio i nostri contatti.