Navigando per l'oceano virtuale, ho incontrato diverse denominazioni (anche poco note e non universalmente accettate) del concetto di "bisessualità". Queste sembrano avere l'obiettivo di evidenziare, differenziandole, alcune manifestazioni tipiche di una categoria, non riscontrabili oppure lievemente sovrapponibili a quelle di un'altra. Come spesso accade, però, la smania di organizzare il conoscibile mediante etichettature di sorta induce a perdere ogni contatto con la dimensione globale della questione su cui viene posta l'attenzione. Ed è un problema, specialmente nel caso in cui si smarrisca la strada, unica via che ricondurrebbe alla totalità delle cose. Sezionare un fenomeno, la maggior parte delle volte, è un buon approccio se l'obiettivo è una sottile comprensione dell'oggetto di discussione; tuttavia, richiede una doppia abilità nel sapersi divincolare tra i mille frammenti, nel tentativo di riassemblare evitando di distorcere l'intero da cui si è partiti. Per questo motivo, termini come "ambisessuale", "bicurioso" e "bipermissivo" mi hanno lasciata un po' perplessa. Scelta mia quella di arenarmi al più comune "bisessuale, termine mutuato dalla biologia in quanto venne attribuito per la prima volta nella descrizione di piante provviste di organi maschili e femminili (da non confondere con l'ermafroditismo).
Volendo andare ancora oltre, mi sono sbilanciata a favore di un titolo forse esplicativo del mio attuale orizzonte di pensiero; bisessualità intesa come propensione, tendenza all'Altro. Maiuscolo poiché dimensione propria, unica ed esclusiva; non un sostantivo comune ed indistinto con attribuzione casuale, insomma. Può sembrare che io parli come se concepissi l'interazione con gli altri un'attitudine, un moto interiore che spinge verso un'attività piuttosto che l'altra. Effettivamente è così; quante sono le persone a cui senti dire che sono "portate" per lo sport? Il passo è molto breve.
Con l'avanzare dell'età, o meglio, con l'accumularsi delle esperienze, si comincia ad abitare in idee troppo strette, che comprimono tra le loro mura. Arriva il momento in cui il bisogno di smantellare è tanto assordante da non concederti unatregua, in cui confondi la fuga con il cambiamento. E sono i traguardi più importanti a non venire considerati per la loro reale valenza, bensì unicamente per i risvolti a cui traghettano, sul breve periodo.
Lo ripeto spesso, studiare psicologia è una rovina ed insieme una fortuna. Non c'è l'uomo, non c'è la donna; c'è la persona in sé, da comprendere nella sua pienezza ed interezza. E' solo quando hai dimestichezza con la rotondità ideale che riesci poi a smussare gli angoli dell'individualità, ora sì declinata nel maschile o nel femminile. Alla luce del raziocinio decadono le differenziazioni, nonostante non possa esistere una persona ascrivibile ad un'altra, un cervello ascrivibile ad un altro. Appare così poco sensato precludersi l'approccio completo all'Altro, solo perché motivati dal fatto io sia un uomo, una donna, oppure entrambi. E non si tratta del mero atto sessuale, banalizzato nella concezione di chi "bisessuale perché se manca uno c'è sempre l'altra". No! Orientarsi all'Altro implica abbracciare una storia, chiedere il permesso di poterne scrivere un tassello insieme; valicare i confini dell'apparenza per sondare cosa sia quel tumulto che muove ad agire verso qualcosa o qualcuno. In questa prospettiva, comprendi che il genere influenza sì la biografia, ma che non dovrebbe impedirti di costruire legami di vicinanza, mentali, affettivi oppure erotici con chi di volta in volta si trova ad attraversare il tuo cammino.
Considerazioni queste che trascendono l'occasionale contatto con il primo, o prima, che transita e poi sparisce. Sono percorsi di maturazione personale ed interpersonale che pur non avendo una risoluzione, nel loro strutturarsi rendono chi li sperimenta più aperto alla condivisione, oltre i limiti imposti dalle preferenze di genere o di qualsiasi altro tipo. E' forse anche per questo che non mi piace parlare in termini di bisessualità, una concezione che rimanda a semplicistiche attribuzioni di inclinazioni che andrebbero definite in maniera più sottile, anzi, che non andrebbero definite affatto.
Qualunque sia la scelta d'amore definitiva poi, non importa; è la predisposizione a scivolare in una vita a fare da discriminante. Affinità intellettive, emotive, di azione e perché no?! Anche di genere.
venerdì 28 giugno 2013
martedì 25 giugno 2013
Apologia del figlio unico.
Leggendo uno degli svariati libri che devo preparare per un esame venturo, m'imbatto in una breve descrizione, estratto che riporto:
Da figlia unica, inizialmente, mi sono rivista nella descrizione; ho sempre preferito la televisione, il computer ed un buon libro allo scazzottare con gli amici. Da scienziato, però, devo fare un passo indietro.
Attribuire il divario tra assimilazioni cognitive e pratiche all'esposizione o meno a stimoli contestuali tra pari (ossia il bisogno che ha il bambino di confronti precoci con i pari) mi sembra un poco azzardato. Specialmente in virtù del fatto che un minimo di sviluppo asimmetrico permane anche laddove il contesto interpersonale rispetti le caratteristiche ideali sopra delineate. E' normale, anzi auspicabile, che ognuno sviluppi modalità preferenziali d'approccio alla realtà; ciò che va salvaguardato, se vogliamo, è che vi sia una buona integrazione tra cognitività, affettività ed azione sul circostante. Sbilanciamenti eccessivi sono sì problematici, con effetti di ipertrofia rispetto a determinati stati mentali, ma appare riduttivo soffermarsi ai primi contatti tra pari instaurati dal bambino nel proprio ambiente. Enfatizzo il "tra pari" perché è ovvia l'importanza rivestita nel periodo di infanzia e fanciullezza dall'interazione tra persona in via di sviluppo e caregiver, ma un po' meno vagliata l'ipotesi che tanto sia essenziale la presenza di fratelli oppure cugini per una crescita cognitivo-affettiva e prassica. L'idea è comunque che la vita sociale tra simili cominci molto presto, a partire dai 3 anni con l'ingresso in scuola dell'infanzia, ed in casi sempre maggiori ancor prima. Giusto per attutire il contraccolpo della solitudine da figlio unico, no?!
Io credo siano altre le questioni che interessano in modo più diretto la condizione del figlio unico, una tra queste il carico di aspettative con cui si trova a combattere tutta la vita. Fare molto e molto bene, dove ciò che conta è la performance, pratica o cognitiva che sia, dimensione spesso derubata della componente emozionale.
<<In primo luogo la mancanza di fratelli e cugini crea un vuoto sociale nella vita del bambino. [...] La loro assenza si fa risentire nello sviluppo del bambino. Questa è una cosa molto nota agli insegnanti che si accorgono subito se un bambino è figlio unico oppure ha altri fratelli.>>
Venuti, P., 2007. Percorsi evolutivi. Forme tipiche e atipiche. Carocci editore S.p.A., RomaL'autrice sostiene che lo sviluppo equilibrato ed armonico delle competenze (tra cui cognitive e visive, pratiche ed adattive) sarebbe il risultato necessario dell'interazione precoce del bambino con bambini di età simile, all'interno del contesto familiare. Pertanto, il figlio unico si troverebbe a sperimentare la mancanza di scambi sociali importanti e questo influirebbe sul normale sviluppo delle funzioni mentali che permetteranno lui un confronto adattivo con il mondo. Una delle motivazioni fornite è che il bambino, non avendo spazi adeguati e partner di gioco con cui condividere le tappe progressivamente raggiunte, propenderebbe verso attività cognitivo-visive a scapito di attività fisico-motorie. Dal momento che l'utilizzo di una funzione conduce a migliorarne le strategie di messa in atto, capiamo che il risultato è di necessità un bambino "maturo" dal punto di vista delle competenze astratte, ma ancora "scarso" dal punto di vista di quelle concrete. Potremmo quindi trovarci ad interagire con bambini che gestiscono in maniera ottimale il ritmo della conversazione con un adulto da un lato, ma che dall'altro "sono incapaci di allacciarsi una scarpa o saltare una corda".
Da figlia unica, inizialmente, mi sono rivista nella descrizione; ho sempre preferito la televisione, il computer ed un buon libro allo scazzottare con gli amici. Da scienziato, però, devo fare un passo indietro.
Attribuire il divario tra assimilazioni cognitive e pratiche all'esposizione o meno a stimoli contestuali tra pari (ossia il bisogno che ha il bambino di confronti precoci con i pari) mi sembra un poco azzardato. Specialmente in virtù del fatto che un minimo di sviluppo asimmetrico permane anche laddove il contesto interpersonale rispetti le caratteristiche ideali sopra delineate. E' normale, anzi auspicabile, che ognuno sviluppi modalità preferenziali d'approccio alla realtà; ciò che va salvaguardato, se vogliamo, è che vi sia una buona integrazione tra cognitività, affettività ed azione sul circostante. Sbilanciamenti eccessivi sono sì problematici, con effetti di ipertrofia rispetto a determinati stati mentali, ma appare riduttivo soffermarsi ai primi contatti tra pari instaurati dal bambino nel proprio ambiente. Enfatizzo il "tra pari" perché è ovvia l'importanza rivestita nel periodo di infanzia e fanciullezza dall'interazione tra persona in via di sviluppo e caregiver, ma un po' meno vagliata l'ipotesi che tanto sia essenziale la presenza di fratelli oppure cugini per una crescita cognitivo-affettiva e prassica. L'idea è comunque che la vita sociale tra simili cominci molto presto, a partire dai 3 anni con l'ingresso in scuola dell'infanzia, ed in casi sempre maggiori ancor prima. Giusto per attutire il contraccolpo della solitudine da figlio unico, no?!
Io credo siano altre le questioni che interessano in modo più diretto la condizione del figlio unico, una tra queste il carico di aspettative con cui si trova a combattere tutta la vita. Fare molto e molto bene, dove ciò che conta è la performance, pratica o cognitiva che sia, dimensione spesso derubata della componente emozionale.
Titolo di coda. Non ho mai imparato a saltare la corda.
mercoledì 19 giugno 2013
Da grande? Il neuroscienziato.
Un leggero passo avanti. Anche il cuore, come il cervello, viene ritratto con fattezze organiche e non astratte alla mo' di emoticon. Nonostante questo, la partita rimane pur sempre impari; favorevolmente direzionata verso l'azzurro.
Di certo, a nessuno è nuova la dicotomia cuore-cervello, intesa come sensorialità e sentimento da un lato, razionalità e ragionamento dall'altro. Una delle tante assurdità che ci portiamo appresso dall'alba dei tempi. Non posiamo farcene una colpa, se vogliamo, ma sguazzare nell'imbroglio è sconveniente, soprattutto alla luce dei nuovi sviluppi della ricerca neuroscientifica.
Mi si abbozza un sorriso; nel 2013, una delle tracce di italiano per l'esame di maturità verteva proprio su questo argomento. Una scelta azzardata, forse, dal momento che la maggior parte delle scuole secondarie di secondo grado non ne affronta lo studio, nemmeno di striscio. Comprensibile ed in parte giustificato poiché spesso il silenzio è preferibile al mero accenno diluito. D'altro canto, però, è un piacere notare che qualcosa si stia muovendo; anche il Ministero ora è consapevole dell'importanza delle neuroscienze? Wow, almeno ho una speranza di trovare lavoro.
A prescindere dal valutare se fosse o meno fattibile, la traccia apre uno squarcio sull'indefinito e misterioso mondo degli studi sul cervello, "il pezzo di materia più complesso dell'universo". Trovo esaltante la possibilità di capire i meccanismi che ti permettono di capire ciò che stai capendo. Studiare la memoria grazie alla memoria, la percezione grazie alla percezione, il linguaggio grazie al linguaggio; insomma, studiare il cervello grazie al cervello. E questo limitandosi alle funzioni superiori, ma non si dimentichi che è il sistema nervoso nel suo complesso, centrale e periferico, a giostrare le peculiarità dell'organismo nella sua interezza. Cento miliardi di cellule nervose, ognuna delle quali diecimila volte connessa per costituire una rete d'inestricabile efficienza. Equilibri dinamici perfetti, compensazioni, plasticità; come rendere possibile l'impossibile. Quindi, non sorprende la volontà di investire in un ambito di questo tipo, di accrescere i contributi forniti alle spiegazioni del perché ci si ritrovi ad essere in un modo oppure nell'altro, del perché alcuni impercettibili mutamenti possano compromettere la nostra funzionalità. Non bisogna meravigliarsi dell'errore, che ci preclude o patologizza in una qualche misura, bensì del fatto che ogni componente dell'organismo riesca magistralmente ad incastrarsi.
E tutto questo sotto al naso di chi sostiene che "si sente con il cuore".
martedì 11 giugno 2013
If u c, find differences.
L'esordio. L'orologio segna il Mezzogiorno.
E' una nuova mattina, il principio di un cambiamento importante.
" Ehi! Ho iniziato la dieta, finalmente."
"Ehi! Ho iniziato la mia storia con Tizio, finalmente."
I primi momenti assieme. L'orologio segna il Primo Quarto.
Tutto appare meraviglioso, l'entusiasmo è incontenibile, la voglia di fare/disfare/ricostruire raggiunge apici notevoli.
"Non ti dico, spaccherei l'universo intero. Sono motivata a stare meglio con me stessa; non sarei andata avanti ancora molto se non avessi preso in mano la mia quotidianità."
"Non ti dico, insieme spaccheremo l'universo intero. Alla faccia di chi non ha creduto in noi; l'unione-fa-la-forza."
I secondi momenti assieme. L'orologio segna la Mezza.
Tutto appare ridimensionato, più nitido e reale. La meraviglia lascia spazio a ponderati fini comuni, obiettivi concreti, visioni condivise. La meta invoglia all'arrivo che, iniquo, ti saluta beffardo da laggiù.
"Il cammino è meno semplice di quanto credessi. Forse sto sacrificandomi troppo; ok per dolci e carboidrati da ridurre, vada anche per gli ipocalorici spuntini, ma... Lasciatemi qualche giorno di tregua!"
"Il cammino è meno semplice di quanto credessimo. Forse abbiamo accelerato un poco i tempi; ok per il vedersi spesso, vada anche per la riduzione delle ore dedicate agli amici, ma... Concediamoci qualche giorno di lontananza!"
L'impasse. L'orologio segna il Secondo Quarto.
L'impegno costante inizia a vacillare ed affiorano i primi sintomi di stanchezza. La routine attanaglia, impedendo la comprensione del perché ci si sia posti obiettivi tanto profondi.
"Sono sfiancata. Non ho più perso un decimo di chilo, nonostante io abbia drasticamente ridotto l'impossibile. La dieta costruita su misura per me non ha funzionato come avrebbe dovuto ed ora sono solo domande irrisolte."
"Siamo sfiancati. Di tutti i progetti, forse qualcuno ci ha visto protagonisti, nonostante gli sforzi. Ci siamo costruiti una storia, nostra perché su misura per noi, eppure non ha funzionato come avrebbe dovuto. Scambiamoci le domande irrisolte."
L'epilogo. L'orologio segna la Mezzanotte.
E' una nuova mattina. Il principio di un cambiamento importante.
"Ho avuto modo di riflettere, in questo periodo. Allontanarmi dalle restrizioni m'ha fornito nuova energia per cercare metodi alternativi al bisogno che ho di stare bene con me stessa. Forse, ho preso in mano la mia quotidianità dalla parte sbagliata ma, dopo tutto, è bagaglio."
"Abbiamo avuto modo di riflettere, in questo periodo. Allontanarci dalle pressioni reciproche ha fornito nuovi ossigeno e lucidità per capire che le unioni imperfette non costruiscono forze, bensì debolezze. Ci lasciamo risolti, è stato bello."
E' una nuova mattina, il principio di un cambiamento importante.
" Ehi! Ho iniziato la dieta, finalmente."
"Ehi! Ho iniziato la mia storia con Tizio, finalmente."
I primi momenti assieme. L'orologio segna il Primo Quarto.
Tutto appare meraviglioso, l'entusiasmo è incontenibile, la voglia di fare/disfare/ricostruire raggiunge apici notevoli.
"Non ti dico, spaccherei l'universo intero. Sono motivata a stare meglio con me stessa; non sarei andata avanti ancora molto se non avessi preso in mano la mia quotidianità."
"Non ti dico, insieme spaccheremo l'universo intero. Alla faccia di chi non ha creduto in noi; l'unione-fa-la-forza."
I secondi momenti assieme. L'orologio segna la Mezza.
Tutto appare ridimensionato, più nitido e reale. La meraviglia lascia spazio a ponderati fini comuni, obiettivi concreti, visioni condivise. La meta invoglia all'arrivo che, iniquo, ti saluta beffardo da laggiù.
"Il cammino è meno semplice di quanto credessi. Forse sto sacrificandomi troppo; ok per dolci e carboidrati da ridurre, vada anche per gli ipocalorici spuntini, ma... Lasciatemi qualche giorno di tregua!"
"Il cammino è meno semplice di quanto credessimo. Forse abbiamo accelerato un poco i tempi; ok per il vedersi spesso, vada anche per la riduzione delle ore dedicate agli amici, ma... Concediamoci qualche giorno di lontananza!"
L'impasse. L'orologio segna il Secondo Quarto.
L'impegno costante inizia a vacillare ed affiorano i primi sintomi di stanchezza. La routine attanaglia, impedendo la comprensione del perché ci si sia posti obiettivi tanto profondi.
"Sono sfiancata. Non ho più perso un decimo di chilo, nonostante io abbia drasticamente ridotto l'impossibile. La dieta costruita su misura per me non ha funzionato come avrebbe dovuto ed ora sono solo domande irrisolte."
"Siamo sfiancati. Di tutti i progetti, forse qualcuno ci ha visto protagonisti, nonostante gli sforzi. Ci siamo costruiti una storia, nostra perché su misura per noi, eppure non ha funzionato come avrebbe dovuto. Scambiamoci le domande irrisolte."
L'epilogo. L'orologio segna la Mezzanotte.
E' una nuova mattina. Il principio di un cambiamento importante.
"Ho avuto modo di riflettere, in questo periodo. Allontanarmi dalle restrizioni m'ha fornito nuova energia per cercare metodi alternativi al bisogno che ho di stare bene con me stessa. Forse, ho preso in mano la mia quotidianità dalla parte sbagliata ma, dopo tutto, è bagaglio."
"Abbiamo avuto modo di riflettere, in questo periodo. Allontanarci dalle pressioni reciproche ha fornito nuovi ossigeno e lucidità per capire che le unioni imperfette non costruiscono forze, bensì debolezze. Ci lasciamo risolti, è stato bello."
Il cerchio tende a chiudersi, ogni volta. Nel caso restasse aperto, consiglio di contattare la ditta di fabbricazione.
giovedì 6 giugno 2013
Maturare nel trauma.
Uno dei core concept della psicologia clinica, ma non solo, è il concetto di "trauma". Se ne possono dare di diverse definizioni anche se l'impostazione janetiana è forse quella che va per la maggiore. Il trauma psicologico sarebbe quell'evento che, date le sue caratteristiche di pervasività e carica emozionale negativa, non riesce a venire integrato nell'esperienza mentale pregressa dell'individuo il quale, nel peggiore dei casi, rimane separato, "dissociato". Costituisce pertanto una minaccia, nei termini di un fattore che può intaccare in modo diretto la compiutezza del sistema psichico, di per sé coeso e stabile. Parlare in modo oggettivo nel tentativo di descrivere quali possano essere i significa e le sfaccettature del trauma non è semplice; specialmente in virtù del fatto che ogni persona è i propri traumi.
Di esempi ne è piena la letteratura; chiunque s'interessi di psicologia deve sbatterci il naso, prima o poi. Le interpretazioni si accavallano, a volte completandosi, altre demolendosi. Per esempio, sappiamo cosa fare ma non come procedere: "Il trauma va rielaborato". Sì, ma come? Parlandone fra me e me? Condividendolo con un estraneo? Vomitandolo in bocca al mio amico più caro? Sperando che transiti nel dimenticatoio, sospinto dal tempo? Ancora, sappiamo cosa non fare ma sembra che si padroneggino tutte le strategie che lì riescano a condurre: "Non ricercare l'esperienza soggettiva che conferisce significato al trauma nell'evento in sé." Eppure, eccoci subito pronti ad additare gli antecedenti, le persone che ne crediamo gli artefici, il dio che non ci ha protetti, noi stessi poiché inetti, immeritevoli di tranquillità, non autentici.
Tuttavia, non è così caotico l'orizzonte. Per esempio, esiste un ampio consenso rispetto all'affermazione secondo cui "la mancata condivisione, sia reale che soltanto evocata, probabilmente non consente all'individuo di costruire un insieme di significati inseriti in un continuum narrativo [...] favorendo costrutti <<instabili>> o <<rigidi>> (Intreccialagli, 2005). Nessun riferimento concreto, anzi. A mio avviso, però, l'autore ci dona un dettaglio preziosissimo perché consiglia una condivisione che non sia necessariamente in termini di realtà. Integrare l'evento traumatico all'interno del racconto autobiografico permette la progressione della storia stessa e, di conseguenza, la maturazione del protagonista.
Di esempi ne è piena la letteratura; chiunque s'interessi di psicologia deve sbatterci il naso, prima o poi. Le interpretazioni si accavallano, a volte completandosi, altre demolendosi. Per esempio, sappiamo cosa fare ma non come procedere: "Il trauma va rielaborato". Sì, ma come? Parlandone fra me e me? Condividendolo con un estraneo? Vomitandolo in bocca al mio amico più caro? Sperando che transiti nel dimenticatoio, sospinto dal tempo? Ancora, sappiamo cosa non fare ma sembra che si padroneggino tutte le strategie che lì riescano a condurre: "Non ricercare l'esperienza soggettiva che conferisce significato al trauma nell'evento in sé." Eppure, eccoci subito pronti ad additare gli antecedenti, le persone che ne crediamo gli artefici, il dio che non ci ha protetti, noi stessi poiché inetti, immeritevoli di tranquillità, non autentici.
Tuttavia, non è così caotico l'orizzonte. Per esempio, esiste un ampio consenso rispetto all'affermazione secondo cui "la mancata condivisione, sia reale che soltanto evocata, probabilmente non consente all'individuo di costruire un insieme di significati inseriti in un continuum narrativo [...] favorendo costrutti <<instabili>> o <<rigidi>> (Intreccialagli, 2005). Nessun riferimento concreto, anzi. A mio avviso, però, l'autore ci dona un dettaglio preziosissimo perché consiglia una condivisione che non sia necessariamente in termini di realtà. Integrare l'evento traumatico all'interno del racconto autobiografico permette la progressione della storia stessa e, di conseguenza, la maturazione del protagonista.
Nel costruire un edificio, può capitare di essere provvisti sia di mattoncini buoni che di mattoncini meno buoni. Per questo, è possibile colpevolizzarsi solo per la scelta del fornitore, non di certo per il materiale ricevuto. Le persone, in quanto costruttori attivi, hanno il pieno potere decisionale e possono scegliere di utilizzare o meno i mattoncini di materiale più scadente. Sono inoltre consapevoli di quanto sarà difficile riuscire ad integrare in un tutto armonico gli elementi discordanti, ma ciò non è detto che porti a desistere. Perché le persone desiderano solo che le proprie opere abbiano un significato particolare, indipendentemente dalla mole di risorse investiteci.I traumi non rendono più vulnerabili; se metabolizzati, infatti, possono contare sul sostegno dei punti di forza (i "mattoncini buoni"), della nostra personalità.
martedì 4 giugno 2013
Sulle tracce di Piedino Nero.
Chi è PN. PN è un maialino con una macchietta nera sulla zampa sinistra. L'ambito, ovviamente, non è campagnolo, bensì testistico: capita spesso, in fase di valutazione psicologica, che lo specialista utilizzi alcuni test con l'obiettivo di sondare in maniera più completa ed esaustiva la personalità, nonché il quadro sintomatologico dell'individuo che gli siede dinanzi. Ve ne sono di diverse tipologie, da quelli d'intelligenza a quelli di sviluppo; nel caso di Piedino Nero ci immergiamo nello sfumato panorama dei test proiettivi. Sfumato perché per interpretare le risposte ricevute a poco servono i criteri di standardizzazione, mere cornici entro cui strutturare gli elementi iniziali dell'assessment. Nel proiettivo, le caratteristiche psicometriche si colorano di fragilità e lo psicologo non può contare su manuali che definiscano in dettaglio i criteri esplicativi che possano applicarsi senza distinzioni. In mani poco esperte, è molto facile incorrere nel rischio di "proiettare tanto quanto i nostri pazienti", con il risultato di inficiare i già sensibili dati raccolti. Tuttavia, per chi è figlio di un approccio alla terapia psicodinamicamente orientato, sembra imprescindibile l'utilizzo di tecniche come queste poiché consentirebbero di portare alla luce i contenuti di matrice freudiana tanto esasperati, ovvero le istanze psichiche, le fasi di sviluppo psicosessuale i conflitti e le angosce. Eppure, riesce difficile il potersi fidare di questi test, specialmente nella misura in cui "gli stimoli da essi proposti sono costituiti proprio per cercare di evidenziare questi elementi" (Lis, 1993).
La proiezione è un'arma pericolosa, non c'è che dire.
E' come dire: immaginiamo di trovarci in una stanza con al centro un frigorifero vuoto, un fornello e poche stoviglie. Abbiamo una gran fame e ci è consentito di andare a far compere un'unica volta. Prima di uscire, quindi, è necessario decidere cosa cucinare, pianificando la lista degli ingredienti. Nel caso optassi per una pasta al pesto, compererei una bottiglia d'acqua, del sale grosso, un pacco di pasta ed un vasetto di pesto. Così accessoriata, non posso che preparare ciò che ho deciso a priori.Cosa significa, a mio parere? Significa che se mi pongo un obiettivo (evidenziare un particolare costrutto psicologico o preparare uno specifico piatto) mi devo attrezzare per ottenere quel risultato e nessun altro (rilevare un tratto di nevroticismo o addentare una pennetta con il pesto). Da ciò consegue che caricherò il processo di costruzione (la strutturazione del test o la preparazione degli ingredienti) di aspettative e lì farò convergere tutti i miei sforzi, facendo in modo che i miei prodotti (il test completo o il piatto finito) soddisfino in pieno i punti da cui sono partito.
La proiezione è un'arma pericolosa, non c'è che dire.
Ho scelto Piedino Nero, un test proiettivo tematico per bambini dai 4 ai 12 anni, non tanto per definirne i dettagli formali, bensì perché è uno dei test che mi ha lasciato con più interrogativi aperti. Ad ognuna delle diciassette tavole viene attribuito un nome ed associato un tema specifico che, a seconda della personalità del bambino, può essere o meno accettato. La richiesta è quella di scegliere le tavole che più interessano e di costruirne una storia, le avventure di PN e della sua famiglia. Ad una prima analisi, le tavole selezionate esprimerebbero i contenuti "sinceri", ossia quelli che non sono oggetto di censura, mentre quelle scartate esprimerebbero i contenuti "mascherati", ossia le tendenze represse ed assoggettate alla censura. Attraverso un gioco di sintesi, preferenze, identificazioni ed un'inchiesta finale, tutte le istanze della personalità verrebbero invogliate a reagire alla situazione target, in modo tale vengano alla luce i contenuti relativi per esempio alla colpa, alla rivalità fraterna, alla dipendenza dalle figure di riferimento, all'aggressività.
Non voglio rinnegare il mio passato; ho subìto per molto tempo il fascino dell'impalcatura psicoanalitica ortodossa. Tuttavia, non sento più di appartenere a quest'universo, difeso anche a costo di sacrificare ogni barlume di criticismo e senso della realtà.
Soffro di un male raro, che spaventa; sono malata di flessibilità e ciò mi costringe ad accettare l'eventualità di ponderati cambiamenti di fronte.
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