venerdì 6 dicembre 2013

Missione Neutralità.

Se c'è un qualcosa che amo, nel quotidiano, è sapere che chiunque possa fare affidamento su di me. Un supporto mediante vicinanza mentale, s'intende, quel tipo di empatia equamente ripartita tra la compartecipazione percepita dall'esterno ed il distacco necessario sostenuto dall'interno. Uno stile d'orientamento al mondo di non semplice gestione, a causa di una tra le più ostili variabili che possano influenzare un giudizio neutrale: il coinvolgimento emotivo, quello pervasivo e fuori controllo.
Capita spesso che mi venga fatta notare una mancanza di spensieratezza e spontaneità all'interno delle relazioni umane, quel "lasciarsi andare" tanto osannato che piace alle nuove generazioni. Consapevole del gap, non posso che proporne un'interpretazione, un'idea che possa arricchiersi di nuovi tasselli ogniqualvolta una persona mi dia modo di ragionarci, osservandola dalle più svariate prospettive.
Per formazione, sono portata a coltivare la peculiarità che governa un individuo che si appresti alla pratica della psicoterapia. I manuali, nonché la vita professionale, ti richiedono di comprendere senza mai invadere il territorio del giudicare, di essere empatico ma allo stesso tempo imparziale, immancabilmente presente ma poco esposto, aperto all'ascolto ma con un orecchio rivolto alla tua individualità. Viene chiesto, in soldoni, di sapersi dosare. O come adoro pensarla io, di ridimensionarsi in funzione dell'unicità altrui. Ed è complesso, a volte persino frustrante e sminuente, perché porta a domandarti cosa rimarrà di ciò che sei se sistematicamente ti comprimi per lasciare posto all'altro. Se ogni tuo riconfigurarti non sarà dannoso sul lungo periodo, se avrai mai il bisogno ed il coraggio di parlare di te stesso, se le molte sfaccettature della tua persona formino, in realtà, un tutto coerente ed omogeneo. L'eventualità di dissolversi, poiché smarriti entro le più diverse sembianze, obbliga a schermarsi. E quando ciò si trasforma da uno stato transitorio ad un tratto stabile del carattere, i giochi sono bell'e che conclusi. A prescindere da chi ti siede davanti e dal problema che pone alla tua attenzione, verrà poi naturale l'esserci ed il non-esserci, contemporaneamente.
Con tutte le limitazioni del paragone, è come se fossi il secchio che raccoglie il rigurgito altrui sotto forma di parole e pensieri disfunzionali. Ma quel recipiente ci sarà solo nel caso in cui venga preparato; al contrario, il tutto si disperderà in ogni angolo, diventando invalidante. In questo eterno processo di riempimento-svuotamento, un ruolo cruciale viene svolto dal cosiddetto "pelo sullo stomaco", ovvero dall'attitudine a resistere alle peggiori esperienze possibili. Ancora, è utile pensare che nella pratica psicoterapica possa intervenire un qualche fenomeno di lieve discontinuità della coscienza, questo funzionale a creare una barriera tra sé e l'esterno. "Dissociarsi" non sempre è patologizzante; talvolta, infatti, può contribuire ad una sana difesa dell'organismo pensante. Per esempio, nei casi di numbing emozionale si esperisce una sorta di ottundimento emotivo che protegge dalla stimolazione esterna, consentendo alcuni comportamenti semi-automatici, nonché provocando un'accelerazione dei processi mentali.
Può sembrare che io sia assorta e non particolarmente presente, concordo, ma non bisogna però dimenticare cosa implichi, da parte mia, il pieno affondo in una dimensione che non mi appartiene. D'altro canto, questo non avviene indistintamente bensì in misura più o meno intensa a seconda dell'interlocutore. Perché se un amico racconta di sé, per quanto ci si sforzi di schiacciare il coinvolgimento emozionale sotto le suole delle scarpe, il risultato sarà sì buono eppure mai sufficiente. Per esempio, a volte capita mi accorga di essere troppo "dentro", altre invece di non "starci" affatto. Soprattutto a posteriori, quando ripenso alle dinamiche delle conversazioni avute.
Con le persone che ami è sempre tutto più difficile, per infinite motivazioni. Per le aspettative che hanno nei tuoi confronti, per l'investimento fatto, perché più sanno e più riescono comunque a fraintendere, per la volontà di ricambiare, per il timore tu ti possa allontanare, e via così. Vivi le relazioni con la consapevolezza che la neutralità che ti riempie e sostiene potrebbe essere meravigliosa, ma che tuttavia potrebbe anche concorrere a sfasciare l'intero rapporto. Ciò nonostante, non puoi che limitarti a dire che questo sia il pedaggio per accedere alla propensione mentale che incanala a diventare un buon professionista. L'incertezza delle mie stabilità in cambio del desiderio che induce l'altra persona a rendermi partecipe della propria vita. Poi beh, la convinzione che le persone ti cerchino solo "quando ne hanno bisogno" non sempre credo sia così negativa, anzi; semplicemente, andrebbe compresa. Le persone non cercano uno psicologo nel momento del bisogno, figurarsi in quello del non-bisogno.


Desidererei chiudere con un aneddoto. Lunedì ero in caffetteria, in università. Mi si avvicina il tecnico che gestisce la manutenzione delle macchinette e, tra una parola e l'altra, mi chiede: "Greta, può una persona che ci abbandona nei momenti brutti meritare di starci vicino in quelli belli? Perché quando le situazioni diventano un po' meno magia e cose meravigliose ti lasciano da solo?" Che dire, ho percepito tanta di quella sofferenza che se avessi potuto incidere l'atmosfera con una lama questa avrebbe pianto dispiacere e sconforto a non finire.
Davvero. Non c'è un momento peggiore di quello in cui vorresti pensare a qualcosa da dire, ma realizzi di non aver tempo a disposizione per farlo.

lunedì 2 dicembre 2013

Elettra mia, bimba adorata.

[…]

La cicala sull'albero è muta,
s'è svegliata l'intera borgata,
tutti sentono la serenata
che papà sta cantando per te.
L’acqua del fiume arriva dal mare,
se la mia voce ti arriva lassù,
papà stasera ti chiede scusa
se non t'ha dato qualcosa di più.

[…]

(Musiani, E. – Lauretta mia)

Non è la prima volta che cito la mitologia greca; in questo caso, il riferimento vola ad Elettra, figlia di Agamennone e Clitennestra. Il mito racconta che Clitennestra, invaghitasi del giovane Egisto, istigò quest’ultimo a macchiarsi di omicidio, contribuendo lei stessa all’uccisione di Agamennone. Elettra, turbata e sconvolta per la morte del padre, convinse Oreste, uno dei suoi tre fratelli, a vendicare l’affronto subito, ripagando la madre con la stessa moneta. La missione venne scortata anche da Pilade, figlio di Anassibia sorella di Agamennone, il quale venne infine sposato da Elettra.
Il mito fu ripreso da Freud cosicché servisse d’analogo al più celebre mito dell’Edipo re e, da qui, il "complesso di Elettra", secondo Jung definibile come il desiderio della bambina di 3–6 anni di impossessarsi del pene di cui si sente mancante, entrando così in competizione con la madre sia per averla concepita senza pene sia perché è l'ostacolo che si interpone tra lei ed il padre, suo obiettivo sessuale principale.
Areno temporaneamente l’argomentazione e riporto qualche aneddoto di matrice autobiografica.

Non sono un maschiaccio, ma.
All’asilo ero la bulletta dei Grandi; sotto il grembiulino mai che avessi una gonnella. Possedevo un Cicciobello a cui ho fatto patire le pene dell’inferno; una Barbie sottomessa al volere di Ken, Goku, Action Man ed all’amante biondo delle Bratz. Il primo bacetto lo diedi ad un tale di nome Mattia che, badare, avevo finito d’insultare un attimo prima. Avevo per amiche–seguaci due gemelline dai capelli d’oro a caschetto ed un’orda di bambini che si compiacevano di compiacermi.
Alle elementari rincorrevo maschi e femmine indistintamente; ho perso il conto degli spintoni dati e ricevuti. Amavo il Milan, collezionavo personaggi Dragon Ball, macchinine e mattoncini LEGO; giocavo a GTA, Mortal Kombat e Gran Turismo, avevo il pallone sempre appiccicato ai piedi, odiavo le femminucce che andavano a cucito all’oratorio o che galleggiavano nell’aria dopo aver saltato la cavallina. Io, l’oratorio, lo raggiungevo unicamente per i videogiochi, il campetto di calcio e lo scivolo in mezzo alla fanghiglia. Sparavo all’Ultimo con la scacciacani e mi piacevano micce, micette, razzi e razzetti. Sognavo di essere un personaggio dei cartoni animati e d’insinuarmi così nel cuore della mia maestra prediletta. Avevo molte amiche che si sbalordivano che preferissi coltivarmi degli amici. Iniziai a ricevere frasi in sospeso e corteggiamenti ancor meno che taciti; un doppio lavoro interpretativo già dal principio. Per tutti ero “La Bara” e quando “La Bara” arrivava minacciosa con lo sguardo rivolto nella tua direzione, allora sì che potevi considerarti nei pasticci. Ho sempre desiderato far controllare i livelli testosteronici del mio organismo, in realtà. Disegnavo e scrivevo senza sosta; forse, le uniche due dimensioni in cui mi ricongiungevo con la porzione più sensibile della mia personalità in costruzione.
Alle medie capii cosa si esperisce in un corpo ed una mente di adolescente femmina; questo, unitamente al fatto di aver tastato con mano quali fattori venissero implicati nella condizione di potere alla forza psico–fisica che soggioga i più deboli. Dall’indifferenza nutrita per le fanciulle alla loro animosa difesa, dall’abbattimento delle barriere donna–uomo al desiderio di riappropriazione della propria condizione biologica.

Ad un attento esame (e se mi limitassi alle bislacche spiegazioni psicoanalitiche) dovrei prendere atto che provassi una tale invidia del pene, da:
  • amare alla follia mio padre; oggetto sessuale non unicamente finalizzato al piacere;
  • odiare alla pazzia mia madre; colpevole di avermi creata senza pene;
  • calcolare le modalità e le tempistiche per appropriarmi del pene di mio padre al fine di copulare con mia madre (la meta principe della pulsione sessuale naturale), nonostante la detestassi poiché rivale per il possesso del pene di mio padre.
Ora, tutto ciò conduce a dire che io bambina, frustrata dalla constatazione di non possedere il pene, abbia voluto emulare la condizione maschile impossessandomi di comportamenti ed atteggiamenti tipici "della categoria". Che poi s’incunea un dubbio: se possiedo mamma con un pene che non è quello di papà, è da considerarsi adulterio? Oppure va bene uguale poiché “è l’intenzione quella che conta”? Se non fosse un ragionamento circolare, forse reggerebbe anche.
Conoscere per abbattere, dicono.

giovedì 28 novembre 2013

Rimani seduta.

In anticipo, chiedo scusa. Il contenuto di questo articolo, infatti, esula un po' dagli argomenti che mi sono ripromessa di trattare, nel blog. Eppure, non posso fare a meno di scrivere perché ho una tale inquietudine interiore che sono certa mi farà esplodere se non la rielaboro in qualche modo.

Accadde in un bel giorno di novembre, il 18, la creazione di una pagina spas-so-sis-si-ma sull'arcinoto facebook. Il titolo? "L'arte di essere cagna". Nelle informazioni, giusto per metter le mani avanti, viene riportato: "Il nome della pagina è scherzoso e non vuole offendere nessuno. Unisciti a noi per le migliori foto... Buon divertimento!"
Premessa: tutto sono fuorché la bacchettona moralista di turno. Commenti sul dubbio vestire di alcune donne dall'apparenza promiscue scappano anche a me, così come sorrisi d'intesa con le amiche alla vista di un fondoschiena femminile un po' troppo esposto. Ma qui si giace su tutt'altro piano. Il sito espone carne da macello costellata con frasi del tipo "secondo voi è cagna?" oppure "cagnona" oppure ancora "è abbastanza cagna per i vostri gusti?". Mi destabilizza maggiormente, poi, constatare come ai centocinquantamila iscritti appartengano molte, moltissime donne. Direte voi, donne che si sanno prendere sul ridere! Perché, diciamocelo, ciò di cui veniamo accusate è la mancanza di senso dell'umorismo, quella bestia rara che permette di fare due sghignazzate in compagnia, giusto? Un'ironia tinteggiata di squallore che non vogliamo tollerare, no? Poi stupida io, perché più parli in chiave negativa di una questione e più le dai risonanza; come la sessualità per i cattolici, insomma. Mi dico anche che si tratta di un'innocua moda temporanea destinata a dissolversi quanto prima, come molte delle pagine sui generis. Mai finirò di ripetere alla mia consapevolezza che l'individuo si modella a seconda delle circostanze e che un social nulla può contro la concretezza del vivere. Eppure, non sempre è così e sono molti i casi di gente che c'ha rimesso la faccia per aver concesso un'eccessiva confidenza alla rete.
...
Wow, mi aggiorno in tempo reale. Il giorno 20 di novembre è stata addirittura creata una comunità virtuale dall'omonimo titolo! Nelle informazioni, questa volta, viene svelato senza mezze misure che "Le cagne più in calore sono qui." Peccato conti solo quarantaseimila iscritti ma, non temete, è solo questione di tempo. Abbiamo anche un "La fabbrica della gnocca cagna", ottimo. Sembra che l'analogia sia molto gettonata. Evitiamo poi di sottolineare quante volte venga utilizzata come commento alle più disparate immagini si trovino nel web, perché un "bau bau" non guasta mai, soprattutto se contenuto in una nuvoletta di dialogo che esce dalla bocca di una ragazza.
Ora, a me hanno sempre insegnato come la sana ironia necessiti di circoscrizione; contrariamente, sono parole sconclusionate e di massa, reiterate senza il benché minimo barlume dei tempi e dei modi. Se cento persone sostengono l'argomentazione x, ciò non vuol dire essa sia vera. E' uno dei più antichi bias di ragionamento, suvvia, ed ha l'età dell'universo intero! Emulare l'ironia, quella effettiva e studiata ad hoc, non ti rende brillante bensì unicamente succube del conformismo più bieco possa esistere. Dopo il sorriso o la risata sguaiata che strappano alcuni commenti tutti uguali a loro stessi, cosa rimane? La certezza che appartieni ad un pensiero condiviso? Forse. La sicurezza che in giro ci siano altri che viaggiano sulla tua lunghezza d'onda? Probabile.
Ma il dubbio che tu sia uno tra i tanti, un anonimo, non ti stuzzica l'ego?

martedì 26 novembre 2013

La malattia del pensare.

«Quando non so cosa fare, rifletto.»
«Quando non so più cosa fare, rifletto.»
«Quando rifletto, non so più cosa fare.»

Tre affermazioni separate da un abisso.

Nel primo caso, il tipico esempio dell'istintivo: prima si agisce e successivamente si considerano gli antecedenti e le conseguenze. Lo spazio concesso alla componente verbale razionale è ridotto ai semplici titoli di coda perché ciò che conta sono le scene appena terminate.

Nel secondo caso, il tipico esempio del rassegnato: si provano tutte, alcune per dovizia di particolari si ritestano, ma i risultati lasciano un po' il tempo che trovano. Come ultimo appiglio, addentare un frutto, seppur acerbo, del pensiero. Legherà lievemente in bocca, ma è sempre meglio che morire per fame di risposte.

Nel terzo caso, il tipico esempio del rimuginatore: e qui la questione si complica.

Il rimuginio rappresenta una tipologia particolare del pensare caratterizzata da una sovrabbondanza di pensiero verbale con polarità negativa, evitamento cognitivo ed inibizione della processazione emotiva (Borkovec, 1998). Detto in altri termini:
  • dal punto di vista quantitativo, il tempo che dedico a congetturare l'eventualità di esperienze future negative è pervasivo: una tendenza a previsioni catastrofiche che conduce, per esempio, al considerare sistematicamente l'ipotesi peggiore contenuta in un ampio spettro di possibilità; 
  • sfrutto una modalità di conoscenza basata sull'estraniazione: interna, quando non avverto emozioni e pensieri se non sotto forma di malessere, esterna laddove escludo qualsiasi verifica rispetto alle mie convinzioni;
  • il mio disimpegno dal materiale emozionalmente carico ha una massiva influenza sulle risposte fisiologiche prodotte dalla divisione simpatica del sistema nervoso autonomo: tale gestione razionale delle emozioni sgradevoli, pertanto, mi tutela dall'ansia.
Da ciò risulta in qual misura il rimuginare possa determinare alcuni stati maladattativi in cui l'inibizione di emozioni spiacevoli è la miglior complice nel persistere delle emozioni stesse, nonché lasciapassare per viziosi processi psicopatogeni di mantenimento. 
Viene da chiedersi allora, date le inevitabili conseguenze, perché il rimuginio venga impiegato come utile strategia d'approccio al contesto interno ed esterno dell'individuo che ne fa uso. Tradizionalmente, il riferimento si distingue se vengono considerati scopi sul breve oppure sul lungo periodo. Alla prima categoria appartengono i casi di rasserenamento transitorio, nei quali il rimuginio riesce ad attutire il tanto temuto impatto distruttivo originatosi dall'attivazione neuropsichica delle emozioni negative. La convinzione è che «più ci penso e meno mi angustio». Per contro, alla seconda categoria appartengono i casi in cui ti convinci che è grazie al rimuginare se risolvi uno dei tanti problemi che ti attanagliano, un'illusoria strategia di problem solving, poiché l'elaborazione di piani d'azione efficaci viene ostacolata dalla mancanza di un anche minimo grado di concretezza nell'elaborazione mentale dell'informazione. A volte, poi, ad una soluzione ci si arriva ma sarebbe meglio se se ne diffidasse: per la maggiore, infatti, si riscontrerà essere sbagliata. Ancora, sul lungo periodo il rimuginio aiuta, se così si può dire, a distrarsi da previsioni ostili; alcuni studi, per esempio, dimostrano come uno "worrier"* abbia "una rete di associazioni di eventi previsti negativi molto più ricca dei "non-worrier" (Vasey e Borkovec, 1992). Questo implica che il pensare in chiave negativa estenda, di volta in volta, il sistema associativo che accorpa le convinzioni disadattive di cui è schiavo il rimuginatore. Un terzo scopo si riconduce, se vogliamo, ad una funzione cara all'ansia psicogena, ossia all'anticipazione. In questo caso, l'individuo non cerca soluzioni pratiche ai suoi guai bensì allestisce uno "scudo emozionale" con l'obiettivo di prepararsi al peggio. La convinzione è che «pensare non mi aiuta a risolvere i problemi ma, laddove arrivassero, farà in modo che io possa sopportarli meglio».
Rimuginare arena in una posizione di stallo e procrastinazione perenne, sostituisce le normali strategie di risoluzione delle difficoltà e blocca l'accesso ad alternative percorribili rispetto agli scopi che è intenzione dell'individuo preservare. Rende vana la propensione (funzionale) a previsioni catastrofiche poiché induce alla contemplazione del "carattere terrifico" di una data situazione, impedendo la strutturazione di scenari entro cui questa potrebbe essere elaborata, di certo, in maniera più costruttiva.

* worrier: termine inglese che traduce l'italiano "rimuginatore". Da "worry", letteralmente "preoccupazione": tiene conto di una lieve sfumatura di significato, facendo riferimento alla componente emozionale del rimuginio.

giovedì 14 novembre 2013

Sfizi psicoterapici.

Sono settimane che non scrivo sul blog e, di ciò, me ne dispiaccio. Vuoi per l'inizio della preparazione universitaria in prospettiva di sessione, vuoi per l'attanagliante vita sociale, trovo sempre meno tempo da regalare alle mie riflessioni "pompate" circa tematiche cliniche e psicologiche che tanto m'affascinano. Oltre a questo s'unisce il fatto stia convogliando parte delle mie energia mentale e fantasia nella stesura d'un progetto di più ampio respiro: il tentativo di scrivere un libro.
Devo esser sincera, il termine "libro" mi spaventa ed al contempo elettrizza; pensare anche solo di poter soffiar vita all'interno di quattro pagine stampate è un qualcosa di meraviglioso. Anche per tale motivo, mi percepisco leggermente all'asciutto, un poco a secco d'idee. Inoltre, il mero spunto non è mai sufficiente alla stesura di un articolo, per breve e striminzito che sia, bensì richiede di tenersi aggiornati e, quindi (rientrando nel punto di criticità), d'avere tempo da spendere.
Questa mattina, però, sento di poter produrre una considerazione che, per quanto poco impegnativa possa essere, fiorisce da recenti aneddoti di vita quotidiana. Perché, diciamocelo, quando succubi delle medesime esperienze, due sole spiegazioni si configurano. O sperimenti un qualche scherzuccio della memoria, non so, come per es., flashback vividi, déjà vu e ricordi ricorrenti oppure l'altro (un altro generico) ti ripete sistematicamente le stesse cose.

Quando mi chiedono di cosa mi occupi, nella vita, due sono le strade che amo percorrere. Se la persona dinnanzi a me mostra un briciolo d'interesse rispondo in maniera estesa, della serie "studio scienze cognitive, un neonato ed interdisciplinare ramo di psicologia sperimentale". Laddove, per contro, la richiesta sia meramente contestuale replico cercando d'accrescere il nullo coinvolgimento manifestatomi, sulla scia di un "studio il cervello" (piccola variante sul tema che, sincera, suscita sempre un minimo sguardo interrogativo). Di rimando, il 90% delle volte mi preparo al guizzo di genio del personaggio che transita sul mio cammino: "Sarei un caso perfetto per te."
Boom, un altro da mettere in lista.
...
Ad oggi, se dovessi conteggiare le volenterose cavie che mi si sono presentate (e se già fossi abilitata alla professione), sarei milionaria ed in carriera, senza un attimo di tempo da dedicare al bricolage. Perché se ti vengo a raccontare che mi dedico alla comprensione della mente, tu, da buon interlocutore, non puoi che reagire mettendo sul ridere la tua condizione e quindi tentando di creare una barriera che ti separi da quel misterioso personaggio che potrebbe carpirti chissà quali segreti, se solo lo desiderasse. Generalmente, infatti, circola un'idea prototipica dell'individuo che categorizza ed interpreta i disagi mentali, a prescindere dall'applicare o meno tali considerazioni in sede d'analisi oppure per mero fine di ricerca: l'idea è che lo psicologo riesca a leggere il pensiero, e ciò, rigorosamente "da dietro", ossia dando la schiena al paziente che, nel mentre, racconta mestamente di sé e del mondo che lo attornia, per nulla comprendendo la condizione che lo frustra. Il solo fatto il termine "strizzacervelli" sia incluso nei dizionari di lingua italiana, e pertanto legittimato, fa ben comprendere la misura delle ingenue concezioni che dilagano. Io poi ne faccio questione personale; non concepisco che un profano sappia distinguere per funzionalità e specializzazione un otorino da un nefrologo, ma che scivoli in modo tragico quando chiedi lui di scegliere tra uno psicoanalista ed un cognitivista. Forse, mi dico, la difficoltà risiede nel discriminare tra due figure che, tendenzialmente, trattano disturbi identici benché ne diano interpretazioni e soluzioni molto diverse tra loro. Di comune, spesso, manco la denominazione delle medesime patologie! Questo guazzabuglio complica il quadro, non c'è che dire, ma la giustificazione non copre la vastità del problema.
Anche se mi convinco mai avrò bisogno di andare dal dentista, capiterà io possa averne necessità e sarò obbligato a curarmi. Anche se mi convinco mai avrò bisogno di andare dallo psicologo, capiterà io possa averne necessità e mi obbligherò a non curarmi.
La questione è delicata. E fastidiosa, a dirla proprio tutta. In aggiunta, non credo poi sia un problema di semplice scetticismo, bensì di convinto rifiuto; misconosco poiché temo. Una veterana, tra le strategie autodifensive. Da lato opposto, c'è chi invece considera l'andare da uno specialista alla stregua di una moda transitoria e per i pochi che se lo possono permettere. Distinguiamo. A questa categoria appartiene chi pretende "lo psicoanalista" perché si pensa l'unico in grado di svelare i più reconditi misteri dell'interiorità individuale. Che importa poi se s'instauri l'eventualità alla luce vengano portati vissuti inesistenti... Intanto, io ci vado! Di cosa sto parlando? Di sindrome da falsi ricordi, naturalmente. Non che sia prerogativa dei soli psicologi dell'inconscio, eppure è più facile sviluppi all'interno di una relazione terapeuta-paziente tanto invasiva qual è la psicoanalisi. In soldoni, avviene che pazienti particolarmente suggestionabili vengano indotti (in modo più o meno involontario) a rievocare esperienze in realtà mai sperimentate. Ciò sulla scia di una teoria parapsicologica priva di sostegno empirico alcuno. Tipico è il caso degli abusi d'infanzia.
E qui mi fermo.

venerdì 25 ottobre 2013

Che dolori, il senso comune.

Di seguito, alcuni proverbi di matrice nazional-popolare. Tema: la pazzia. Li ho suddivisi per associazione d'idee. I completamenti sono brevi considerazioni di petto, senza troppo ragionare su significati più o meno sottesi. Il risultato? Piuttosto bislacco.
1. Pazzia-saggezza.
  • A pazzo relatore, savio ascoltatore. Perché le parole sono importanti. Ancor meglio se taciute. 
  • Non è sempre savio chi non sa esser qualche volta pazzo. Dev'essere una bella storia, la flessibilità. 
  • Pazzo per natura, savio per scrittura. Quanti ne conosci che dovrebbero il loro equilibrio alla penna?
  • Quando non dice niente, non è dal savio il pazzo differente. Azzecchiamo i momenti sbagliati per intervenire; falliamo i momenti giusti per ammutolire. 
  • Vi sono dei matti savi, e dei savi matti. E dei matti-matti ma savi-savi.
2. Paragone pazzia-fanciullezza/buffonaggine.
  • Ai pazzi ed ai fanciulli, non si deve prometter nulla. Tanti dicono anche alle donne. Immagina allora un pazzo fanciullo femmina. 
  • I matti ed i fanciulli hanno un angelo dalla loro. Ed un demone dalla nostra.
  • I pazzi e i fanciulli possono dire quello che vogliono. E' ciò che non vogliono dire quello a cui bisognerebbe prestare attenzione. 
  • Pazzi e buffoni hanno pari libertà. La non-stupidità. 
3. Definitorio.
  • Ai pazzi si dà sempre ragione. Quando non accade, tranquillo, che vengono a prendersela. 
  • Basta un matto per casa. E come ci rimane in piedi, se costituita da un unico ed incompleto mattone? Rimpiangiamo i muri di una volta. 
  • Chi nasce matto non guarisce mai. Diffidare da chi nasce, cresce e vive da guarito, poiché muore da malato. 
  • Con i matti non ci son patti. E chi te li ha chiesti!
  • Testa di pazzo non incanutisce mai. Me ne verrebbe una, ma soprassiedo.
4. Vita relazionale.
  • Alle barbe dei pazzi, il barbiere impara a radere. Per una volta, soli uomini. 
  • Loda il pazzo e fallo saltare, se non è pazzo lo farai diventare. Loda il fallo e, se lo fai saltare, pazzo lo farai diventare.
  • Un pazzo ne fa cento. Li cerco all'infuori oppure sono tutti rannicchiati nella sua mente?
5. Evitamento.
  • Chi fugge un matto, ha fatto buona giornata. Un matto ti fugge per migliorarsi il quotidiano. 
  • Chi non crede di esser matto, è matto davvero. Adesso, tutti pensano di avere qualcosa fuori posto perché va di moda. 
  • Non mettere il rasoio in mano a un pazzo. Non se chirurgo di professione, almeno.
6. Generico.
  • I pazzi crescono senza annaffiarli. Da soli, senza sole. 
  • La roba dei pazzi è la prima ad andarsene. Avevo un prezioso tanto carino, una volta. 
  • Non ci fu mai frettoloso che non fosse pazzo. Non che i ritardatari siano meglio. Sballati sono i ritmi circadiani. 
  • Non è mai gran gagliardia, senza un ramo di pazzia. In questo caso vi fa comodo, eh?
  • Non tutti i pazzi stanno al manicomio. Non tutti i sani ne stanno al di fuori. 
  • Se la pazzia fosse dolore, in ogni casa si sentirebbe stridere. Se posi l'orecchio, sentirai che sono le urla ad ottundere lo stridio. 
  • Tutti del pazzo tronco abbiamo un ramo. Le foglie come le devo considerare? Pensieri che cambiano colore e posizione a seconda delle stagioni?
7. Agire.
  • Non tutti i matti rompono i piatti. Certo che no; personalmente preferisco i bicchieri. 
  • Ogni matto fa il suo atto. A dispetto dei sani, però, privo di trucco o mascheramento. 
  • Ogni pazzo vuol dar consiglio. Contrariamente, non saremmo in coda per diventare psicoterapeuti. 
  • Pazzo è colui che bada ai fatti altrui. Da buon voyeur, poiché guardarsi non è tanto appagante. 

giovedì 17 ottobre 2013

Circuìti dalla soggezione.

Martedì 15 sono stata la cavia di un esperimento di psicofisica al CIMeC (Centro Interdipartimentale Mente/Cervello) di Rovereto. Questa non era di certo la mia prima volta, poiché sono ormai tre anni che cerco di partecipare attivamente alla ricerca scientifica, quando me ne viene data la possibilità. Non è nemmeno la prima volta che vengo sottoposta ad un esperimento che, in un modo o nell'altro, collega i colori con un qualche aspetto della realtà (per esempio, il ruolo del contrasto nella percezione di una profondità). La partecipazione odierna ha stimolato in me una riflessione che dal titolo si direbbe nulla possa centrare con il contenuto effettivo dell'esperimento. Questo è vero ed infatti non mi soffermerò di certo sugli aspetti metodologici né di contenuto di questo, bensì sul ruolo giocato dalla somministratrice nel contesto.
La maggior parte delle volte, lo sperimentatore non è l'ideatore delle ipotesi di ricerca e degli stratagemmi mediante cui testarle, bensì un tirocinante prossimo alla laurea oppure un dottorando. E' capitato raramente che mi venisse sottoposto un esperimento dal suo diretto inventore il quale, in molti casi, svolge un ruolo di supervisione sull'operato dei propri studenti). Così oggi: somminstratrice, una ragazza che avrà avuto su per giù 25 anni, probabilmente alle prese con la stesura della tesi. Accanto a lei, in laboratorio, quella che doveva essere la docente, nonché ideatrice dell'esperimento a cui dovevo partecipare. Sono stata fatta accomodare davanti al monitor ed ho firmato le scartoffie di routine per il trattamento dati e consenso informato; al che, tutto era pronto e si poteva cominciare. L'esperimento era suddiviso in 5 blocchi, ognuno dei quali prevedeva una breve introduzione (quale spiegazione al compito da svolgere) affidata alla tirocinante. Da subito, ho percepito un'aura di subordinazione che avrei potuto toccare da quanto spessa, un gap incolmabile tra studentessa e docente. Lo sguardo basso, un lieve fremito nella voce, i discorsi frastagliati, le ripetizioni e, nonostante tutto, un'impeccabile (ed autodifensiva) modalità brusca d'approccio al partecipante. Giunte al terzo blocco, la conferma. Terminati i commenti d'incipit al compito, un'occhiata che se avesse parlato avrebbe suonato: "Fa' che non abbia sparato un mucchio di insulsaggini, ti prego!". Poi la luce s'è spenta (trial somministrati al buio perché la luminosità non interferisse con lo svolgimento) e l'esperimento è stato condotto a conclusione.
Il potere psicologico della soggezione è enorme, condizione in cui ti senti avvolto da un senso opprimente di timore alla vista di una particolare persona oppure di fronte ad una situazione che t'ispira manchevolezza individuale. Percepirsi intimiditi e considerarsi non all'altezza di uno standard ritenuto non eguagliabile sono entrambi fattori che esercitano pressione sul delicato meccanismo dell'auto-efficacia.

L'associazione d'idee più scontata che mi sovviene è la modalità d'attribuzione di significato per mezzo della quale un individuo con organizzazione depressiva dà struttura (ed interpretazione) al proprio bagaglio d'esperienza. Spaccature di rapporti importanti, l'attenzione selettiva per sfaccettature negative, la tendenza a colpevolizzare se stessi oppure gli altri circa le proprie mancanze oscillando fra inadeguatezza personale ed ostilità altrui, sono tutti fattori che concorrono all'assoggettamento al reale.