lunedì 8 dicembre 2014

La soglia dell'appartenenza.

Sono contraria alla scelta d'iniziare un articolo, o un qualsivoglia scritto, con una definizione enciclopedica. Nonostante questo, l'importanza che per me riveste il concetto di appartenenza costringe le imposizioni intellettuali che mi sono posta a sciogliersi, temporaneamente. Sfrutto la versione web del Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana di Pianigiani; digito "appartenere" e ne riporto lo screenshot. Ormai siamo tecnologizzati.

Da qui, tutte le possibili espansioni ed applicazioni del termine; dall'ambito giuridico a quello di classe, dal tassonomico al geografico, dal gruppale al personale. Mi colpiscono soprattutto il "dicesi propriamente di cosa che fa capo e riferiscesi ad altra principale" ed il "Esser congiunto". Ora, al di là delle definizioni, sempre passibili di vincoli, vorrei spaziare all'interno della mia personale interpretazione del concetto di appartenenza.
Se è vero che ogni individuo, nel corso della propria esistenza, entrerà a far parte di numerose altre entità, è altresì vero che il sentimento viscerale di appartenere a tali entità non lo accompagnerà lungo l'intero percorso in modo a-selettivo e costante. Se vogliamo, l'estremizzazione concettuale del semplice "sentirsi soli in mezzo agli altri". Già il buon vecchio Maslow inseriva l'appartenenza all'interno della propria elitaria, piramidale, gerarchia dei bisogni. Non che serva, ma: alla base i bisogni fisiologici fondamentali come il nutrimento, il sesso ed il sonno; al secondo posto i bisogni di sicurezza come avere un'occupazione ed un luogo da poter chiamare casa; sul terzo gradino i bisogni di appartenenza come avere delle amicizie, essere portatori e riceventi d'amore famigliare o di coppia; sul quarto gradino i bisogni di stima come la necessità di autocontrollo e di rispetto reciproco; infine, all'apice, i bisogni di autorealizzazione come il percepirsi competenti, completi ed autoefficaci. In una parola, compiuti. Anche solo limitandoci a questa strutturazione è possibile comprendere il ruolo giocato dalla necessarietà dell'appartenenza. Intendiamoci, non basta fare-parte-di; bisogna sentirsi-parte-di. Non è un dettaglio; è il Pacifico a dividere questi due continenti.
L'esempio più classico è appartenere ad un gruppo, solitamente quello dei pari, anche se pari poi non si è mai. Si potrebbe chiamarlo gruppo dei ruoli, dal momento che l'omeostasi sembra dipendere solo da questi. Se devo portare un esempio tratto dalla mia quotidianità, da tre mesi faccio parte di un gruppo di lavoro in ambito di una breve attività di tirocinio, in università. Nonostante le sporadiche occasioni di socializzare a diretto contatto con gli altri componenti, sono stati diversi i momenti di scambio di opinioni finalizzati al raggiungimento di obiettivi comuni; caratteristiche, queste, che dovrebbero concorrere al mantenimento degli equilibri gruppali stessi. C'è anche da dire che il team di lavoro è un'entità fragile per natura, forse, una delle tipologie di gruppo più delicate da tenere in piedi. È molto semplice trascinare oppure esser trascinati, sia in positivo che in negativo. Ora, posso ripetermi di fare parte di una collaborazione tra colleghi, pur non sentendomene parte. Mentre sulla carta può non essere un problema, lo diventa dal punto di vista operativo, laddove alla tua consapevolezza sfugga il ruolo stesso esercitato dal tuo esserci, in quell'insieme.
Da qualche parte, nell'articolo, ho affermato che il sentimento d'appartenenza dovrebbe essere a-selettivo e costante. Nello specifico, io credo che l'attivazione emotiva del sentirsi parte di un qualcosa debba essere esperita indipendentemente dalla situazione ed in modo stabile. Non affermo, però, sia questo il punto di partenza; del resto, il tutto e subito non è possibile manco al ristorante. Sostengo invece che, pur essendo e dovendo essere un traguardo progressivo, riesca in qualche misura a caratterizzare, a dare sfumatura, all'omologata monocromia condivisa dal gruppo. Come spesso accade, è il coinvolgimento a declinare lo stato infinito ed indefinito delle cose.
Un'ultima considerazione. Sperimentare il malessere causato dalla non-percezione di appartenenza è paragonabile al divieto di non poter entrare a far parte di una nuova entità, soprattutto laddove questa sussista da tempo. Soprattutto laddove siano i componenti stessi ad ostacolare il cammino d'inserimento, vuoi per impasse personale, vuoi per un effettivo "non voglio tu faccia parte di una dimensione solo mia".
Bisogna chiedersi cosa succederà quando i respinti si stancheranno che venga negata loro, di continuo, la soglia dell'appartenenza; quando l'"Esser congiunto" non sarà che il rimpianto di coloro che mai ne hanno concesso la propria personalissima chiave.

giovedì 27 novembre 2014

L'implosione natalizia.

Dicembre, ai miei occhi, ha sempre emanato una luce sinistra: non posso infatti affermare di averlo vissuto con una predisposizione emotiva costante, nel corso degli anni. Chiamando ogni cosa con il proprio nome, credo mi renda appena appena bipolare. Dicembre poi non è il nome adeguato: si dovrebbe chiamarlo "natale". Gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre, natale. E, dal momento che siamo nel mio territorio, beatamente mi riservo il lusso della sostituzione temporanea.

A natale, non esiste altro che il Natale. Del resto, la nascita di qualcuno è sempre una grande gioia per la compagnia. Anche se, devo ammettere, pensavo la morte suscitasse maggior scalpore rispetto alla vita. Ma ahimè, sei obbligato a venire alla luce se vuoi tornare alle tenebre; indi per cui la gerarchia sembra costituirsi da sé. Figlia del moto cristiano d'inculcamento progressivo, reputo difficile riuscire ad astrarre le celebrazioni natalizie dal loro nucleo originario. Non mi si venga poi a raccontare che esiste un natale laico poiché è vero quant'è vero che io diventerò papa domani. Se vuoi stare con la famiglia, essere solidale con il prossimo, dare e ricevere doni (occhio ai pericoli, leggiti il "Saggio sul dono" di Mauss), non penso spetti all'atmosfera natalizia il compito di propulsore. Perché, a dirla tutta, le uniche due occasioni in cui rivedi i parenti e ti stringi in un'idea di (ipocrita) vicinanza sono il natale ed i funerali.
Negli ultimi 5-6 anni, a natale, ho sperimentato tutte le possibili sfaccettature emozionali di un organismo umano pensante: dal rinnegare il presepe, pseudo-rimasuglio di rappresentazioni medioevali arcaiche, al battezzare Letizia, la mia pianta natalizia. Appena appena bipolare, dicevo.
Ancora, possiamo dibattere sul natale da single o da accoppiati. In merito a tale questione, ho raccolto del materiale variopinto: coppie che si sfasciano a novembre per evitare la problematica dei regali, individui che uniscono due solitudini a novembre in funzione della problematica dei regali; single che rievocano con stizza il loro natale da single e con nostalgia il loro natale in coppia, accoppiati che rievocano con stizza il loro natale da accoppiati e con nostalgia il loro natale da single. Oh, mai che qualcuno apprezzi qualcosa.
Se c'è un elemento positivo da estrapolare in ogni natale che fugge, credo sia la conferma della mia vulnerabilità. Perché diciamocelo, chi non ricorda la contentezza estrema di un marmocchio che distrugge l'involucro di un giocattolo?
Come sempre accade, non sono le esperienze presenti bensì l'associazione, oppure il paragone, con quelle trascorse a render l'individuo così stranamente imperfetto.

mercoledì 15 ottobre 2014

La lista dell'insofferenza.

Un sentimento che pensavo non m'appartenesse, la rassegnazione, o che forse semplicemente ancora non avevo avuto modo di sperimentare. E' strana la facilità con cui, all'improvviso, puoi ritrovarti nel mezzo di uno stravolgimento di prospettive: un momento prima le tue lenti filtrano gli eventi del mondo in un determinato modo ed un momento dopo gli scenari cambiano. Spesso in maniera definitiva. Te ne puoi accorgere facendo un paragone tra ciò che ha iniziato a non funzionare e ciò che reputavi procedesse senza intoppi. Un ottimo, benché frustrante, esercizio per la mente.
Per formazione, ho il lieve difetto di vedere sempre un non so che di positivo nel buio delle esperienze altrui: se mi viene raccontato qualcosa di negativo non posso fare a meno di tentare un approccio giustificatorio alla svendita dei consigli. Non che lo faccia per "empatire" (un miscuglio tra l'empatizzare ed il compatire) né per originare aspettative inutili in coloro che si relazionano con me, bensì poiché mi risulta davvero difficile agire altrimenti. Poi rinsavisco, non c'è dubbio, ma la prima occhiata che riservo alle questioni è di natura benevola. Ho però notato come all'aumentare del grado di vicinanza sembri diminuire la genuina propensione alla clemenza il che, a lungo andare, potrebbe creare non pochi problemi. Del resto, il partner di un terapeuta è il paziente meno compreso nonché il più ostile e restio ai suoi tentativi d'assalto (è per il tuo bene). Non c'è nulla da temere perché non potrebbe essere diversamente. La relazione amorosa ponderata coinvolge una così gran mole di dimensioni che risulta quasi impossibile anche il solo auspicare chiarezza a 360°. E' implicito al rapporto stesso il bisogno di liberarsi dalle mine che potrebbero far esplodere ogni cosa. Com'è noto, meglio fuori che dentro. O, come si direbbe oggi, meglio i problemi interrelazionali che non quelli intrarelazionali.
Per questa ed altre ragioni non amo nemmeno categorizzare le persone per tipologia; troppe scartoffie burocratiche e poi ne perderei in diplomazia. L'unica eccezione la fanno quegli individui che affermano di conoscerti, pur limitando il proprio raggio d'azione all'osservazione del tuo comportamento. Individui che di certo perseverano nell'errore di fraintendere le prospettive con le aspettative. Soffermatevi a rifletterci per un attimo: quando qualcuno dice di comprendervi perché ormai ha imparato a conoscere i vostri comportamenti, non vi inizia a pulsare la vena? È come pretendere d'inferire un algoritmo elaborato mediante la mera pratica. Oh! Magari mi è sfuggita la strabiliante scoperta che sia l'agire manifesto la chiave della personalità. Eppure, cerco sempre di tenermi informata. Oppure ancora, per amor dell'abitudine, è semplicemente il mio vizio alle pugnette mentali a farmi andare oltre, nella ricerca di indizi nascosti. La questione, se vogliamo, è quella di riuscire a discriminare fra ciò-che-vedo, ciò-che-penso-d'aver-visto e ciò-che-mi-aspettavo-di-vedere. Il tutto unito al desiderio reale di bypassare il confine che scinde la superficie dalla profondità. La sola disposizione, così come la sola predisposizione, non è sufficiente; entrambe o non se ne fa nulla.
Ho scritto un articolo poco ortodosso, me ne rendo conto. Il punto è che.
Ci giro tanto attorno ma il nucleo rimane invariato: la vita di relazione è sì complessa ma non è completa. "Ogni individuo è unico". "Il mondo è bello perché è vario".
Sì, e rosso di sera bel tempo si spera

venerdì 19 settembre 2014

Multiplo a chi?

Da ragazzina, The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde apparteneva al nebuloso mondo dei miei libri preferiti. Tempi in cui mi addormentavo con l'articolata riflessione del chissà cosa mai mangerò domani, non di certo con stupide speculazioni rispetto al quesito ultimo delle neuroscienze: qual è, se c'è, la soluzione al problema della coscienza? Terreno minato. Chi dice che essa non esista, chi che cammini pari passo con il linguaggio, chi che sia una forma di pura intenzionalità; chi ne parla alla stregua di meccanismi binari, chi in termini neurofisiologici, chi in chiave psicologica. Al punto tale che le appiccicherei una definizione personale: la coscienza, un'estenuante accozzaglia di teorie. Se non altro, almeno, vi convergeremmo tutti.
Come quasi sempre accade quando ci si focalizza su sistemi complessi, il miglior modo per comprendere un processo funzionante è quello d'indagarne i deficit; vale per il cervello, nonché per la mente. Detto questo, viene spontaneo chiedersi in che modo i disturbi dissociativi possano chiarire o definire il concetto di coscienza. Cos'è un DDC o disturbo dissociativo della coscienza? Un quadro sintomatico a causa del quale alcuni fenomeni psicoaffettivi mettono in moto la costruzione di una personalità disgiunta da quella cosciente abituale, una patologia caratterizzata da discontinuità, frammentazione ed instabilità della coscienza.
Ma a questo livello si pone un ulteriore problema, ovverosia: come posso parlare di disturbi della coscienza se ancora non esiste una definizione univoca del termine stesso? Sembrerebbe, questo, uno dei tanti circoli viziosi della psicologia. Un tunnel nel quale, almeno per adesso, non desidero addentrarmi.

Il più sconcertante e controverso dei disturbi dissociativi della coscienza non può che essere il disturbo dissociativo dell'identità o, come in precedenza veniva definito, "disturbo di personalità multipla". È affascinante l'idea che in un individuo possano coesistere più personalità, non è vero? Alter complessi ed indipendenti, con modalità di comportamento, ricordi e relazioni propri: spesso in opposizione, le diverse identità sono consapevoli di avere vuoti di memoria (dipendentemente dal fatto una fra tutte prenda il comando), nonostante non lo siano rispetto all'esistenza reciproca. Il DDI viene talvolta assimilato erroneamente alla schizofrenia: infatti, i pazienti affetti da quest'ultima manifestano una disorganizzazione pervasiva e manifesta del pensiero e del comportamento, sintomi che non rientrano nel quadro del disturbo dissociativo dell'identità in quanto gli alter presenti in un medesimo individuo sono coerenti e strutturati, sebbene alternativamente dominanti.
Ciò che rende il trattamento del DDI difficoltoso, oltre che alla sintomatologia spesso multiforme, è la scelta del criterio interpretativo da applicare caso per caso: modello post-traumatico, modello sociocognitivo oppure entrambi? Da un lato abbiamo chi sostiene il DDI si stabilisca nell'infanzia come conseguenza di gravi abusi mentre dall'altro chi lo considera il risultato di un apprendimento alla rappresentazione di ruoli sociali. Come dire, sulla scia del fatto le persone riescano ad adottare una seconda personalità laddove il contesto lo richieda, gli alter apparirebbero conseguentemente o ai suggerimenti del terapeuta o all'esposizione mediatica, oppure ancora ad influenze culturali di natura non specificata. Se si parte dal presupposto che la terapia psicoanalitica sia la più impiegata in fase di trattamento del DDI mi viene sì spontaneo credere agli assunti del secondo modello! Eppure, rimango sempre più propensa ad accreditare l'interpretazione post-traumatica rispetto a quella sociocognitiva. Una piccola digressione filosofica ora non ci starebbe male.
Dennet non è un autore che amo; eccessivamente radicale e meccanicista dal mio punto di vista. È uno di quelli che appartiene al mondo delle ipotesi «speculare circa l'esistenza della coscienza è oscurantismo» e «gli uomini sono macchine, meccanismi semoventi sofisticati e complessi». A favore dell'intelligenza artificiale nonché della possibilità di riprodurre la mente umana su calcolatore, si è anche interessato del disturbo di personalità multipla (se non altro, per avallare la propria testi circa la non-esistenza di un'unicità di coscienza e soggetto). L'autore sembrerebbe aderire al modello post-traumatico, asserendo inoltre che la patologia sfidi le presupposizioni su ciò che esista di umanamente possibile, sui limiti della depravazione e della crudeltà umane. Poste di fronte a conflitti, dolore ed abusi, le vittime creerebbero un confine tra loro e l'esterno (in questo caso, un alter più capace di mantenersi intatto di fronte all'assalto) in modo tale che l'orrore non capiti loro direttamente. La conservazione attraverso una lacerante ridefinizione del Sé permetterebbe quindi la sopravvivenza psicologica di un individuo in balia di forze che non riuscirebbe in altra maniera a contrastare, uscendone illeso.
Se da un lato abbiamo la persona patologica dall'altro invece abbiamo quelle che sono "esperienze blande di personalità multipla", ovvero ciò che un qualsiasi individuo sano sperimenta nel corso dell'esperienza poiché per natura portato a vivere dimensioni parallele differenti. Non vi capita mai di essere talmente incarnati in un determinato ruolo (per esempio, il medico) da non riuscire ad integrare il vostro vissuto attuale con ricordi che appartengano ad un'altra dimensione della vostra identità (per esempio, il padre)? Non è una semplice questione di ruoli, tuttavia. Il cervello lavora in maniera ottimale al fine di mantenere le parti separate, e ciò grazie alla memoria statica dipendente, un fenomeno che coinvolge gli stati neurochimici funzionali nei diversi gradi di cambiamento della personalità.

Non posso che terminare con una citazione tratta da The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde:
«With every day, and from both sides of my intelligence, the moral and the intellectual, I thus drew steadily nearer to that truth, by whose partial discovery I have been doomed to such a dreadful shipwreck: that man is not truly one, but truly two.»

lunedì 15 settembre 2014

AAA stuzzicadenti cercasi.

Ci sono frasi con un potere tale da aggrapparsi agli speroni del tessuto interiore, rimanendovi ciondolanti e beate sino alla fine dei giorni. Scomode, fastidiose come il pezzetto di cibo rimasto intrappolato fra i denti che invano t'ingegni a rimuovere. Concatenazioni di parole che fanno leva sulla peggiore minaccia che esista all'integrità del Sé: l'aspettativa. È strano che ancora non ne abbia parlato; ammetto che sia un tema particolare, il terreno di una battaglia personale che combatto da tempo. Inoltre, dal momento che sarebbe necessario un umore in accordo con il tono dell'argomento, ovvero nero, il grigiume del periodo (vedi Monocromia) non sembra essere sufficiente per parlare di aspettative in modo completo.
Tornando a noi, un aneddoto, grazie. Il giorno in cui la mia cagnolina passò ad altra vita (avrò avuto all'incirca 9 o 10 anni) i miei mi dissero: «Non piangere, tra un po' ne prenderemo un altro». A prescindere dal fatto che la promessa sia stata o meno mantenuta e che volessi o meno un altro cane, l'importanza rivestita da quelle parole ne ha reso possibile il ricordo, a dodici anni di distanza. E non nelle vesti di qualche parola detta ad una bambina che necessitava di conforto, bensì sotto forma di posticipazione del dolore. Perché io avrò pur smesso di lamentarmi nell'immediato, al suono di quella frase, eppure il pensiero di un'aspettativa distrutta non ha che continuato a rimbombare nella mia testa. Che ne fossi solo in parte consapevole può ben darsi ma, come ormai si crede, l'agire non viene unicamente determinato dalle componenti coscienti.
Fateci caso: quando l'interlocutore manifesta le proprie debolezze, che siano sotto forma di rabbia, dispiacere, angoscia o disperazione, l'unica maniera in cui sappiamo muoverci al fine di tirarcene fuori è procrastinando. Perché il miglior modo per ignorare il presente è parlarne al futuro, non è forse così? «Passerà presto», «tornerà da te», «recupereremo», «andrà meglio», «dimenticherai». Tuttavia, non basta proiettare nel domani laddove tutto rimanga comunque ancorato all'oggi: ognuna di queste frasi, ed è qui che risiede la spiazzante malvagità di cui spesso si tinge il linguaggio umano, implica un «aspèttatelo». E da bambina, adolescente, giovane donna quale sei non puoi che ricamare la maglia della tua vita con il ferro dell'aspettativa.
Ci sono frasi che più di altre sono sbagliate perché di sbagliato hanno anche il momento in cui vengono dette; frasi per le quali viene da chiedersi se sia un bene considerare il linguaggio la "sorgente dell'Io".

giovedì 4 settembre 2014

Donne du du du.

L'amico Freud è morto chiedendosi cosa davvero volessero le donne; io spirerò chiedendomi se esista o meno la solidarietà femminile.
C'è chi, ad inizio anno, stila la lista dei buoni propositi. Già di per sé, un buon proposito. E poi c'è chi come me si diletta in elenchi ben più inutili tuttavia divertenti: uno fra tutti, il 3W-WAW. Women With Women-Women Against Women. Ogni giorno infatti, in un modo o nell'altro, compaiono fatti che supportano oppure distruggono l'ipotesi che la vicinanza fra donne non sia una leggenda metropolitana alla Sex and the City.
Un giorno dico sì, la solidarietà femminile vivacchia tra noi. Esiste perché esser donna non è una scampagnata con cestello da picnic e sapere che siamo tutte sulla stessa barca potrebbe semplificare alcune questioni. Se non altro, in virtù della zavorra biologica che siamo costrette a sopportare.
Un giorno dico no, la solidarietà femminile ha tirato le cuoia (o forse manco mai è esistita). Proprio in funzione del fatto esser donna non sia cosa facile, s'attacchi quell'altra che ricorda la mia condizione.
Nella lista 2 cade la prima considerazione: è difficile trovare una donna che voglia bene a se stessa.
Qualunque sia la ragione, sarà sempre portata ad indirizzare la negatività che estrae dagli eventi (impossibile vedere solo in bianco) verso un proprio lato di personalità; solitamente l'appartenenza di genere. Ne consegue l'attribuzione interna della x variabile sgradevole ed il rimuginare sul perché non fili tutto liscio. Ma, notare! Vedere nero non ne ha mai direttamente implicato l'esistenza. Il verso giusto raramente sarà giusto abbastanza, mentre quello verosimilmente sbagliato lo sarà di certo.
Anche la seconda considerazione cade nella lista 2: voler bene all'amico è molto più semplice che non all'amica.
Per argomentare, devo addentrarmi nell'attanagliante universo dell'amicizia fra donne; già ne temo i frutti. E' consapevolezza comune che il concetto del "best friend" sia centrale nella concezione femminile del vivere di relazione. Molto più che per i ragazzi, per le ragazze vale la necessità del contatto ristretto con una simile. Una di quelle persone con cui condividere le proprie gioie ed i propri turbamenti, successi ed insuccessi, conquiste e privazioni. Una di quelle persone con cui condividere il letto, i vestiti, il cibo; le amicizie. Talvolta anche gli amori. Ci si può chiedere, non è forse solidarietà questa? Io mi rispondo che no, non lo è. Nello specifico, in virtù del fatto i legami morbosi difficilmente risultino essere solidali. Soprattutto poiché gli effetti vanno in direzione opposta rispetto alle aspettative: l'attaccamento sfocia nell'emulazione, il contatto nella gelosia, la presenza nell'invidia. Le piazzate migliori avvengono quando una delle due intraprende la vita di coppia, passo che non induce necessariamente a cambiare ma che appare sufficiente per far dire all'altra che non sei più la stessa. Traducendo il gergo dialettale, mia nonna diceva a ruota che "le amiche sono sempre abbastanza amiche ma mai amiche abbastanza".
L'amicizia fra uomo e donna è invece più semplice: non percepisci il bisogno di doverti ad ogni costo sintonizzare sul pensiero dell'altro, lo scambio comunicativo è pari seppur tra dissimili, non devi fingere di apprezzare ciò che apprezza l'altro per il quieto vivere ed il disaccordo di certo non demolisce il ricordo dei vissuti comuni.
La terza considerazione rientra anch'essa nella lista 2 (comincio a chiedermi se non abbia già definito per quale delle due opzioni propendere): le donne sono spesso più inclini al giudizio ed all'etichettatura delle altre donne rispetto agli uomini.
Roba di tutti i giorni, gli insulti di genere. Ne sono tappezzati i social, nonché la vita reale. Da parte degli uomini non è nulla di nuovo: qualsiasi motivazione giustifica l'attacco gratuito alla femminilità. Quando però sono le donne stesse ad infierire, viene spontaneo un tentativo di spiegazione. Io ci provo spesso, ma ogni motivazione che trovo m'appare più stupida ed inconcludente dell'altra. 1. Non c'è più quella netta divisione uomo-donna tale per cui le credenze dell'uno debbano contrastare con le credenze dell'altra. Tradotto, un'omologazione del sistema dei valori? 2. Il desiderio di apparire "uguali" agli uomini, nonostante la palese diversità venga sottolineata di continuo, motiva l'agire femminile. Tradotto, dipendenza dal modello machista? 3. La proiezione del sentimento d'inadeguatezza personale nonché di pochezza intellettuale nell'affrontare questioni antiche come il mondo, vedi le discriminazioni di genere. Tradotto, il classicone dell'invidia? E l'elenco continua, coinvolgendo abduzioni più o meno biologiche, più o meno psicologiche. Direi non ce ne sia una plausibile, figurarsi attendibile.
Quarta ed ultima considerazione; inseritela voi nella lista corretta: è uno sforzo spesso eccessivo valorizzarsi in quanto donne.
Questo almeno finché il valore della femminilità verrà ritenuto una conquista e non un dato di fatto. Gli uomini hanno raramente dovuto dimostrare a qualcuno quale fosse il significato ultimo del loro esser nel mondo; al contrario di quanto è avvenuto ed avviene per le donne. Una partita individuale contro il senso comune che non lascia spazio a buonismi né tanto meno a gesti solidali; e qui sbagliamo. Così finisce che quella che insegue la carriera sia troppo emancipata, quella che si sacrifica ai doveri familiari una mediocre, quella single una sgualdrina, quella lavoratrice con famiglia una che ha osato troppo, quella che si fa picchiare tra le quattro mura di casa una che se l'è meritato. Un panorama nel quale non sembra rientrare manco un briciolo di quella che chiamiamo solidarietà.


Perché nelle favole non è il mago cattivo a gettare il malocchio sulle fanciulle bensì la strega malvagia? Perché nei miti Era non inizia a castigare Zeus invece che le donzelle con cui copula? Persino la letteratura mistifica il rapporto fra donne, enfatizzandone i conflitti.
Cos'altro aggiungere; penso morirò con molte più certezze rispetto a Freud.

venerdì 25 luglio 2014

Monocromia.

Quest'anno l'estate non ne vuol sapere d'iniziare, né al di fuori né dentro di me. Ciò che vedo è un unico immenso pervasivo grigiume. Dicono che per vivere a colori siano necessarie le emozioni. DICONO.
Ho trascorso undici anni della mia vita, dall'adolescenza ad oggi, cercando di affrontare in modo autonomo ogni situazione, specialmente le meno piacevoli. Ed ora, pare che gli aiuti mai richiesti stiano bussando alla porta per presentarmi il conto. Ed ora, pare che le barriere costruite tra me e l'esterno stiano collassando una dopo l'altra. Perché l'unico modo che le persone fragili possiedono per sopravvivere è quello di ostentare sicurezza, padronanza di sé e del proprio vissuto. In tal misura, diviene più semplice aiutare gli altri, garantire loro il supporto di cui hanno bisogno, dimostrare presenza e prontezza all'ascolto, rispetto al sostenersi. Un meccanismo che ti migliora in funzione dell'altro da un lato, ma che ti allontana dal contatto con le sfaccettature peggiori della tua personalità. Sapete qual è la maggior consapevolezza di ogni persona che studi psicologia? L'idea secondo la quale rifugiarsi nei problemi altrui sia l'unico modo per sfuggire ai propri, una forma d'utilizzo della sofferenza dell'altro come scudo ai più profondi dilemmi di chi presta aiuto per professione. Del resto, sorreggere qualcuno è dimenticarsi, è mettere a tacere quel brontolio emotivo tanto disfunzionale alla neutralità. Tuttavia, il rischio in cui s'incorre è venire risucchiati nel vortice della coartazione emozionale; almeno fin che regge il teatrino. Pagherei per ridiventare la persona cui tutto scivolava addosso, quella distaccata e senza alcun timore; peculiarità, forse, di un'età che più non torna.
La realtà è che, come tanti, sono ormai un'accozzaglia di esperienze miste a posticipazioni e rimpianti, un grumo inscioglibile di passato, presente e futuro che sguazza in una pozzanghera d'incertezza.
Ogni individuo è i propri traumi e, per quanto ci si possa impegnare a dissimulare, non trascorrerà istante in cui ciò non traspaia, il più delle volte andando ad intaccare i gracili equilibri dei legami. Spesso, per esempio, siamo così ottusi nel perseverare nella quantificazione dei momenti da non considerare il fatto che l'attimo trascurato potrebbe essere il più significativo di tutti; il più necessario di tutti. Vivere per accumulazione, costantemente, in funzione del tempo che ci consuma. Mi si spieghi perché passiamo giorni, mesi ed anni a deludere e ad essere delusi dagli altri, come mai siano i piccoli screzi a mettere in discussione i grandi progetti, perché la considerazione di chi ti odia sembri superare quella di chi ti ama. Quando rassegnarsi di fronte all'evidenza del crollo delle aspettative diventa la strada maestra verso l'accettazione, vieni portato a pensare che più amore si possa provare e più dolore si riesca a provocare.
Eppure, in tutto ciò, rimangono quelle mirabili-magnifiche-meravigliose frasi da manuale appiccicate alla bell'e meglio e che ti fanno sentire importante, la semplicità con cui ti prodighi in consigli quando di fronte non hai altro che cloni di un ideale di normalità da te poco dissimili.
Non intendo dilungarmi oltre; scrivere quest'articolo mi ha reso sufficientemente infelice.

lunedì 21 luglio 2014

Chi sono io? Tata Lucia!

In queste prime tristi giornate da universitaria post-sessione mi vedo sprecare il tempo piantonata davanti alla tv, un'attività che, per inciso, detesto. Ultimamente mi sto imbattendo in uno di quei programmini che visti una volta ne entri in dipendenza": SOS TATA. Ah, che bellezza! (Che poi a uno viene da chiedersi se tata Lucia non si sia ancora ritirata a miglior vita). Un reality arcinoto con buoni livelli di share ed ascolti, stando ai dati e al numero delle edizioni: ben otto, dal 2005 ad oggi. In soldoni, a ruota una delle tre Melanie Klein della situazione approda in un nucleo familiare più o meno disastrato avendo a disposizione una settimana per tentare di ristabilire ordine e armonia. Concettualmente molto bello ma praticamente improbabile, nonostante non siano proprio tutte baggianate quelle partorite nel corso della "missione" di salvataggio. Forse che il successo risieda nel bisogno dello spettatore, soprattutto se genitore, di dare uno scossone alla bagarre quotidiana? Prologhi a parte, la citazione risulta comoda se l'obiettivo è quello di parlare di sistemi educativi e, in particolare, di sistemi educativi paterni. Non che la mia sia una posizione polemizzante bensì marcatamente critica nei riguardi del modello madre-statica/padre-mobile. È pur vero che «i vincoli strutturali, la forza delle tradizioni, dei valori e delle norme presenti nel contesto sociale, contribuiscono potentemente a definire le identità genitoriali e quindi a tenere il ruolo paterno ancorato a vecchie concezioni» (Venuti, 2007) ma, come spesso accade in psicologia, il tentativo di spiegazione scade nella giustificazione. E, dal momento che non sempre risulta esser chiaro cosa sia l'una e cosa sia l'altra, diventa facile attribuire in modo erroneo giudizi di valore, positivi o negativi che siano.
Nel 2014 penso sia lecito chiedersi, per esempio, il motivo della permanenza di disomogeneità nella distribuzione del lavoro familiare e nelle pratiche di gestione dei figli, oppure il perché di privilegi domestici così marcatamente riservati agli uomini. Ma, se vogliamo, questo è il fatto minore se confrontato con le disparità che sorgono nell'ambito dei comportamenti di cura dei figli, contrariamente al fatto che i ruoli di padre e madre siano intercambiabili. Che io sappia, ancora non esistono evidenze (neuro)biologiche che supportino la maggior specializzazione delle madri a cambiare i pannolini. Il problema, inoltre, sembrerebbe radicato nell'idea originaria che una relazione padre-bambino positiva si strutturi alla stregua di una conseguenza del rapporto diadico madre-bambino, come se il padre non potesse interagire con il figlio a meno che la madre non faccia da tramite. In questo modo, la diade padre-bambino non sussisterebbe in quanto tale bensì in quanto triade, forse ostacolando l'analogo processo di attaccamento del bambino nei confronti della figura paterna.
D'altro canto, è pur vero che madri e padri prediligano svolgere attività diverse con i propri figli: se da un lato abbiamo una madre attenta alle dinamiche socio-emotive, dall'altro abbiamo un padre magari più preoccupato a trasmettere aspetti come competitività e approccio vigile al mondo. Alcuni studi dimostrano, per esempio, che le donne tenderebbero alla "padronanza" mentre gli uomini alla "prestazione" e non è difficile immaginare siano proprio questi, rispettivamente, i modelli trasmessi alla prole. L'unica spiegazione che poi mi sento di dare rispetto alla primordiale concezione del "padre-padrone" è connessa all'attitudine dei padri alla parità di genere; semplice. Al diminuire di quest'ultima crollano sia il grado di responsabilità nei comportamenti di cura sia il livello di monitoraggio dei figli.


Ora, per concludere, mi piacerebbe fosse tata Lucia a rispondere ad un quesito nato in seno alla psicologia sperimentale: perché i padri sono più interattivi con il proprio bambino e manifestano un maggior dinamismo quando le loro mogli sono casalinghe?

lunedì 7 luglio 2014

Le dimensioni (mentali) contano.

Ho sempre pensato che se non avessi sfruttato la scrittura come strumento di elaborazione degli eventi che mi sono capitati nel tempo sarei, ad oggi, un nodulo di complessi insoluti. Ultimamente, tuttavia, nemmeno la trascendenza dell'atto di scrivere è riuscita a vincere il bisogno d'interpretazione silenziosa che ha caratterizzato questo periodo d'inerzia e vulnerabilità. Riporto una citazione che credo riassuma alla perfezione la consapevolezza del secolo:
«Giacché la vita è un atto finemente calibrato, in massima parte i sentimenti sono espressione di una lotta per l'equilibrio: idee relative a regolazioni e correzioni sottili in assenza delle quali un solo errore sarebbe di troppo e l'atto intero collasserebbe. Se nell'esistenza dell'uomo c'è qualcosa che può al tempo stesso rivelarne grandezza e meschinità, si tratta proprio dei sentimenti.» (Damasio, A.)
L'emozionalità è una forza tiranna, è come tentare di tenere il più possibile sott'acqua un pallone: maggiore è lo sforzo esercitato per sopprimerlo e maggiore è la forza con cui, una volta sconfitti, risalirà in superficie. Un contraccolpo micidiale. Detto ciò, è meglio arenare il discorso onde evitare di ripercorrere terreni minati; sono sicura che non sarei così brava nel superare tutte le bombe.
In realtà, vorrei condividere il frutto delle mie ultime sessioni giornaliere di rimuginio auto-imposto; dipendenza che, al pari di tutte le dipendenze, finirà con l'avere la meglio su di me, prima o poi.
Pensavo agli universi che rendono tali una persona, ovvero alle dimensioni significative in cui l'individuo colloca parte delle proprie energie e risorse. Microuniversi che condividono il core della  relazione. Io, per esempio, ne ho individuate cinque: la dimensione dell'io, della famiglia, della professione, del partner e delle amicizie, di certo intuitivamente definibili con un minimo di applicazione introspettica. A seguire, come mi relaziono con me stesso, con gli affetti primari che hanno contribuito alla costruzione della persona che sono, con il bisogno di autorealizzazione e padronanza, con la necessità di raggiungere un obiettivo relazionale maturo, con il desiderio di mantenere attive le connessioni che mi inchiodano al passato o proiettano nel futuro. La situazione ideale prevederebbe l'interazione fra domini, il rovesciamento delle esperienze a mo' di vasi comunicanti.


In tal modo il flusso d'informazione rimarrebbe in equilibrio e non andrebbero a crearsi eccessive discrepanze negli investimenti a favore o scapito di una o dell'altra dimensione. Dalla teoria alla pratica ciò comporterebbe la condivisione a tutto tondo dell'individuo, spesso diviso tra lavoro e famiglia, partner ed amici, e così via. Ma del resto, com'è noto, non sussiste un ideale senza il concreto ed il concreto, ahimè, non rispecchia mai le aspettative. MAI. Il risultato è complesso e variegato ed accontenta i gusti di tutti: abbiamo chi non parla di sé con la famiglia ma si pone al centro dell'attenzione quando è fuori con gli amici; abbiamo chi vive a pane e lavoro non lasciando spazio ad altri argomenti di discussione; abbiamo chi esclude il partner dai propri affetti originari, come fosse un figlio del niente; e molte altre combinazioni. C'è chi esclude la famiglia da tutto, o gli amici da tutto, od il partner da tutto. Ancora, c'è chi invece spartisce se stesso e si fa in quattro (anzi, in questo caso in cinque) per riuscire a compensare i dislivelli tra i livelli. A mio avviso, da discriminante la fa sempre una buona padronanza della teoria della mente, la capacità che permette l'interpretazione degli stati mentali altrui, del "mettersi nei panni di". Ad ogni modo, scaricare l'intero pattern di colpe sull'individuo non è mai una scelta saggia, soprattutto in funzione del fatto la persona si modifichi a seconda del contesto. Ma anche qui il rischio c'è ed è quello di scivolare sulla buccia di banana della giustificazione sovrabbondante.
Da qualsiasi angolazione si guardi alla questione, non c'è scampo alle perplessità. 

martedì 27 maggio 2014

Il numero due si rallegra di essere singolare.

Furbi gli esseri umani: si raccontano sempre un mucchio di graziose favole che hanno il merito di fare da toppa alle voragini d'incongruenza insite in loro stessi. La mia preferita è senz'altro quella che sostiene che uomini e donne siano fatti (?) per stare insieme. E chi lo dice, la biologia? Ma se non le date mai retta, a 'sta crista di verità incompresa. A meno che non faccia comodo, per l'appunto. Alla luce del raziocinio è evidente come il valore dell'obiettivo comune sia di gran lunga inferiore rispetto al peso conferito agli affari privati. Il conflitto d'interessi tra uomo e donna si configura come una netta linea di demarcazione che, inevitabilmente, scinde ciò che è/ha il maschile da ciò che è/ha il femminile. Alla facciaccia di Jung e dei suoi Anima ed Animus, una concettualizzazione che pur reputando molto romantica e ben costruita comunque non riesco a concepire. Sicuro è che ci sia del maschile nel femminile e viceversa, anche se io preferisco chiamare tali entità Androgeni ed Estrogeni. Ok, forse i termini non sono sognanti come quelli junghiani, ma di certo rendono meglio l'idea. Che poi, cristoiddio, è meravigliosa questa immagine di uomo e donna che incontrano in loro stessi la proiezione del sesso opposto, la cui non-conoscenza genera sconquassamenti nel delicato meccanismo dell'individuazione. C'è però un lieve intoppo poiché questo è un mero desiderio.
Agli uomini non interessano cose stupide come farsi una fotografia con la ragazza, confidare le proprie inquietudini, non dare per certe questioni che non sarebbero scontate nemmeno ai saldi di fine stagione. E le donne mica si preoccupano di sport e motori, di doversi far sopportare dal compagno, di dividere l'infinito in settimane e poi di quantificarne ogni momento trascorso. Se ci fosse del maschile nel femminile e viceversa saremmo tutti più completi ed affini, meno persi nelle battaglie quotidiane off-limits per l'altro, meno concentrati sulle priorità che ci escludono a vicenda. Invece no, si persevera nella domanda "come stai?" e si desiste nell'ascolto della risposta. Il niente la fa da padrone nei dialoghi mentre la morsa della routine attanaglia la rosa dei venti mentale, producendo una sistematica perdita d'orientamento.


Serenità ed entusiasmo diventano così la escort ed il gigolò che ti affanni a trovare, degli accompagnatori spirituali a cui nulla chiedi di materiale se non un fantoccio di vicinanza che, pur sapendo artificioso, pensi riesca ad attutire quell'idea di solitudine che va peregrinando in testa. Ma si sa, la maggior parte delle scorciatoie sono un'arena di fallacie spesso definitive, definenti, definitorie. Allora, che fare? Ed io cosa ne so, ancora non ho scritto in fronte Manuale Delle Risposte. L'unica consapevolezza che detengo è che uomini e donne (ri)cerchino nella diversità gli elementi mancanti dimenticandosi come la complementarietà non sia sufficiente alla pienezza del Noi, che come ad essa serva anche un pizzico di specularità. Del resto, la totalità circoscrive due diversi che convergono e due uguali che divergono.
Furbi gli esseri umani: frequentano sempre i simili che più sono in grado di farli stare da schifo. Tendenza patologico-masochistica? Può ben darsi. D'altra parte, tutti un po' lo siamo. Dipendenti, intendo. E ci piace pure! Contrariamente, sceglieremmo peggio i nostri contatti.

martedì 6 maggio 2014

Infatuazione.

Senti senti come suona bene questo termine! Di gran lunga meglio rispetto a, non so, "sbandata", "fanatismo" oppure "invasamento". Bislacco come le parole riescano a strutturare i differenti mo(n)di per mezzo dei quali l'individuo filtra la realtà. Intrigante, eppur tutt'altra storia.
Si sa, l'adolescenza è il periodo principe per gli esperimenti amorosi, anni in cui esiste un'unica concettualizzazione: io. Ovviamente declinato in "me", "mi" e "mio"; ma anche ciò va da sé. Oggi sono in vena d'introspezionismo manifesto ed è per tale ragione che voglio rievocare le mie infatuazioni giovanili che, per inciso, sono una peggio dell'altra. Tralasciando i mali minori, persi la testa per... Numero uno: il Professore! Numero due: la Musica! Numero tre: il Freudismo! Che mi abbiano accompagnata ed aiutata nelle fasi di transizione è assodato; infatti, il mio obiettivo non è parlarne chiave negativa, bensì farne una parodia. Andiamo, sarà divertente.

Se smettessi di accordarlo, scorderei anche il primo amore.
Partiamo dal classicone: invaghirsi del prof. Sfido qualsivoglia fanciulla a confutare l'ipotesi secondo la quale almeno una volta nella vita scolastico-accademica non ci si sia smarrite nei fumi dell'innamoramento proibito. Nella maggior parte dei casi tacito, in altri (!) un po' più plateale, è il climax ai cui due estremi si collocano l'ebetismo e la disfatta. Peccato, un vero peccato, capirlo solo a posteriori. E poi, cosa dire di tutti i tentativi messi in atto da chi intorno a te "ci tiene" e che mai vorrebbe vederti soffrire a causa di un amore respinto così inopportuno? Suvvia, come se l'innamoramento tra pari fosse meglio e venisse sempre ricambiato. Allora, la domanda pare trasformarsi da "perché?" a "perché no?". Di certo, la sperimentazione di un sentimento associato a qualcosa di sì irraggiungibile eppur concreto aiuta ad aprire gli occhi molto presto, ad affrontare la metafisica del rifiuto.
Ma come siamo seriosi! Non era questo l'intento. Ritorno sui binari dell'insensatezza.

L'ex a cui concedo di rimanere in buoni rapporti.
Storia-travaglio per antonomasia, il mio rapporto con un molto bianco e poco nero: il pianoforte. Credo con lui abbia trovato espressione il lato masochistico della mia personalità, dico davvero. Avete presente, no? Glorificare l'aguzzino, o qualcosa del genere, insomma. Sottomettersi all'entità che è la fonte di tutti i dispiaceri nello stesso modo in cui è la sorgente di tutti i piaceri che sei in grado di provare. In psicologia, la chiamano "dipendenza" (o sarebbe meglio dire, disturbo dipendente di personalità?) e credo da sempre sia la peggior forma di annullamento di se stessi. Esistere in funzione di qualcos'altro all'infuori di te; in altre parole, non esistere affatto. Otto anni di una relazione che amo ricordare ma che preferisco abbia smesso di essere la mia gabbia d'oro su misura.
Sono diventata proprio una specialista nelle interpretazioni a posteriori!

Il falò dei ricordi e la grande x rossa su una relazione fallimentare. 
Ho provato a dilungarmi ed avrei voluto che questo momento non arrivasse, ma...è impossibile procrastinare ancora. Terzo infelice passo della mia gioventù che intitolerei: Freud, l'origine dei rimpianti presenti e la fine dei rimorsi passati (per inciso, il futuro è nero). Ah, che disgrazia! E' proprio vero che non puoi che odiare ciò che hai amato, difeso e protetto con tutte le forze una volta che questo abbia deluso ogni aspettativa, infranto ogni progetto di una vita insieme. Il freudismo era l'amante perfetto, la risposta a qualsiasi domanda e la soluzione a qualunque problema. Il coerente ossimoro che vive: spaccone ma affidabile, individualista ma presente, divino ma dimesso. Quanta felicità tra le sue braccia, forse troppa per non insospettirsene. Non c'era un quesito dinanzi al quale fuggisse, una spiegazione che non trovasse, una giustificazione migliore che spingesse oltre i limiti della comprensione. L'alfa e l'omega, il rifugio, la verità. Un giorno, ahimè, scoprii che mi tradiva. Fu un'idropompa, altro che doccia fredda. Il volto dell'onestà altro non era che un misogino, omofobo, fallocrate, cocainomane, morfinomane, affabulatore, impostore, negazionista, tiranno, corrotto e privilegiato del cazzo.
Anche se c'insegnano non sia così, i regni crollano al dissolvimento dei seguaci e non alla morte dei sovrani.
I miei amori passati non hanno mai riempito nulla, se non fazzoletti e bicchieri. Confido negli attuali; concreti o concettuali che siano.

lunedì 28 aprile 2014

Punti di ri-ferimento.

Non che c'avessi mai fatto caso. Appigli a cui rivolgersi oppure speroni a doppio taglio? Magari, e più credibilmente, entrambi.
Se ripenso al mio quinto anno di superiori non posso che rievocare con un mezzo sorriso la frase che permeava in modo trasversale le discipline che studiavo: l'Ottocento è il secolo in cui i punti fermi costruiti a fatica in oltre duemila anni di storia iniziano a crollare. Il secolo a partire dal quale le certezze diventarono dubbi ed i dubbi certezze, diremmo ora. Cito tre personaggini, giusto per la gloria. Ad esser precisi, la prima bomba venne sganciata ancora nel '500 quando un tale di nome Copernico se ne uscì bello come il sole lasciando intendere al mondo intero che l'uomo non fosse al centro dell'universo. Botta numero due, il signorino Darwin, ora sì in pieno '800, che dimostrò come l'uomo nemmeno fosse al centro delle specie animali. Per terzo arrivò Freud, a cavalcioni del suo uccello d'argento, affermando che l'uomo manco era al centro di se stesso. Tre ferite dritte al cuore dell'antropocentrismo più spietato. Tre ferite al piccolo narciso ch'era l'uomo.

Da allora tutto mutò ed a poco servirono le incursioni degli "intelligenti": l'era postmoderna è un susseguirsi di instabilità, di frammenti di individui, azioni, comportamenti e situazioni che turbinano in maniera casuale all'interno di una dimensione spazio-temporale provvisoria. A cosa serve speculare sulla natura dei legami d'attaccamento quando questi poi sprofondano nel container della dimenticanza? A che scopo utilizzare le persone vicine come raccoglitori di nulla? Dove si annida, nell'organismo, questo culto dell'onnipotenza tale per cui ci si sente in grado di controllare gli eventi negando all'altro la carta del supporto? Ma soprattutto, perché ci si comporta come se ci fosse sempre una seconda possibilità? Il mito (o spauracchio, a seconda) del recupero-cancella-mancanza, lo chiamo io. La filosofia dell'eterno studente, per averne un esempio pratico. Quando ci si trova ad un passo dal fallire un obiettivo, ecco che ci si attrezza per sistemare la faccenda alla bell'e meglio. Perennemente in ritardo al traguardo da dimenticare persino a che fine si stia gareggiando. Non esiste l'aver bisogno dell'altra persona, bensì il mero servirsene. Di far progetti, poi, non parliamone. Che comunque credo sia un po' meglio rispetto al costruirli per distruggerli. Tutti d'accordo sul fatto il periodo storico di certo non aiuti, ma... viene così spesso elevato a giustificante da risultare privo di significato, quasi.
Rimane da chiedersi perché l'ossessione di sbagliare partorisca solo falle nel piano originario di una perfezione ideale. Rimane da chiedersi se la sofferenza derivante da un tale stile di approccio all'esperienza germogli silente e poi venga taciuta in maniera più o meno consapevole dall'individuo che la sperimenta.
Correre e correre; anzi, rincorrere. Rincorrere il lavoro, le occasioni, gli eventi; rincorrere gli amici, il partner, la famiglia. Con in testa un disco fisso: se li acchiappo in tempo (utile) mi daranno un'altra chance.

venerdì 18 aprile 2014

Il rifugio mentale dell'eccesso.

Per cominciare. Gerarchia di utilizzo di un telefono cellulare:

  1. perdere in qualsiasi tipologia di gioco;
  2. cincischiare sui social;
  3. craccare "cose";
  4. guardare musica, ascoltare film;
  5. fingere di interessarsi al mondo;
  6. fotografare arrotondando per eccesso;
  7. illuminare ambienti oscuri;
  8. misurare la pendenza delle superfici;
  9. calcolare le kilocalorie di alimenti e bevande;
  10. se rimane tempo, chiamare.

Vengono definiti "nuove dipendenze" i comportamenti d'abuso non direttamente connessi a sostanze dal potenziale più o meno tossico, figli illegittimi del matrimonio d'interesse fra certezza di previsione/controllo e frustrazione d'impotenza. Ad oggi, appartengono alla categoria il lavoro, il sesso, il gioco d'azzardo,lo shopping, internet e... il telefono cellulare, per l'appunto. Tutti sarebbero accomunati dal fatto che il loro utilizzo derivi "dalla necessità di avere un elemento d'appoggio per mantenere un equilibrio psicofisico nelle condizioni di maggiore tensione" (Caretti e La Barbera, 2005), il che permetterebbe all'individuo di dissociarsi, ovvero di modificare uno stato di coscienza ordinario in funzione di una dimensione d'irrealtà in cui sia lecita la soddisfazione di qualsiasi cosa transiti per la testa. Infatti, una volta ampliato l'ambito del possibile, quale limite potrebbe mai ostacolare la fuga verso la libertà? Ma il risvolto paradossale dell'intera riflessione balza subito all'occhio, poiché un dipendente tutto è fuorché libero.
"[...] la nostra società non fa l'apologia del desiderio, quanto piuttosto l'apologia delle voglie, che sono un'ombra impoverita del desiderio [...]." (Benasayag e Schmit, 2003)
Da qui, il che me ne importa di lavorare fino allo stremo se ciò mi permette di guadagnarne in soldi ed autoaffermazione, il tanto ho bisogno del mero svuotamento derivante dal coito fine a se stesso, il adesso un'altra monetina e sbanco la macchinetta, il ma sì è così bello poter pagare a rate qualsiasi acquisto anche se è superficiale, il la rete è la mia nuova casa e qui mi sento al sicuro perché posso non mostrare ciò che sono veramente, il ormai chiamare non va più di moda e sarà meglio che ti mandi un emoticon. Surrogati. Fantocci. Vuoti che riempiono altri vuoti.
Gli studi neuropsicologici sono quelli che forse meglio illustrano il fenomeno della duplicità dell'eccesso, nonostante abbiano poco a che vedere con l'argomentazione precedentemente esposta. E' però possibile considerare il fatto che anche il paziente dipenda da qualcosa, ovvero dalla propria condizione; essa lo costringerebbe ad agire in modo compulsivo verso uno scopo, anche laddove privo di significato. Penso, per esempio, all'insieme situazionale che abbraccia alcuni malfunzionamenti come l'ipercinesia, una condizione nella quale la produzione di materiale sovrabbondante talvolta sfocia in passioni violente.
<<"Pericoloso benessere", "luminosità morbosa", un'euforia ingannevole sotto la quale si spalancano abissi: è questa la trappola promessa e minacciata dall'eccesso, tesa a volte dalla Natura, sotto forma di una qualche turba inebriante, a volte da noi stessi, sotto forma di una qualche esaltante tossicodipendenza.>> (Sacks, O.)
Alla stregua di una malattia che alteri in positivo il comportamento abituale di un individuo, per esempio accelerando i meccanismi del pensiero e dell'azione, così anche un oggetto oppure una sostanza possono accrescere nella persona l'impressione di meraviglioso benessere e ritrovata pienezza dapprima assopite in non-si-sa-quale angolo della personalità. Sensazioni che solo a posteriori tenderebbero a svelare le componenti di pervasività e distruttività tipiche della dipendenza, la cui arma di seduzione consiste nella prospettiva di un annichilimento delle immagini mentali conflittuali non rappresentabili sul piano cosciente.

Non so voi, ma io non sono così sicura di voler stare "troppo bene".

giovedì 20 febbraio 2014

La Famiglia Logaritmo.

Sono una schiappa in matematica. O meglio, lo ero un po' più e lo sono un po' meno, ma solo perché sono salita sul treno della scienza e me la sono dovuta fare piacere, in un modo o nell'altro. Ciò non concorre a rimuovere il fatto che i peggiori ricordi della mia carriera scolastica siano associati a ecatombi matematiche, già dalla scuola elementare. Detto questo, preciso inoltre di non intendermene di psicologia della famiglia, se non per quanto concerne una mera infarinatura di base. Dati i presupposti, cosa mai potrebbe uscire da un articolo che lega insieme due competenze che non mi appartengono? L'anello di giunzione credo sia la smodata tendenza che coltivo alle analogie azzardate; un passatempo che mi permette di saltellare, a ritmo sincopato, da un punto all'altro del mio background concettuale.
Un ricordo vivido risale al periodo delle superiori, quando già era assodata la mia inettitudine alle calcolatrici. Ero solita cadere negli "errori da disattenzione", chiamati così per il loro valore palliativo. I segni sbagliati erano sistematicamente l'apice del declino. Fino a quando, un bel giorno, non iniziai a bisticciare con le componenti del logaritmo. Cioè, volevo separarle a tutti i costi! E così capitava che negli esercizi spaccassi la "nocciola chiusa", dimenticando questa non potesse esistere se non come un'unità funzionale a sé stante. Tutte le volte: "Baratti! Il logaritmo è un tutt'uno, non puoi manipolarne i pezzi come vuoi!". Esaltante. Ora, per quanto poco mi sia soffermata a ragionare in termini di psicologia e sociologia famigliare, non credo sia tanto sbagliata ed inverosimile l'idea di accostare i due concetti. Ovvero, di delineare una tipologia di famiglia strutturalmente simile al logaritmo: ovvero, chiusa. Ciò oltrepassando il fatto possa essere nucleare, estesa oppure multipla, senza struttura coniugale, solitaria, monogenitoriale, e tutte le categorizzazioni ipotizzabili. Intendo quel tipo di famiglia che vive per se stessa, brillando di luce propria, insensibile e spesso mal disposta ad allargarsi in funzione dei "nuovi arrivati". Quella tutti-parenti-e-nessuna-intrusione che si giustifica sulla scia di un ideale di tradizionalismo millantato di generazione in generazione. Quel tipo di famiglia che se scissa nei suoi componenti non è altro che un frammento privo di significato, un brandello di logaritmo che qualsiasi altro posto troverà nello spazio bianco del foglio mai sarà paragonabile a quello d'origine. Forse, un paradosso: un'entità indipendente fondata sulla reciproca dipendenza dei propri membri. Condannabile? No di certo. Disfunzionale? Sembrerebbe di sì, soprattutto nell'ottica di una presa di posizione poco flessibile nei confronti delle scelte della progenie.
A voi le somme, nella speranza di aver trovato almeno una risposta parziale, ossia incompleta e pure di parte, all'interrogativo che da un tempo incalcolabile permea l'immaginario studentesco. A che cosa serve la matematica?

lunedì 17 febbraio 2014

Partner cerebrali.

Non mi sorprende che il dossier di febbraio di Mente&cervello sia "Amore e desiderio. Ipotesi, scoperte e teorie sulla più universale delle emozioni umane". Trascendendo dalle considerazioni comuni rispetto al senso ed al non-senso del giorno di San Valentino, tra compartecipazione e diniego, ho trovato questo ensemble di articoli di estremo interesse.
  1. L'amore, in teoria.
  2. Il filtro magico.
  3. Amore e lussuria.
  4. Il piacere di lei.
  5. Sesso e disabilità.
Una panoramica che circoscrive le maggiori tematiche indagate dalle scienze umane, di recente a braccetto con le innovative scoperte di matrice neuroscientifica. Snocciolando le varie questioni, i diversi autori s'interrogano sui luoghi comuni così come sulle definizioni di "amore", se possano esistere sostanze che ne alterino i meccanismi, sulla tradizionale distinzione amore/sentimento-desiderio/passione, sulle cause soggiacenti il disturbo d'anorgasmia femminile ed infine rispetto al ruolo degli assistenti sessuali nell'ambito della disabilità. Una carrellata, insomma. Essendo però interessata maggiormente agli sviluppi delle neuroscienze, commenterò soltanto il terzo ed il quarto articolo. 

Amore e lussuria (Cacioppo, S., Cacioppo, J. T.)

L'interrogativo che apre l'analisi è: quali sono le modalità per mezzo delle quali il desiderio sessuale può contribuire alla durata delle relazioni di coppia?
Dagli albori considerati alla stregua di entità disgiunte, amore e lussuria stanno piano piano emergendo sotto un'altra luce; alcuni studi di neuroimaging, infatti, rivelerebbero l'esistenza di una stretta connessione tra i circuiti cerebrali che soggiaciono a questi due, chiamiamoli, processi. Quello che succede è che alcune microregioni diverse appartenenti alle medesime strutture si attivano sia in concomitanza dell'amore per così dire "spirituale", sia in concomitanza del mero impulso sessuale. Ancora, entrambi i bisogni illuminano quelle che sono le aree cerebrali associate all'euforia, alla gratificazione, alla motivazione ed alla dipendenza. Ciò però non significa che non possano esistere le combinazioni sesso-senza-amore ed amore-senza-sesso, poiché alcuni studi rivelano che il cervello è anche in grado di generare un'entità a scapito dell'altra, avendo queste dei "contrassegni cerebrali" pressoché distinti. Gli emisferi vedono un aumento dell'attività neuronale nel corpo striato, nell'area tegmentale ventrale, nell'insula, nel lobulo parietale inferiore, nella giunzione temporo-parietale, nella corteccia occipito-temporale e nella corteccia prefrontale.
Pertanto, cosa suggeriscono le ricerche? Forse che l'amore a 360 gradi, ovvero quello "appassionato", implichi una stretta sovrapposizione delle basi cognitivo-neurali del desiderio e delle basi cognitivo-neurali dell'amore, qui considerato in termini di vicinanza, supporto e condivisione. Dal testo:
"L'amore appassionato costruisce sui circuiti neurali per il desiderio, aggiungendo regioni associate con l'attesa di gratificazioni, la formazione di abitudini, la capacità di rappresentazione e controllo del pensiero astratto a quelle associate con remunerazioni per sensazioni e con l'appagamento dei desideri". 
Il piacere di lei (Sukel, K.)

L'interrogativo che apre l'analisi è: quale risposta forniscono le neuroscienze rispetto alla difficoltà che molte donne sperimentano nel raggiungere l'orgasmo?
L'anorgasmia, dal DSM inclusa nella categoria delle disfunzioni sessuali, è un disturbo psicogeno che si manifesta nella terza fase del ciclo della risposta sessuale, ovvero un'anomalia che compromette il meccanismo dell'orgasmo. Sono sì presenti il desiderio e l'eccitazione, ma l'orgasmo e la risoluzione sono assenti in modo ricorrente oppure, nel migliore dei casi, ritardati. Intuitivamente, ciò significa che la sessualità non trova né piena espressione né compimento, una difficoltà che causa disagi nonché incomprensioni all'interno della vita relazionale. Nonostante esista una piccola percentuale di uomini che manifesta l'incapacità a raggiungere la "petite mort", le fonti convergono sul fatto che sia una condizione principalmente femminile. Stando ai dati, infatti, meno di un terzo delle donne raggiunge l'orgasmo in modo regolare durante i rapporti d'amore. Di certo, ricercarne le cause non è una cosa facile poiché la multifattorialità degli antecedenti, in psicologia, complica l'opera discriminativa degli scienziati. Tuttavia, se è vero che i meccanismi cerebrali sono alla base di tutti i fenomeni cognitivi, emotivi e comportamentali, perché non iniziare interrogandosi su cosa avvenga nel cervello durante il delicato stadio dell'orgasmo? La strumentazione c'è, i ricercatori anche; manca solo qualcuno che si presti a regalare il proprio orgasmo alla scienza!
L'autrice è una tra questi: soggetto degli studi di Komisaruk e Wise, interessati a determinare il decorso del climax mediante l'identificazione delle aree cerebrali che si attivano durante stimolazione, orgasmo e risoluzione, si è sottoposta ad una "seduta masturbatoria" mentre il magnete della fMRI le scomponeva ed analizzava il cervello. A dati raccolti, il quadro d'interazione tra le regioni coinvolte nei meccanismi dell'orgasmo è tutt'altro che incoraggiante: delle circa ottanta aree distinte evidenziate nelle varie sessioni, solo la corteccia sensoriale risulta essere massivamente coinvolta, poiché sembrerebbe che il decorso dell'orgasmo cominci proprio in quella regione. E cosa dire poi circa il ruolo del lobo frontale, la regione connessa con la pianificazione, il senso di controllo ed il giudizio? Il suo peculiare pattern di scarica potrebbe modulare la buona riuscita dell'intrepida missione? "Spectatoring", signori. "[...] in un certo senso [le connessioni tra polo frontale, aree temporali sensoriali ed aree prossime al tronco associate a remunerazioni] assistono da spettatori a un incontro sessuale, controllando e giudicando invece di viverlo pienamente.". E' singolare notare quanto sia determinante la capacità di accostarsi al sesso privi di aspettative e standard prestabiliti, come a dire "anche per oggi ne esco vincitore" (oppure vinto). Vai a vedere che quel tale aveva tutte le ragioni per sostenere la logica del "famolo strano".
Resterebbe da aggiungere qualche parola rispetto alle funzioni che vengono svolte dai neurormoni nel fragile processo dell'orgasmo, ma... preferisco vengano spesi meglio i dieci minuti che andrebbero dedicati alla lettura. A voi.

Franca Rame, da "Sesso? Grazie, tanto per gradire!"

giovedì 30 gennaio 2014

La logica dell'amore strumentale.

Metti il caso che uomini e donne sappiano come comportarsi in una data situazione poiché per ognuna sono stabiliti alcuni precisi canoni d'azione. Questo implica che nell'episodio x io abbia i precetti y, z, t quali norme da applicare e che conducono ad un risultato pressoché certo, nonché noto. In questi casi, quindi un po' in tutti i casi, l'elemento "imprevedibilità" viene eliminato dallo spettro dei possibili fattori di ostacolo al raggiungimento dell'obiettivo prefissato. E questo è, senza dubbio, un bene per la persona che mira al soddisfacimento immediato dei propri bisogni.
Poco tempo fa ho terminato la lettura critica del Kama Sutra, il codice dell'amore indiano che raccoglie molti contributi in materia d'amore (ma non solo) e che derivano da diversi autori dell'antichità. Esso infatti prende in esame le modalità che permettono di diventare un buon cittadino, oltre che ad occuparsi della definizione degli standard che regolamentano la vita di coppia. O meglio, di coppia allargata. Questo perché, non a caso, la cultura indiana è portatrice della pratica della poligamia; volendo specificare, del culto autoalimentantesi della poliginia. L'uomo, pertanto, s'intrattiene con più mogli le quali detengono un pressoché medesimo status: di casta, innanzitutto, ma anche d'istruzione e di predisposizione alla vita di società. Se apparentemente questo può essere considerato un vantaggio nonché "uno spasso", sulla scia del pensar comune, più in profondità non sempre al maschio veicola giovamento, sia dal punto di vista fisico che mentale. L'istituzione del matrimonio impone sì vincoli ed obblighi morali alla donna; tuttavia, le lascia un ampio grado di libertà in termini di scelta intra-relazionale. Dal testo:
"E' difficile conoscere le donne nel loro vero aspetto, per quanto possano amare gli uomini, o essere indifferenti verso di loro; per quanto possano amarli o abbandonarli o privarli di tutte le ricchezze che possiedono".
Tengo a precisare che non è la mia finalità quella di dare all'articolo un'accezione sessista, maschilista o femminista che sia. Limitatamente alla fonte a cui mi riferisco, infatti, e nonostante si presupponga essa implichi un assoggettamento dell'entità donna al volere dell'entità uomo, posso dire di non aver riscontrato eccessive disparità in funzione del genere. Quello che appare essere uno sbilanciamento a favore dell'una oppure dell'altra polarità, in un determinato caso, viene riequilibrato a proprio svantaggio in una situazione prototipica successiva. Sembra che sia proprio questo bilanciamento compensatorio inculcato a suon d'insegnamenti a rendere i rapporti uomo-donna pressoché stabili e duraturi nel tempo. Inoltrandomi nella lettura, mi sono spesso chiesta se una tale modalità di gestione dell'amore non tendesse a frantumare l'ingenuo e spontaneo primo accesso all'esperienza relazionale. Invero, fermo considerando l'amore alla stregua di una delle svariate discipline da apprendere nel corso della maturazione individuale, la concretezza dell'applicazione di norme riesce ad aggiungere un qualcosa di significativo alla concezione di fondo? "Vivere imparati" è realmente funzionale alla persona, in sede d'innamoramento? E pensare che persino un sentimento come la gelosia, viene regolamentato. Dal testo:
"Quando vi sono molte altre mogli oltre lei, la più anziana deve fare amicizia con quella che viene immediatamente dopo di lei per posizione ed età, e deve istigare la moglie che ha per ultima goduto dei favori del marito a litigare con la presente favorita. [...] Qualora accada che la favorita litighi con il marito, la moglie più anziana deve dare ragione a lei, incoraggiandola in modo da far ingrandire il litigio e ogniqualvolta una piccola lite divide i due, ella deve adoperarsi affinché la divergenza acquisti proporzioni sempre più grandi".
Di certo, nulla a che vedere con la mia (occidentale) idea di gelosia, la quale non credo sia tanto da intendersi come questione di preteso possesso, bensì di rispetto nei confronti del vincolo mentale che connette due persone. Un patto, se vogliamo, che impegna ad essere mutuamente coinvolti e che regge fino a quando all'uno siano sufficienti il supporto, l'amore e la vicinanza dell'altro.
Rimarrebbe ancora molto da dire, come sempre accade laddove vengano affrontate letture estremamente stimolanti. Per concludere, non rimane che porsi un interrogativo in grado di circoscrivere e riassumere l'intera riflessione: se amare è "avvertire il simile nel dissimile" (Adorno, 1951), quale insegnamento mai potrebbe rendere la persona in grado di percepire questa sottile discrepanza?

mercoledì 22 gennaio 2014

Se mi chiedi perché giro con l'ombrello anche d'estate...

... ti rispondo che è per tutelare l'organismo dagli acquazzoni emozionali.

I mesi di dicembre, gennaio e febbraio valgono per gli universitari come il periodo estivo per gli stabilimenti balneari: ad ogni giorno che trascorre, si accumulano stress ed attività da smaltire. Non a caso, il mio ultimo articoletto risale a quasi due mesi fa; tristezza senza fine. Tuttavia, anche se di concreto non ho prodotto alcunché, ciò non vuol dire che non abbia trovato l'occasione per riflessioni sporadiche qua e là, frammenti o brevi considerazioni sbocciatemi nella mente, in funzione degli eventi della quotidianità. Mancando di un nesso logico che le connetta, mi limito a riportarle sotto forma di aforisma, magari accompagnandole con commenti flash a bruciapelo. D'ora in avanti, prometto di esser un po' più costante nell'aggiornamento del blog, ma non mi si prenda troppo in parola.
  • Sto studiando la memoria, ma da nessuna parte mi viene spiegato perché le persone dimentichino ciò che facciamo per loro.
Sarò sincera: mi sono scocciata molto presto di dare la caccia alla risposta. È anche vero che spesso, però, la causa del mancato raggiungimento di una conclusione è da attribuirsi a quesiti mal posti. La domanda giusta conduce sempre ad una risposta, vera o falsa che sia. Contrariamente, la domanda sbagliata persuade a galleggiare nell'anticamera della soluzione, appropriata o inadeguata che sia.
  • Prima d'iniziare qualcosa, impara come riuscire a finirla.
  • Se non hai ben chiaro cosa sia l'amore, non cercare risposte addentrandoti in una cultura che non sia la tua.
Un'affermazione fiorita nel bel mezzo della lettura (critica) dell'edizione originale del Kama Sutra di Vatsyayana. E' molto probabile che pubblichi un articolo ad esso intimamente congiunto.
  • Quando dormi, chiudi gli occhi per riuscire a chiudere la mente. Quando immagini, chiudi gli occhi per poter aprire la mente.
Da qualche settimana a questa parte, capita che fatichi ad addormentarmi, indipendentemente dall'orario e dalle attività svolte in giornata. Soprattutto laddove mi sforzi in maniera attiva a prendere sonno, fermo considerando il dormire quale miglior lenitivo possibile per le afflizioni auto/etero-generate.
  • I rapporti si sfasciano a causa di un fraintendimento di priorità.
Un punto critico, una delle mie grandi battaglie. Sono da sempre convinta che uno tra i più intimi desideri dell'essere umano sia quello di poter diventare la priorità di un proprio simile significativo. Ciò implica un salto qualitativo di status: da semplice stura-voragini familiari e di carriera ad indispensabile presenza. Che poi, le questioni più semplici e lineari sono anche le più sorprendenti; come il fatto che se sei nei pensieri di tutti è perché non sei nelle priorità di nessuno. 
  • Lo psicologo fa con le parole ciò che il chirurgo fa con il bisturi.
  • Una pratica masochista ma molto utile a cui sottoporre l'autocontrollo mentale è costruirsi la rappresentazione di una scena temuta e rimanere a guardare la reazione dell'organismo. Il pianto è indicativo del grado di coinvolgimento futuro.
Per le modalità di utilizzo, leggere il foglietto illustrativo. Si consiglia di tener fuori dalla portata dei deboli di spirito. 
  • Hai chiara la sgradevole sensazione che si prova quando qualcuno agisce nell'unico modo che ti disturba?
  • C'è sempre qualcosa di peggio. Peccato ci si accontenti del meno e lo si sopraelevi a torto assoluto.
  • È la disposizione mentale negativistica a farti vedere nero, oppure è il buio della realtà di per se stesso ad insinuarti il tarlo che distorce in maniera pessimistica ogni cosa?
Qual è la relazione? Della serie, vedi nero perché sei negativo, oppure sei negativo perché vedi nero? Le correlazioni tra variabili psicologiche sono i più fastidiosi ed urticanti risultati a cui la ricerca possa approdare. Quando sono all'oscuro di cosa causi cos'altro, anche se m'impegno, trovo di estrema difficoltà affermare un avanzamento di consapevolezza. 
  • Le persone nulla se ne fanno di amore a distanza e presenze ad intermittenza. Le persone hanno bisogno che venga dedicato loro del tempo.
  • Le delusioni non sono altro che proiezioni di aspettative gonfiate.
  • Al tramonto dei 21 e dopo tre anni a pane e psicologia, comprendo il grande mistero del perché gli individui inizino una psicoterapia: per mere questioni di bilancio.
Infatti, se amassero seguire i consigli dati dalle persone vicine alla stregua della loro insistenza nel richiederli, la tendenza poco a poco dissolverebbe.