giovedì 30 gennaio 2014

La logica dell'amore strumentale.

Metti il caso che uomini e donne sappiano come comportarsi in una data situazione poiché per ognuna sono stabiliti alcuni precisi canoni d'azione. Questo implica che nell'episodio x io abbia i precetti y, z, t quali norme da applicare e che conducono ad un risultato pressoché certo, nonché noto. In questi casi, quindi un po' in tutti i casi, l'elemento "imprevedibilità" viene eliminato dallo spettro dei possibili fattori di ostacolo al raggiungimento dell'obiettivo prefissato. E questo è, senza dubbio, un bene per la persona che mira al soddisfacimento immediato dei propri bisogni.
Poco tempo fa ho terminato la lettura critica del Kama Sutra, il codice dell'amore indiano che raccoglie molti contributi in materia d'amore (ma non solo) e che derivano da diversi autori dell'antichità. Esso infatti prende in esame le modalità che permettono di diventare un buon cittadino, oltre che ad occuparsi della definizione degli standard che regolamentano la vita di coppia. O meglio, di coppia allargata. Questo perché, non a caso, la cultura indiana è portatrice della pratica della poligamia; volendo specificare, del culto autoalimentantesi della poliginia. L'uomo, pertanto, s'intrattiene con più mogli le quali detengono un pressoché medesimo status: di casta, innanzitutto, ma anche d'istruzione e di predisposizione alla vita di società. Se apparentemente questo può essere considerato un vantaggio nonché "uno spasso", sulla scia del pensar comune, più in profondità non sempre al maschio veicola giovamento, sia dal punto di vista fisico che mentale. L'istituzione del matrimonio impone sì vincoli ed obblighi morali alla donna; tuttavia, le lascia un ampio grado di libertà in termini di scelta intra-relazionale. Dal testo:
"E' difficile conoscere le donne nel loro vero aspetto, per quanto possano amare gli uomini, o essere indifferenti verso di loro; per quanto possano amarli o abbandonarli o privarli di tutte le ricchezze che possiedono".
Tengo a precisare che non è la mia finalità quella di dare all'articolo un'accezione sessista, maschilista o femminista che sia. Limitatamente alla fonte a cui mi riferisco, infatti, e nonostante si presupponga essa implichi un assoggettamento dell'entità donna al volere dell'entità uomo, posso dire di non aver riscontrato eccessive disparità in funzione del genere. Quello che appare essere uno sbilanciamento a favore dell'una oppure dell'altra polarità, in un determinato caso, viene riequilibrato a proprio svantaggio in una situazione prototipica successiva. Sembra che sia proprio questo bilanciamento compensatorio inculcato a suon d'insegnamenti a rendere i rapporti uomo-donna pressoché stabili e duraturi nel tempo. Inoltrandomi nella lettura, mi sono spesso chiesta se una tale modalità di gestione dell'amore non tendesse a frantumare l'ingenuo e spontaneo primo accesso all'esperienza relazionale. Invero, fermo considerando l'amore alla stregua di una delle svariate discipline da apprendere nel corso della maturazione individuale, la concretezza dell'applicazione di norme riesce ad aggiungere un qualcosa di significativo alla concezione di fondo? "Vivere imparati" è realmente funzionale alla persona, in sede d'innamoramento? E pensare che persino un sentimento come la gelosia, viene regolamentato. Dal testo:
"Quando vi sono molte altre mogli oltre lei, la più anziana deve fare amicizia con quella che viene immediatamente dopo di lei per posizione ed età, e deve istigare la moglie che ha per ultima goduto dei favori del marito a litigare con la presente favorita. [...] Qualora accada che la favorita litighi con il marito, la moglie più anziana deve dare ragione a lei, incoraggiandola in modo da far ingrandire il litigio e ogniqualvolta una piccola lite divide i due, ella deve adoperarsi affinché la divergenza acquisti proporzioni sempre più grandi".
Di certo, nulla a che vedere con la mia (occidentale) idea di gelosia, la quale non credo sia tanto da intendersi come questione di preteso possesso, bensì di rispetto nei confronti del vincolo mentale che connette due persone. Un patto, se vogliamo, che impegna ad essere mutuamente coinvolti e che regge fino a quando all'uno siano sufficienti il supporto, l'amore e la vicinanza dell'altro.
Rimarrebbe ancora molto da dire, come sempre accade laddove vengano affrontate letture estremamente stimolanti. Per concludere, non rimane che porsi un interrogativo in grado di circoscrivere e riassumere l'intera riflessione: se amare è "avvertire il simile nel dissimile" (Adorno, 1951), quale insegnamento mai potrebbe rendere la persona in grado di percepire questa sottile discrepanza?

mercoledì 22 gennaio 2014

Se mi chiedi perché giro con l'ombrello anche d'estate...

... ti rispondo che è per tutelare l'organismo dagli acquazzoni emozionali.

I mesi di dicembre, gennaio e febbraio valgono per gli universitari come il periodo estivo per gli stabilimenti balneari: ad ogni giorno che trascorre, si accumulano stress ed attività da smaltire. Non a caso, il mio ultimo articoletto risale a quasi due mesi fa; tristezza senza fine. Tuttavia, anche se di concreto non ho prodotto alcunché, ciò non vuol dire che non abbia trovato l'occasione per riflessioni sporadiche qua e là, frammenti o brevi considerazioni sbocciatemi nella mente, in funzione degli eventi della quotidianità. Mancando di un nesso logico che le connetta, mi limito a riportarle sotto forma di aforisma, magari accompagnandole con commenti flash a bruciapelo. D'ora in avanti, prometto di esser un po' più costante nell'aggiornamento del blog, ma non mi si prenda troppo in parola.
  • Sto studiando la memoria, ma da nessuna parte mi viene spiegato perché le persone dimentichino ciò che facciamo per loro.
Sarò sincera: mi sono scocciata molto presto di dare la caccia alla risposta. È anche vero che spesso, però, la causa del mancato raggiungimento di una conclusione è da attribuirsi a quesiti mal posti. La domanda giusta conduce sempre ad una risposta, vera o falsa che sia. Contrariamente, la domanda sbagliata persuade a galleggiare nell'anticamera della soluzione, appropriata o inadeguata che sia.
  • Prima d'iniziare qualcosa, impara come riuscire a finirla.
  • Se non hai ben chiaro cosa sia l'amore, non cercare risposte addentrandoti in una cultura che non sia la tua.
Un'affermazione fiorita nel bel mezzo della lettura (critica) dell'edizione originale del Kama Sutra di Vatsyayana. E' molto probabile che pubblichi un articolo ad esso intimamente congiunto.
  • Quando dormi, chiudi gli occhi per riuscire a chiudere la mente. Quando immagini, chiudi gli occhi per poter aprire la mente.
Da qualche settimana a questa parte, capita che fatichi ad addormentarmi, indipendentemente dall'orario e dalle attività svolte in giornata. Soprattutto laddove mi sforzi in maniera attiva a prendere sonno, fermo considerando il dormire quale miglior lenitivo possibile per le afflizioni auto/etero-generate.
  • I rapporti si sfasciano a causa di un fraintendimento di priorità.
Un punto critico, una delle mie grandi battaglie. Sono da sempre convinta che uno tra i più intimi desideri dell'essere umano sia quello di poter diventare la priorità di un proprio simile significativo. Ciò implica un salto qualitativo di status: da semplice stura-voragini familiari e di carriera ad indispensabile presenza. Che poi, le questioni più semplici e lineari sono anche le più sorprendenti; come il fatto che se sei nei pensieri di tutti è perché non sei nelle priorità di nessuno. 
  • Lo psicologo fa con le parole ciò che il chirurgo fa con il bisturi.
  • Una pratica masochista ma molto utile a cui sottoporre l'autocontrollo mentale è costruirsi la rappresentazione di una scena temuta e rimanere a guardare la reazione dell'organismo. Il pianto è indicativo del grado di coinvolgimento futuro.
Per le modalità di utilizzo, leggere il foglietto illustrativo. Si consiglia di tener fuori dalla portata dei deboli di spirito. 
  • Hai chiara la sgradevole sensazione che si prova quando qualcuno agisce nell'unico modo che ti disturba?
  • C'è sempre qualcosa di peggio. Peccato ci si accontenti del meno e lo si sopraelevi a torto assoluto.
  • È la disposizione mentale negativistica a farti vedere nero, oppure è il buio della realtà di per se stesso ad insinuarti il tarlo che distorce in maniera pessimistica ogni cosa?
Qual è la relazione? Della serie, vedi nero perché sei negativo, oppure sei negativo perché vedi nero? Le correlazioni tra variabili psicologiche sono i più fastidiosi ed urticanti risultati a cui la ricerca possa approdare. Quando sono all'oscuro di cosa causi cos'altro, anche se m'impegno, trovo di estrema difficoltà affermare un avanzamento di consapevolezza. 
  • Le persone nulla se ne fanno di amore a distanza e presenze ad intermittenza. Le persone hanno bisogno che venga dedicato loro del tempo.
  • Le delusioni non sono altro che proiezioni di aspettative gonfiate.
  • Al tramonto dei 21 e dopo tre anni a pane e psicologia, comprendo il grande mistero del perché gli individui inizino una psicoterapia: per mere questioni di bilancio.
Infatti, se amassero seguire i consigli dati dalle persone vicine alla stregua della loro insistenza nel richiederli, la tendenza poco a poco dissolverebbe.

venerdì 6 dicembre 2013

Missione Neutralità.

Se c'è un qualcosa che amo, nel quotidiano, è sapere che chiunque possa fare affidamento su di me. Un supporto mediante vicinanza mentale, s'intende, quel tipo di empatia equamente ripartita tra la compartecipazione percepita dall'esterno ed il distacco necessario sostenuto dall'interno. Uno stile d'orientamento al mondo di non semplice gestione, a causa di una tra le più ostili variabili che possano influenzare un giudizio neutrale: il coinvolgimento emotivo, quello pervasivo e fuori controllo.
Capita spesso che mi venga fatta notare una mancanza di spensieratezza e spontaneità all'interno delle relazioni umane, quel "lasciarsi andare" tanto osannato che piace alle nuove generazioni. Consapevole del gap, non posso che proporne un'interpretazione, un'idea che possa arricchiersi di nuovi tasselli ogniqualvolta una persona mi dia modo di ragionarci, osservandola dalle più svariate prospettive.
Per formazione, sono portata a coltivare la peculiarità che governa un individuo che si appresti alla pratica della psicoterapia. I manuali, nonché la vita professionale, ti richiedono di comprendere senza mai invadere il territorio del giudicare, di essere empatico ma allo stesso tempo imparziale, immancabilmente presente ma poco esposto, aperto all'ascolto ma con un orecchio rivolto alla tua individualità. Viene chiesto, in soldoni, di sapersi dosare. O come adoro pensarla io, di ridimensionarsi in funzione dell'unicità altrui. Ed è complesso, a volte persino frustrante e sminuente, perché porta a domandarti cosa rimarrà di ciò che sei se sistematicamente ti comprimi per lasciare posto all'altro. Se ogni tuo riconfigurarti non sarà dannoso sul lungo periodo, se avrai mai il bisogno ed il coraggio di parlare di te stesso, se le molte sfaccettature della tua persona formino, in realtà, un tutto coerente ed omogeneo. L'eventualità di dissolversi, poiché smarriti entro le più diverse sembianze, obbliga a schermarsi. E quando ciò si trasforma da uno stato transitorio ad un tratto stabile del carattere, i giochi sono bell'e che conclusi. A prescindere da chi ti siede davanti e dal problema che pone alla tua attenzione, verrà poi naturale l'esserci ed il non-esserci, contemporaneamente.
Con tutte le limitazioni del paragone, è come se fossi il secchio che raccoglie il rigurgito altrui sotto forma di parole e pensieri disfunzionali. Ma quel recipiente ci sarà solo nel caso in cui venga preparato; al contrario, il tutto si disperderà in ogni angolo, diventando invalidante. In questo eterno processo di riempimento-svuotamento, un ruolo cruciale viene svolto dal cosiddetto "pelo sullo stomaco", ovvero dall'attitudine a resistere alle peggiori esperienze possibili. Ancora, è utile pensare che nella pratica psicoterapica possa intervenire un qualche fenomeno di lieve discontinuità della coscienza, questo funzionale a creare una barriera tra sé e l'esterno. "Dissociarsi" non sempre è patologizzante; talvolta, infatti, può contribuire ad una sana difesa dell'organismo pensante. Per esempio, nei casi di numbing emozionale si esperisce una sorta di ottundimento emotivo che protegge dalla stimolazione esterna, consentendo alcuni comportamenti semi-automatici, nonché provocando un'accelerazione dei processi mentali.
Può sembrare che io sia assorta e non particolarmente presente, concordo, ma non bisogna però dimenticare cosa implichi, da parte mia, il pieno affondo in una dimensione che non mi appartiene. D'altro canto, questo non avviene indistintamente bensì in misura più o meno intensa a seconda dell'interlocutore. Perché se un amico racconta di sé, per quanto ci si sforzi di schiacciare il coinvolgimento emozionale sotto le suole delle scarpe, il risultato sarà sì buono eppure mai sufficiente. Per esempio, a volte capita mi accorga di essere troppo "dentro", altre invece di non "starci" affatto. Soprattutto a posteriori, quando ripenso alle dinamiche delle conversazioni avute.
Con le persone che ami è sempre tutto più difficile, per infinite motivazioni. Per le aspettative che hanno nei tuoi confronti, per l'investimento fatto, perché più sanno e più riescono comunque a fraintendere, per la volontà di ricambiare, per il timore tu ti possa allontanare, e via così. Vivi le relazioni con la consapevolezza che la neutralità che ti riempie e sostiene potrebbe essere meravigliosa, ma che tuttavia potrebbe anche concorrere a sfasciare l'intero rapporto. Ciò nonostante, non puoi che limitarti a dire che questo sia il pedaggio per accedere alla propensione mentale che incanala a diventare un buon professionista. L'incertezza delle mie stabilità in cambio del desiderio che induce l'altra persona a rendermi partecipe della propria vita. Poi beh, la convinzione che le persone ti cerchino solo "quando ne hanno bisogno" non sempre credo sia così negativa, anzi; semplicemente, andrebbe compresa. Le persone non cercano uno psicologo nel momento del bisogno, figurarsi in quello del non-bisogno.


Desidererei chiudere con un aneddoto. Lunedì ero in caffetteria, in università. Mi si avvicina il tecnico che gestisce la manutenzione delle macchinette e, tra una parola e l'altra, mi chiede: "Greta, può una persona che ci abbandona nei momenti brutti meritare di starci vicino in quelli belli? Perché quando le situazioni diventano un po' meno magia e cose meravigliose ti lasciano da solo?" Che dire, ho percepito tanta di quella sofferenza che se avessi potuto incidere l'atmosfera con una lama questa avrebbe pianto dispiacere e sconforto a non finire.
Davvero. Non c'è un momento peggiore di quello in cui vorresti pensare a qualcosa da dire, ma realizzi di non aver tempo a disposizione per farlo.

lunedì 2 dicembre 2013

Elettra mia, bimba adorata.

[…]

La cicala sull'albero è muta,
s'è svegliata l'intera borgata,
tutti sentono la serenata
che papà sta cantando per te.
L’acqua del fiume arriva dal mare,
se la mia voce ti arriva lassù,
papà stasera ti chiede scusa
se non t'ha dato qualcosa di più.

[…]

(Musiani, E. – Lauretta mia)

Non è la prima volta che cito la mitologia greca; in questo caso, il riferimento vola ad Elettra, figlia di Agamennone e Clitennestra. Il mito racconta che Clitennestra, invaghitasi del giovane Egisto, istigò quest’ultimo a macchiarsi di omicidio, contribuendo lei stessa all’uccisione di Agamennone. Elettra, turbata e sconvolta per la morte del padre, convinse Oreste, uno dei suoi tre fratelli, a vendicare l’affronto subito, ripagando la madre con la stessa moneta. La missione venne scortata anche da Pilade, figlio di Anassibia sorella di Agamennone, il quale venne infine sposato da Elettra.
Il mito fu ripreso da Freud cosicché servisse d’analogo al più celebre mito dell’Edipo re e, da qui, il "complesso di Elettra", secondo Jung definibile come il desiderio della bambina di 3–6 anni di impossessarsi del pene di cui si sente mancante, entrando così in competizione con la madre sia per averla concepita senza pene sia perché è l'ostacolo che si interpone tra lei ed il padre, suo obiettivo sessuale principale.
Areno temporaneamente l’argomentazione e riporto qualche aneddoto di matrice autobiografica.

Non sono un maschiaccio, ma.
All’asilo ero la bulletta dei Grandi; sotto il grembiulino mai che avessi una gonnella. Possedevo un Cicciobello a cui ho fatto patire le pene dell’inferno; una Barbie sottomessa al volere di Ken, Goku, Action Man ed all’amante biondo delle Bratz. Il primo bacetto lo diedi ad un tale di nome Mattia che, badare, avevo finito d’insultare un attimo prima. Avevo per amiche–seguaci due gemelline dai capelli d’oro a caschetto ed un’orda di bambini che si compiacevano di compiacermi.
Alle elementari rincorrevo maschi e femmine indistintamente; ho perso il conto degli spintoni dati e ricevuti. Amavo il Milan, collezionavo personaggi Dragon Ball, macchinine e mattoncini LEGO; giocavo a GTA, Mortal Kombat e Gran Turismo, avevo il pallone sempre appiccicato ai piedi, odiavo le femminucce che andavano a cucito all’oratorio o che galleggiavano nell’aria dopo aver saltato la cavallina. Io, l’oratorio, lo raggiungevo unicamente per i videogiochi, il campetto di calcio e lo scivolo in mezzo alla fanghiglia. Sparavo all’Ultimo con la scacciacani e mi piacevano micce, micette, razzi e razzetti. Sognavo di essere un personaggio dei cartoni animati e d’insinuarmi così nel cuore della mia maestra prediletta. Avevo molte amiche che si sbalordivano che preferissi coltivarmi degli amici. Iniziai a ricevere frasi in sospeso e corteggiamenti ancor meno che taciti; un doppio lavoro interpretativo già dal principio. Per tutti ero “La Bara” e quando “La Bara” arrivava minacciosa con lo sguardo rivolto nella tua direzione, allora sì che potevi considerarti nei pasticci. Ho sempre desiderato far controllare i livelli testosteronici del mio organismo, in realtà. Disegnavo e scrivevo senza sosta; forse, le uniche due dimensioni in cui mi ricongiungevo con la porzione più sensibile della mia personalità in costruzione.
Alle medie capii cosa si esperisce in un corpo ed una mente di adolescente femmina; questo, unitamente al fatto di aver tastato con mano quali fattori venissero implicati nella condizione di potere alla forza psico–fisica che soggioga i più deboli. Dall’indifferenza nutrita per le fanciulle alla loro animosa difesa, dall’abbattimento delle barriere donna–uomo al desiderio di riappropriazione della propria condizione biologica.

Ad un attento esame (e se mi limitassi alle bislacche spiegazioni psicoanalitiche) dovrei prendere atto che provassi una tale invidia del pene, da:
  • amare alla follia mio padre; oggetto sessuale non unicamente finalizzato al piacere;
  • odiare alla pazzia mia madre; colpevole di avermi creata senza pene;
  • calcolare le modalità e le tempistiche per appropriarmi del pene di mio padre al fine di copulare con mia madre (la meta principe della pulsione sessuale naturale), nonostante la detestassi poiché rivale per il possesso del pene di mio padre.
Ora, tutto ciò conduce a dire che io bambina, frustrata dalla constatazione di non possedere il pene, abbia voluto emulare la condizione maschile impossessandomi di comportamenti ed atteggiamenti tipici "della categoria". Che poi s’incunea un dubbio: se possiedo mamma con un pene che non è quello di papà, è da considerarsi adulterio? Oppure va bene uguale poiché “è l’intenzione quella che conta”? Se non fosse un ragionamento circolare, forse reggerebbe anche.
Conoscere per abbattere, dicono.

giovedì 28 novembre 2013

Rimani seduta.

In anticipo, chiedo scusa. Il contenuto di questo articolo, infatti, esula un po' dagli argomenti che mi sono ripromessa di trattare, nel blog. Eppure, non posso fare a meno di scrivere perché ho una tale inquietudine interiore che sono certa mi farà esplodere se non la rielaboro in qualche modo.

Accadde in un bel giorno di novembre, il 18, la creazione di una pagina spas-so-sis-si-ma sull'arcinoto facebook. Il titolo? "L'arte di essere cagna". Nelle informazioni, giusto per metter le mani avanti, viene riportato: "Il nome della pagina è scherzoso e non vuole offendere nessuno. Unisciti a noi per le migliori foto... Buon divertimento!"
Premessa: tutto sono fuorché la bacchettona moralista di turno. Commenti sul dubbio vestire di alcune donne dall'apparenza promiscue scappano anche a me, così come sorrisi d'intesa con le amiche alla vista di un fondoschiena femminile un po' troppo esposto. Ma qui si giace su tutt'altro piano. Il sito espone carne da macello costellata con frasi del tipo "secondo voi è cagna?" oppure "cagnona" oppure ancora "è abbastanza cagna per i vostri gusti?". Mi destabilizza maggiormente, poi, constatare come ai centocinquantamila iscritti appartengano molte, moltissime donne. Direte voi, donne che si sanno prendere sul ridere! Perché, diciamocelo, ciò di cui veniamo accusate è la mancanza di senso dell'umorismo, quella bestia rara che permette di fare due sghignazzate in compagnia, giusto? Un'ironia tinteggiata di squallore che non vogliamo tollerare, no? Poi stupida io, perché più parli in chiave negativa di una questione e più le dai risonanza; come la sessualità per i cattolici, insomma. Mi dico anche che si tratta di un'innocua moda temporanea destinata a dissolversi quanto prima, come molte delle pagine sui generis. Mai finirò di ripetere alla mia consapevolezza che l'individuo si modella a seconda delle circostanze e che un social nulla può contro la concretezza del vivere. Eppure, non sempre è così e sono molti i casi di gente che c'ha rimesso la faccia per aver concesso un'eccessiva confidenza alla rete.
...
Wow, mi aggiorno in tempo reale. Il giorno 20 di novembre è stata addirittura creata una comunità virtuale dall'omonimo titolo! Nelle informazioni, questa volta, viene svelato senza mezze misure che "Le cagne più in calore sono qui." Peccato conti solo quarantaseimila iscritti ma, non temete, è solo questione di tempo. Abbiamo anche un "La fabbrica della gnocca cagna", ottimo. Sembra che l'analogia sia molto gettonata. Evitiamo poi di sottolineare quante volte venga utilizzata come commento alle più disparate immagini si trovino nel web, perché un "bau bau" non guasta mai, soprattutto se contenuto in una nuvoletta di dialogo che esce dalla bocca di una ragazza.
Ora, a me hanno sempre insegnato come la sana ironia necessiti di circoscrizione; contrariamente, sono parole sconclusionate e di massa, reiterate senza il benché minimo barlume dei tempi e dei modi. Se cento persone sostengono l'argomentazione x, ciò non vuol dire essa sia vera. E' uno dei più antichi bias di ragionamento, suvvia, ed ha l'età dell'universo intero! Emulare l'ironia, quella effettiva e studiata ad hoc, non ti rende brillante bensì unicamente succube del conformismo più bieco possa esistere. Dopo il sorriso o la risata sguaiata che strappano alcuni commenti tutti uguali a loro stessi, cosa rimane? La certezza che appartieni ad un pensiero condiviso? Forse. La sicurezza che in giro ci siano altri che viaggiano sulla tua lunghezza d'onda? Probabile.
Ma il dubbio che tu sia uno tra i tanti, un anonimo, non ti stuzzica l'ego?

martedì 26 novembre 2013

La malattia del pensare.

«Quando non so cosa fare, rifletto.»
«Quando non so più cosa fare, rifletto.»
«Quando rifletto, non so più cosa fare.»

Tre affermazioni separate da un abisso.

Nel primo caso, il tipico esempio dell'istintivo: prima si agisce e successivamente si considerano gli antecedenti e le conseguenze. Lo spazio concesso alla componente verbale razionale è ridotto ai semplici titoli di coda perché ciò che conta sono le scene appena terminate.

Nel secondo caso, il tipico esempio del rassegnato: si provano tutte, alcune per dovizia di particolari si ritestano, ma i risultati lasciano un po' il tempo che trovano. Come ultimo appiglio, addentare un frutto, seppur acerbo, del pensiero. Legherà lievemente in bocca, ma è sempre meglio che morire per fame di risposte.

Nel terzo caso, il tipico esempio del rimuginatore: e qui la questione si complica.

Il rimuginio rappresenta una tipologia particolare del pensare caratterizzata da una sovrabbondanza di pensiero verbale con polarità negativa, evitamento cognitivo ed inibizione della processazione emotiva (Borkovec, 1998). Detto in altri termini:
  • dal punto di vista quantitativo, il tempo che dedico a congetturare l'eventualità di esperienze future negative è pervasivo: una tendenza a previsioni catastrofiche che conduce, per esempio, al considerare sistematicamente l'ipotesi peggiore contenuta in un ampio spettro di possibilità; 
  • sfrutto una modalità di conoscenza basata sull'estraniazione: interna, quando non avverto emozioni e pensieri se non sotto forma di malessere, esterna laddove escludo qualsiasi verifica rispetto alle mie convinzioni;
  • il mio disimpegno dal materiale emozionalmente carico ha una massiva influenza sulle risposte fisiologiche prodotte dalla divisione simpatica del sistema nervoso autonomo: tale gestione razionale delle emozioni sgradevoli, pertanto, mi tutela dall'ansia.
Da ciò risulta in qual misura il rimuginare possa determinare alcuni stati maladattativi in cui l'inibizione di emozioni spiacevoli è la miglior complice nel persistere delle emozioni stesse, nonché lasciapassare per viziosi processi psicopatogeni di mantenimento. 
Viene da chiedersi allora, date le inevitabili conseguenze, perché il rimuginio venga impiegato come utile strategia d'approccio al contesto interno ed esterno dell'individuo che ne fa uso. Tradizionalmente, il riferimento si distingue se vengono considerati scopi sul breve oppure sul lungo periodo. Alla prima categoria appartengono i casi di rasserenamento transitorio, nei quali il rimuginio riesce ad attutire il tanto temuto impatto distruttivo originatosi dall'attivazione neuropsichica delle emozioni negative. La convinzione è che «più ci penso e meno mi angustio». Per contro, alla seconda categoria appartengono i casi in cui ti convinci che è grazie al rimuginare se risolvi uno dei tanti problemi che ti attanagliano, un'illusoria strategia di problem solving, poiché l'elaborazione di piani d'azione efficaci viene ostacolata dalla mancanza di un anche minimo grado di concretezza nell'elaborazione mentale dell'informazione. A volte, poi, ad una soluzione ci si arriva ma sarebbe meglio se se ne diffidasse: per la maggiore, infatti, si riscontrerà essere sbagliata. Ancora, sul lungo periodo il rimuginio aiuta, se così si può dire, a distrarsi da previsioni ostili; alcuni studi, per esempio, dimostrano come uno "worrier"* abbia "una rete di associazioni di eventi previsti negativi molto più ricca dei "non-worrier" (Vasey e Borkovec, 1992). Questo implica che il pensare in chiave negativa estenda, di volta in volta, il sistema associativo che accorpa le convinzioni disadattive di cui è schiavo il rimuginatore. Un terzo scopo si riconduce, se vogliamo, ad una funzione cara all'ansia psicogena, ossia all'anticipazione. In questo caso, l'individuo non cerca soluzioni pratiche ai suoi guai bensì allestisce uno "scudo emozionale" con l'obiettivo di prepararsi al peggio. La convinzione è che «pensare non mi aiuta a risolvere i problemi ma, laddove arrivassero, farà in modo che io possa sopportarli meglio».
Rimuginare arena in una posizione di stallo e procrastinazione perenne, sostituisce le normali strategie di risoluzione delle difficoltà e blocca l'accesso ad alternative percorribili rispetto agli scopi che è intenzione dell'individuo preservare. Rende vana la propensione (funzionale) a previsioni catastrofiche poiché induce alla contemplazione del "carattere terrifico" di una data situazione, impedendo la strutturazione di scenari entro cui questa potrebbe essere elaborata, di certo, in maniera più costruttiva.

* worrier: termine inglese che traduce l'italiano "rimuginatore". Da "worry", letteralmente "preoccupazione": tiene conto di una lieve sfumatura di significato, facendo riferimento alla componente emozionale del rimuginio.

giovedì 14 novembre 2013

Sfizi psicoterapici.

Sono settimane che non scrivo sul blog e, di ciò, me ne dispiaccio. Vuoi per l'inizio della preparazione universitaria in prospettiva di sessione, vuoi per l'attanagliante vita sociale, trovo sempre meno tempo da regalare alle mie riflessioni "pompate" circa tematiche cliniche e psicologiche che tanto m'affascinano. Oltre a questo s'unisce il fatto stia convogliando parte delle mie energia mentale e fantasia nella stesura d'un progetto di più ampio respiro: il tentativo di scrivere un libro.
Devo esser sincera, il termine "libro" mi spaventa ed al contempo elettrizza; pensare anche solo di poter soffiar vita all'interno di quattro pagine stampate è un qualcosa di meraviglioso. Anche per tale motivo, mi percepisco leggermente all'asciutto, un poco a secco d'idee. Inoltre, il mero spunto non è mai sufficiente alla stesura di un articolo, per breve e striminzito che sia, bensì richiede di tenersi aggiornati e, quindi (rientrando nel punto di criticità), d'avere tempo da spendere.
Questa mattina, però, sento di poter produrre una considerazione che, per quanto poco impegnativa possa essere, fiorisce da recenti aneddoti di vita quotidiana. Perché, diciamocelo, quando succubi delle medesime esperienze, due sole spiegazioni si configurano. O sperimenti un qualche scherzuccio della memoria, non so, come per es., flashback vividi, déjà vu e ricordi ricorrenti oppure l'altro (un altro generico) ti ripete sistematicamente le stesse cose.

Quando mi chiedono di cosa mi occupi, nella vita, due sono le strade che amo percorrere. Se la persona dinnanzi a me mostra un briciolo d'interesse rispondo in maniera estesa, della serie "studio scienze cognitive, un neonato ed interdisciplinare ramo di psicologia sperimentale". Laddove, per contro, la richiesta sia meramente contestuale replico cercando d'accrescere il nullo coinvolgimento manifestatomi, sulla scia di un "studio il cervello" (piccola variante sul tema che, sincera, suscita sempre un minimo sguardo interrogativo). Di rimando, il 90% delle volte mi preparo al guizzo di genio del personaggio che transita sul mio cammino: "Sarei un caso perfetto per te."
Boom, un altro da mettere in lista.
...
Ad oggi, se dovessi conteggiare le volenterose cavie che mi si sono presentate (e se già fossi abilitata alla professione), sarei milionaria ed in carriera, senza un attimo di tempo da dedicare al bricolage. Perché se ti vengo a raccontare che mi dedico alla comprensione della mente, tu, da buon interlocutore, non puoi che reagire mettendo sul ridere la tua condizione e quindi tentando di creare una barriera che ti separi da quel misterioso personaggio che potrebbe carpirti chissà quali segreti, se solo lo desiderasse. Generalmente, infatti, circola un'idea prototipica dell'individuo che categorizza ed interpreta i disagi mentali, a prescindere dall'applicare o meno tali considerazioni in sede d'analisi oppure per mero fine di ricerca: l'idea è che lo psicologo riesca a leggere il pensiero, e ciò, rigorosamente "da dietro", ossia dando la schiena al paziente che, nel mentre, racconta mestamente di sé e del mondo che lo attornia, per nulla comprendendo la condizione che lo frustra. Il solo fatto il termine "strizzacervelli" sia incluso nei dizionari di lingua italiana, e pertanto legittimato, fa ben comprendere la misura delle ingenue concezioni che dilagano. Io poi ne faccio questione personale; non concepisco che un profano sappia distinguere per funzionalità e specializzazione un otorino da un nefrologo, ma che scivoli in modo tragico quando chiedi lui di scegliere tra uno psicoanalista ed un cognitivista. Forse, mi dico, la difficoltà risiede nel discriminare tra due figure che, tendenzialmente, trattano disturbi identici benché ne diano interpretazioni e soluzioni molto diverse tra loro. Di comune, spesso, manco la denominazione delle medesime patologie! Questo guazzabuglio complica il quadro, non c'è che dire, ma la giustificazione non copre la vastità del problema.
Anche se mi convinco mai avrò bisogno di andare dal dentista, capiterà io possa averne necessità e sarò obbligato a curarmi. Anche se mi convinco mai avrò bisogno di andare dallo psicologo, capiterà io possa averne necessità e mi obbligherò a non curarmi.
La questione è delicata. E fastidiosa, a dirla proprio tutta. In aggiunta, non credo poi sia un problema di semplice scetticismo, bensì di convinto rifiuto; misconosco poiché temo. Una veterana, tra le strategie autodifensive. Da lato opposto, c'è chi invece considera l'andare da uno specialista alla stregua di una moda transitoria e per i pochi che se lo possono permettere. Distinguiamo. A questa categoria appartiene chi pretende "lo psicoanalista" perché si pensa l'unico in grado di svelare i più reconditi misteri dell'interiorità individuale. Che importa poi se s'instauri l'eventualità alla luce vengano portati vissuti inesistenti... Intanto, io ci vado! Di cosa sto parlando? Di sindrome da falsi ricordi, naturalmente. Non che sia prerogativa dei soli psicologi dell'inconscio, eppure è più facile sviluppi all'interno di una relazione terapeuta-paziente tanto invasiva qual è la psicoanalisi. In soldoni, avviene che pazienti particolarmente suggestionabili vengano indotti (in modo più o meno involontario) a rievocare esperienze in realtà mai sperimentate. Ciò sulla scia di una teoria parapsicologica priva di sostegno empirico alcuno. Tipico è il caso degli abusi d'infanzia.
E qui mi fermo.